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Dinnanzi l’arroganza e lo stile populista e personalistico di Renzi, il centro-sinistra di Prodi e dell’ulivo appare responsabile

Lanfranco Turci, deputato, senatore e sottosegretario all'industria del governo D’Alema 2 Lanfranco Turci, deputato, senatore e sottosegretario all'industria del governo D’Alema 2

Con una valutazione di estrema sintesi, mi pare di poter sostenere che dopo la Liberazione il Pci, sviluppando il discorso togliattiano dell’unità antifascista e della democrazia progressiva -  senz’altro fattori potenti di affermazione e consolidamento della democrazia in Italia - si trovò chiuso fra due sponde entrambe fragili. Due sponde che potrebbero definirsi la concretizzazione del concetto espresso dal professore Carlo Galli quando paragona il Pci alla Chiesa di Sant’Agostino, che vuole «stare nel mondo senza essere del mondo».
Da un lato l’orizzonte comunista mai rimosso. L’idea di una società radicalmente diversa: un socialismo reale riveduto e corretto attraverso il cammino democratico scelto per il suo perseguimento, ma pur sempre made in Russia e nella rivoluzione bolscevica, non confondibile con l’esperienza socialdemocratica che non fuoriusciva dai confini del capitalismo (Berlinguer). Esperienza di cui ci si rifiutava perfino di studiare gli avanzamenti culturali e pratici dentro al compromesso keynesiano. Anzi, si fu ben lieti di proclamare il fallimento di quel compromesso negli anni in cui si evidenziava il progressivo crollo del socialismo reale.
Ma si trattava di un parallelismo non giustificato, perché semmai si poteva sostenere che fu proprio il crollo del Muro di Berlino ad accelerare la crisi del compromesso socialdemocratico, in quanto liberava ulteriormente le forze del capitalismo dall’obbligo di continuare a coltivarlo. Dopo che già negli anni 70 la fine del sistema di Bretton Woods, le crisi petrolifere, l’inflazione galoppante e le lotte operaie avevano creato le premesse per la rivoluzione conservatrice e la svolta neoliberista. Stavamo entrando in anni in cui venivano infatti messe in discussione e progressivamente smantellate le conquiste che avevano contrassegnato il primo trentennio del dopoguerra. Quello che la letteratura successiva avrebbe definito i «trenta anni gloriosi». Stavamo entrando negli anni del neoliberismo, della Thatcher e di Reagan senza esserne consapevoli e criticando la fase precedente contro cui si era scatenata quella rivoluzione o meglio quella controrivoluzione.
Accanto a questa impasse ideologica, caratterizzava la politica del Pci un pragmatismo politico che non traeva alimento dall’orizzonte comunista né dalle teorie del compromesso keynesiano, e invece si basava sui più diversi filoni politico-culturali. Qui mi rifaccio a un saggio utilissimo di Paggi e D’Angelillo del 1986, «Il Pci e il riformismo», in cui si descrive l’esito fallimentare della politica di solidarietà nazionale degli anni 70, con un Pci schiacciato alla fine fra il terrorismo, la perdita di consenso fra i ceti popolari e le manovre spregiudicate del Governo Andreotti. Interessante in quest’analisi la ricostruzione di come abbia fortemente condizionato la politica e i programmi del Pci di quella fase l’influenza del liberismo di Einaudi e Salvemini e della polemica antipartitica di Pareto.
Certo, questo pragmatismo aveva alle spalle delle nobili costanti storico-politiche, frutto dell’elaborazione di Togliatti e della sua riproposizione di Gramsci. La linea di fondo era quella della ricerca costante dell’unità delle forze democratiche e antifasciste come via per il superamento dei ritardi e delle contraddizioni del capitalismo italiano, come via originale al socialismo. Anche il compromesso storico di Berlinguer fu uno sviluppo di questa impostazione per la quale il Pci e la classe operaia si fanno carico delle responsabilità nazionali e del compito di moderare il conflitto sociale. Tutti fattori che hanno contribuito a stabilizzare la democrazia italiana, ma non hanno consentito di sviluppare una nuova prospettiva di fronte al fallimento del socialismo reale e della politica di solidarietà nazionale. Da qui prima il cul de sac in cui finisce la politica di Berlinguer, poi il reset nuovista di Occhetto e della Bolognina, che apre le porte all’egemonia neoliberale e alla nascita del Pd.
Il Pd di oggi di Renzi rappresenta l’evoluzione estrema di un cambiamento cominciata con la fine del Pci e il progressivo assorbimento da molti dei suoi quadri, non solo quelli dell’area ex-migliorista, della cultura e della impostazione neoliberista. La condivisione delle politiche di Blair e della terza via, l’appoggio a Clinton, sono stati uno dei passaggi più significativi. Oggi da parte di alcune componenti di sinistra del Pd, in parte ancora interne, in parte uscite con Bersani e D’Alema, si evoca Prodi e la politica dell’Ulivo in polemica con le politiche fatte dal Governo Renzi, fino alla sconfitta clamorosa del 4 dicembre nel referendum sulla riforma costituzionale.
Non c’è dubbio che al confronto con l’arroganza e lo stile populista-personalistico di Renzi, il centro-sinistra di Prodi e dell’Ulivo appare come una politica più responsabile, di dialogo con i sindacati e le forze sociali, animato ancora da un afflato di giustizia sociale totalmente scomparso negli anni di Renzi. Eppure se si va al nocciolo delle scelte politiche e programmatiche del centro-sinistra della Seconda Repubblica, si può benissimo vedere che lì è cominciata la svolta neoliberista, con le privatizzazioni delle imprese e delle banche pubbliche, le leggi di flessibilizzazione e precarizzazione del mercato del lavoro e l’entrata nell’euro. Una scelta, quest’ultima, che oggi anche importanti personalità di quella fase sono disposte ad ammettere come un errore gravido di conseguenze negative perla nostra economia e la qualità sociale del Paese.
Il Pd di oggi, con la vittoria di Renzi alle primarie, è un partito che con una certa generosità potremmo definire social-liberale. Analogo a tanti partiti che fanno parte di quel che resta del PSE, quasi tutti in crisi profonda per la perdita del tradizionale consenso fra le masse popolari e i lavoratori, che si sono allontanati dalle loro fila per gli effetti delle politiche di austerità, per la disoccupazione, la perdita di diritti sul lavoro e l’impoverimento del welfare. Quegli elettori si sono ritirati nell’astensione, o sono confluiti in movimenti genericamente definiti populisti, di sinistra come Podemos in Spagna, di incerta collocazione come i 5Stelle in Italia o di destra come il partito della Le Pen in Francia.
In Italia la ricostituzione di una sinistra degna di questo nome comporterà un lavoro non facile e non riducibile solo alle sigle esistenti, quali Sinistra Italiana, Rifondazione o il nuovo movimento di Articolo Uno, nato dalla recente scissione del Pd. La premessa non può che essere l’elaborazione di una cultura nettamente antiliberista, che riproponga il ruolo dello Stato e della politica democratica contro il dominio del capitale finanziario che domina la globalizzazione in atto e che è incorporato nell’attuale politica europea.    

Contatore AC maggio 2017

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