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Laicita' e fede: comprendersi e comprendere, punto di partenza per l’intera societa'

GIORGIO BENVENUTO  presidente della fondazione  Bruno Buozzi GIORGIO BENVENUTO presidente della fondazione Bruno Buozzi

Ragionare sul valore e l’importanza del dialogo può sembrare esercizio perfino futile in tempi nei quali la comunicazione siede ai comandi della convivenza.
Eppure almeno per un paio di ragioni una riflessione sul valore del dialogo appare assai opportuna. In primo luogo è innegabile che il dialogo interreligioso oggi interroga anche la cultura laica e non solo per i risvolti che esso può avere in merito all’estremismo terroristico che mentre semina morte si nutre di ragioni pseudo religiose. Ma anche perché le fragili ragioni della pace rischiano di rendere ancor più incerte le sorti di aree del mondo un tempo determinanti a partire dall’Europa.
Ma c’è un terzo elemento che va considerato quando si ragiona di dialogo: il cammino verso la giustizia si è fatto più impervio a causa degli effetti di una pratica economica e di potere della globalizzazione che ha accentuato le diseguaglianze in modo sempre più spesso intollerabile e pericoloso. Le vie di un dialogo teso ad affrontare le cause della frammentazione sociale sarebbero preziose e potrebbero favorire il ritorno a forme di coesione.
Ecco perché non ci si può non soffermare in avvio di riflessione sul tema del dialogo sui rapporti fra cristianesimo e laicità, su quelli che intercorrono inoltre fra dottrina sociale della Chiesa e riformismo di sinistra. Sarebbe assai confortante, intanto, poter spiegare il termine dialogo con le belle parole di Emma Bonino: «Non ci può essere alternativa alla via del dialogo e del confronto. Il dialogo, è in realtà, lo strumento dei forti». Purtroppo in questo periodo sono proprio i forti ad atteggiarsi in modo antitetico a quello che fa del dialogo con le altre posizioni culturali, politiche o sociali un punto di partenza vantaggioso per l’intera società.
Avvicinare nella memoria scelte e convinzioni di protagonisti della nostra storia che poggiano sulla convinzione che il dialogo sia sempre una chiave potente per scardinare chiusure, intolleranze, soprusi, ingiustizie, vuol dire salire sul piano nobile dello sforzo compiuto dalle migliori espressioni della nostra cultura, della nostra politica, dell’elaborazione che ha condotto a tante vittoriose lotte sociali.
Entrando in rapporto fecondo anche con quello spirito religioso con il quale la cultura laica, quando ha abbandonato gli eccessi di laicismo, si è misurata con indubbia utilità anche per se stessa e per gli obiettivi più generali di crescita civile ed umana delle nostre società. Dalla Enciclica Rerum Novarum in poi si è sviluppato uno sforzo continuo di aggiornamento della lettura della realtà economica e sociale che ha permesso ai Papi di tenere il passo nei riguardi di ben quattro sconvolgenti rivoluzioni industriali. Questo continuo lavoro di interpretazione dei cambiamenti è riuscito nel tempo a fare breccia nelle componenti laiche e socialiste (poi anche comunista) della classe lavoratrice.
È innegabile che questa contaminazione è avvenuta e ha favorito condizioni di dialogo positive per questi mondi per un sincero e credibile spirito volto ad immedesimarsi nelle modificazioni della società. Senza sostituirsi alla politica o al sindacato. Rimarcando invece che il terreno in cui si ricercano le risposte e ci si esprime con moniti e auspici è etico e religioso. Eppure non si può non notare come in questo inizio di terzo millennio la dottrina sociale della Chiesa sia riuscita a cogliere con acutezza e talvolta con occhio anticipatore le questioni cruciali dell’evoluzione dell’economia mondiale e del lavoro.
E si è schierata senza esitazioni, con motivazioni convincenti e credibili, dalla parte dei più deboli, proprio mentre la cultura di sinistra, riformista e non massimalista, arrancava senza bussola, ed aveva perso autorevolezza con il prendere a prestito dalle mode contingenti spezzoni di soluzioni. Ma così ha ottenuto il risultato di precludersi la possibilità di dare forza a scelte in grado di cambiare le cose.
Perché il riformismo non riesce più ad essere credibile come un tempo mentre tale credibilità i Pontefici invece l’hanno accresciuta? Si possono dare diverse risposte a tale proposito. La Chiesa, a differenza del riformismo di sinistra, ha mantenuto nei decenni inalterato uno spirito critico nei confronti del capitalismo e della finanza. Prudente quanto si vuole, ma chiaro. E progressivamente ha contenuto questa prudenza con moniti sempre più energici. Spingendo i cristiani a sporcarsi le mani senza timidezze; l’invito di Giovanni Paolo II non è ambiguo: «non abbiate paura».
Il riformismo invece ha subito una mutazione regressiva, con una sudditanza alle ragioni del liberismo e dello strapotere finanziario che lo ha allontanato sia dai lavoratori e dagli emarginati che dalla possibilità di elaborare soluzioni per costruire una politica di governo che decida nuovi diritti e sani vecchie ingiustizie.
Ma l’arretramento più vistoso è nell’accantonamento del valore della solidarietà, considerato dalle tesi liberiste un inutile orpello, per giunta fuori moda, e  accantonato per un conformismo senza anima da ampi settori del riformismo allarmati dal rischio di perdere il rapporto con il mondo economico che conta. Una sorta di resa riformista senza condizioni agli egoismi economici e sociali che contrasta però con le battaglie compiute fra mille difficoltà ma con grande passione dalle forze del socialismo riformista nel «secolo breve».
Il «bene» della libertà religiosa non è mai però messo al sicuro. Quella libertà religiosa che in questi anni è stata messa a dura prova dallo scatenarsi del terrorismo nei luoghi martoriati del Medio Oriente e dell’Africa soprattutto. Il confronto e il dialogo con l’Islam acquista in questa nostra epoca un valore di grande importanza. È uno dei risvolti della globalizzazione che porta la civiltà europea a dover fare i conti con tutte le grandi religioni sparse sulla Terra. Con alcune di esse è meno difficile trovare concordanze, soprattutto sui temi della pace e della libertà, dello sviluppo e del sostegno ai più poveri. Nessuna di queste espressioni religiose e filosofiche ha come obiettivo quello di appropriarsi dello Stato, di diventare politica, potere.
L’unico Stato teocratico in Oriente nel passato, nel vero senso del termine, il Giappone, è ormai diventato una società totalmente diversa. Va colta, questo sì, quella aspirazione a coltivare una più profonda spiritualità che potrebbe essere anche una positiva reazione a quella deriva egoistica e cinica che attraversa la vita economica e civile. L’invito a non essere settari, oltranzisti, integralisti è anch’esso un terreno di dialogo che può migliorare la percezione dei compiti che si hanno di fronte. Negando quell’insidioso istinto a rifarsi al detto «homo hominis lupus» che si sta riaffacciando in modo quanto mai pericoloso sulla scena mondiale.
Dialogo oggi vuol dire anche muoversi con realismo, con i piedi ben piantati per terra. Un pensiero «oltranzista» come quello di Luttwak fa osservare allo studioso americano che «benchè la Jihad, la guerra santa contro gli infedeli, non sia un obbligo assoluto per tutti i fedeli, è pur sempre un dovere religioso che tutti i giuristi mussulmani passabilmente ortodossi collocano immediatamente dopo gli arkan (pilastri essenziali della religione islamica)». Il motivo è chiaro: espandere nel mondo la vera religione. Ma a maggior ragione la «competizione» dovrebbe rimanere su un terreno religioso e non sfociare mai nell’educazione all’odio, nei massacri, negli attentati e nelle stragi, invece perseguiti da minoranze estremiste.
Ed è su quella strada che laici e credenti debbono saper dialogare, collaborare, esprimere un sentire comune. Un ruolo importante può svolgerlo quella cultura araba laica che in Occidente abbiamo assai poco sostenuto. Ci si è entusiasmati per le rivoluzioni con i tweet e con Facebook e abbiamo invece trascurato un interlocutore decisivo per gli equilibri internazionali quale la cultura laica, le lotte delle donne per una maggiore dignità e l’esistenza di quel mondo moderato che ha stabilito da tempo rapporti e intese con le società più sviluppate. Da questo punto di vista la miopia dell’Occidente è stata davvero assai forte. Anche perché va superata quella tentazione ad esportare modelli che mal si attanagliano a quelle realtà.
Ed anche perché tuttora si è convinti che il Medio Oriente e buona parte dell’Africa si «giustificano» solo in quanto si rendono utili al progresso dei giganti statuali, economici e finanziari del mondo. Anche se la ragione dell’ingrossarsi delle file degli ultra-estremisti di oggi non è principalmente quella della povertà, non si può negare che l’acuirsi delle diseguaglianze in quelle terre, per giunta devastate da armi di ogni tipo, ha le sue grandi responsabilità.
Non solo: la presenza dovuta alla imponente immigrazione in Europa di nuclei familiari sempre più numerosi di religione islamica impone che si adotti una cultura dell’accoglienza aperta ma senza ambiguità che finiscano per far sfumare l’identità della nostra civiltà. L’Italia ha compiuto un grande sforzo, spesso isolata, nell’accoglienza. Ma non siamo ancora in grado di indicare una direzione di marcia che possa sostenere un disegno complesso ma possibile di società multietnica. Le difficoltà di altri Paesi, come Francia e Germania, non deve scoraggiarci ma farci capire quanto sia complicato lo scenario che abbiamo di fronte. Dobbiamo rispettare e farci rispettare. Integrare ma con regole chiare che prevedano diritti e doveri. Essere solidali ma senza una acquiescenza che possa essere intesa dai nostri concittadini come l’offerta di posizioni di privilegio, che sarebbero mal tollerate.
Quello che si può dimostrare con queste considerazioni è che abbiamo alle spalle e davanti agli occhi innumerevoli esempi di dialogo che si sono tramutati non di rado in momenti importanti di crescita civile e sociale, in collaborazione generosa. Del resto il Cardinale Martini ha sostenuto che la sfida dell’etica è quella di esistere per gli altri. Un concetto che è proprio anche della cultura laica. Il dialogo in quei casi non diviene solo un gesto di buona volontà, è qualcosa di più sostanziale: permette di capire di più dell’altro, di analizzare più a fondo i problemi e le sfide da affrontare, di sperimentare l’unità per mettere alla prova i propri ideali.
È innegabile che in pochi anni il mondo del lavoro sarà mutato andando ben oltre il versante dell’universo industriale. L’evoluzione tecnologica cambia rapidamente le carte sul tavolo dell’intera economia. Tutto viene rimesso in discussione. Al tempo stesso l’Europa è a un bivio e con essa il destino delle forze della sinistra europea, politica e sociale. E nel mondo proseguirà la competizione anche fra religioni, in particolare fra quella cristiana e quella mussulmana. È interesse di tutti che essa non fomenti o non sia di pretesto per altre tragedie, nuove incomprensioni, violenza e umiliazioni.
Come fronteggiare questa congerie di problematiche intricate e pericolose, senza una disponibilità al dialogo sui vari versanti decisivi per il futuro? E come può essere possibile questo metodo, che è anche sostanza, senza un rinnovamento culturale e senza un coinvolgimento delle giovani generazioni? Papa Francesco ci ha ricordato uno dei compiti non aggirabili se non vogliamo sprofondare in tempi oscuri: «dobbiamo essere costruttori di pace e le nostre comunità devono essere scuole di rispetto e di dialogo con quelle di altri gruppi etnici o religiosi, luoghi in cui si impara a superare le tensioni, a promuovere rapporti equi e pacifici tra i popoli e i gruppi sociali e a costruire un futuro migliore per le generazioni a venire». Ed è lo stesso Papa che afferma senza peli sulla lingua che stiamo vivendo già la terza guerra mondiale, combattuta in modo diverso dal passato, ma non meno insidiosa e già carica di morti e di sopraffazioni.
Sono riflessioni che non possono non sollecitare la cultura riformista e laica. Con una differenza: che quelle affermazioni generano fiducia quando sono in bocca a Pontefici o ad altri grandi figure della cultura e dell’economia mondiale, mentre appaiono sterili nelle argomentazioni di molti nostri politici. Questo gap di credibilità non è insuperabile, tutt’altro. Ma serve una grande volontà politica e una vera e attendibile passione civile e sociale tutte da recuperare, perché attualmente non si scorgono, come sarebbe auspicabile, nella stentata vita del riformismo di questi tempi.
Serve una nuova scommessa, ma anche una nuova alleanza con tutte le energie culturali che si possono considerare disponibili. E una nuova assunzione di responsabilità che guardi al lungo periodo, a nuovi progetti. Il fiume storico del dialogo che ha percorso le diverse epoche rischia di diventare un rigagnolo in secca. Una fine che va impedita, che può essere scongiurata. Dal nostro punto di vista questa sollecitazione a riflettere sulle valenze del dialogo rispetto ai grandi problemi dell’umanità si muove in questa direzione. Per comprendere, per reagire, per costruire. Per ricostituire le basi di una nuova fiducia verso una classe dirigente all’altezza dei tempi.         

Contatore AC maggio 2017

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