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Cardinale Francesco Monterisi: l’incontro tra filosofia e religione

Cardinale Francesco Monterisi Cardinale Francesco Monterisi

Nel primo «Profundius» di Anna Maria Ciuffa, il cardinale Francesco Monterisi descrive il rapporto tra mente ed anima, pensiero e spiritualità, credenze e credo, inaugurando un’associazione in cui sono il sapere e l’arte dell’incontro ad avere la meglio sul decadimento culturale

«C’è un punto d’incontro tra la filosofia e la religione?». È questa la domanda cui ha risposto il Cardinale Francesco Monterisi, ordinazione episcopale il 6 gennaio 1983 da papa Giovanni Paolo II, nunzio apostolico in Bosnia ed Erzegovina, quindi a Roma segretario della Congregazione per i Vescovi, per volere di papa Benedetto XVI nominato arciprete della basilica papale di San Paolo fuori le Mura  e cardinale diacono di San Paolo alla Regola, nonché espressione di voto nel conclave che elegge al soglio pontificio papa Francesco. Presente al primo «Profundius» di Anna Maria Ciuffa, lo scorso 8 aprile 2017, inaugurando un’associazione ed un ciclo di eventi in cui sono il sapere e l’arte dell’incontro vero ad avere la meglio sul decadimento culturale e la predominanza del virtuale.
Cosa dicono gli uomini, chiedeva Gesù agli apostoli, e cosa dice il cuore dinanzi ai temi della filosofia e della religione? Fede e ragione possono convivere, integrarsi, avere degli sviluppi utili per ciascuno di noi? Così il cardinale: per rispondere, bisogna mettersi non dinanzi a una teoria, ma ad una serie di teorie, ed integrarle con gli aspetti personali. Nella chiesa di San Luigi dei Francesi è esposta «La vocazione di San Matteo»; sulla sua destra, c’è il Cristo ben evidente non solo nella persona, ma anche nel braccio che tende con l’indice verso un tavolo intorno al quale ci sono cinque personaggi: uno, il più giovane, di spalle, si volta verso il Cristo tra il preoccupato e il sorpreso, e gli altri 4, che si trovano in una doppia posizione, i primi 2 guardano verso il Cristo, gli altri sono fissi sulle monete sul tavolo. «La vocazione di San Matteo» nel Vangelo è uno dei punti che papa Francesco ama di più; di quei quattro personaggi il primo è sconosciuto, il secondo è Matteo, che guarda il Cristo con l’indice puntato verso se stesso e dice: «Sono forse io?». Alla destra di San Matteo due personaggi sono «presi» dai soldi sul tavolo.
Matteo è quello che gli ebrei chiamavano un pubblicano, un collettore delle imposte, mestiere che tutti desiderano pur sapendo di non essere benvoluti (anche il Vangelo mette insieme pubblicani e peccatori, perché molto attaccati al denaro). Un altro pubblicano, Zacheo, racconta di aver guadagnato molto con questo mestiere, ed era disposto, seguendo Gesù, a dare i propri guadagni ai poveri. Ebbene, San Matteo guarda Cristo perché Cristo lo chiama con la voce e con quel dito puntato dice: «Vieni, seguimi». Matteo lascia i soldi sul tavolo per seguirlo. Questa è l’immagine che bisogna tener presente in questo discorso.
Religione e filosofia: due momenti del nostro spirito che non sono astratti, interessano personalmente ciascuno di noi perché fanno parte del nostro esistere quotidiano. «Cominciamo dalla religione: ho l’impressione che tutti convengano nel fatto che, avendo ricevuto la fede quando eravamo neonati, la religione sia un aspetto che già abbiamo ricevuto e che si è sviluppata nel tempo, con le esperienze, un concetto che non solo si riferisce al trascendentale: vi sono religioni che esistono nell’immanente, senza un riferimento al di sopra di noi. Penso al buddismo o allo scintoismo. Sono stato in Corea per 4 anni e ho avuto molti contatti con i buddisti, recentemente in Giappone ho avuto la conferma del forte senso di interiorità dei buddisti. Le altre religioni monoteiste pensano a un Dio che è al di sopra, dall’ebraismo al cristianesimo e all’Islam, che parlano del trascendente e per cui un creatore alla fine della vita sarà nostro giudice. Questo aspetto è fondamentale: la religione ci mette di fronte un Dio che riconosciamo e che quotidianamente ci sostiene. La parola che Dio ha pronunciato all’inizio della creazione è arrivata a tutti, e ciascuno con la ragione può arrivare a Dio: ci sono arrivati Platone e Aristotele prima che Cristo apparisse, e tanta parte della filosofia greca e romana».
Prosegue il cardinale: nel frattempo gli ebrei ricevevano da Dio, sul monte Sinai, le rivelazioni ai profeti e l’apparizione di un Dio sovrastante; e così anche l’Islam, che ha avuto il Corano, un libro che Dio ha dettato all’angelo che, a sua volta, lo ha trasferito a Maometto. Tre religioni che hanno avuto l’intervento di Dio nella storia, progredite nel concetto di religione. Non abbiamo molto da imparare dall’Islam perché è giunto dopo Cristo, per noi termine e culmine della rivelazione divina. Dio ha usato anche questi mezzi per portare idee e concetti alla gente. «Nel periodo in cui sono stato in Egitto, passando il venerdì in alcune strade del Cairo davanti alle moschee, vedevo gente che si prostrava occupando la strada, che fuori della moschea si inchinava; una religiosità esteriore, senza rispetto umano e senza vergogna, che è qualcosa che dobbiamo apprendere. Siamo forse timorosi nell’esprimere esteriormente il nostro senso religioso».
«Il cristianesimo–continua Monterisi–è andato avanti fino al 1500, quando si era diffuso sia in Oriente che in Occidente; dal 1600 si cominciò ad avere un maggiore spirito critico nei riguardi della religione, passando dalla conoscenza di un Dio creatore ad un illuminismo e realismo che ci hanno fatto distinguere religione e ragione, fede e filosofia. Le cose sono andate avanti in modo peggiorativo, mentre nascevano filosofi e persone di grande religiosità che hanno messo in contrapposizione le due branche, arrivando al punto di dire che la religione è solo quella imposta, il laicismo e la realtà della ragione sono collocati su un altro piano. Tale contraddizione è stata più o meno cercata, o trovata, come nella contesa di Galileo; in seguito, con l’affermarsi del positivismo, ragione e fede sono andate in contrasto; negli ultimi filosofi cristiani si è approfondito il punto che la filosofia ha una propria autonomia rispetto alla religione per il fatto di essere un primo approccio dell’anima dell’uomo, che giunge prima ancora di ricevere dall’esterno un insegnamento di carattere rivelato, una prima funzione che implica la partecipazione del nostro stesso vivere. A quei tempi già si ponevano i seguenti interrogativi: cosa siamo venuti a fare? Chi ci ha mandati qui? Perché esiste l’esistente? Perché ci siamo? Domande che ognuno di noi si è posto quando ha cominciato a maturare. Esiste qualcosa, il nulla è stato superato, è possibile che la materia da sola si sviluppi e si duplichi».
Tutt’oggi gli uomini si pongono il medesimo dubbio, e quando non arrivano a certezze scatta la grave e triste condizione di chi non vuole andare avanti, la mancanza di sicurezza in ciò che si conosce; entrano così in gioco l’agnosticismo, la delusione e l’abbandono dello spirito. «Questo è il senso dell’esistere che ad un certo momento cerchiamo di risolvere, ed è la condizione fondamentale di noi uomini. Ma la domanda fondamentale dell’esistere e del vivere dobbiamo ricercarla anche con intelligenza», specifica il cardinale. «Il pensiero tra la religione e la filosofia è stato il tema affrontato da tanti pensatori ed ecclesiastici, una delle più profonde Encicliche è stata scritta da papa Giovanni Paolo II in collaborazione con Ratzinger; quale allora il rapporto tra le due entità, fede e ragione? La prima cosa che può sorprendere è che certe volte ci troviamo dinanzi a situazioni di difficile coincidenza, e le grandi contraddizioni avvengono soprattutto quando si parla di miracoli. Chi ha un’educazione scientifica non comprende l’esistenza dei miracoli, ma chi non crede che Dio ha creato la natura, che è padrone delle sue leggi e che può per qualche sua ragione interrompere il corso delle stesse, non sa spiegare: ciò mette in difficoltà l’uomo credente e l’uomo puramente razionale».
Aggiunge: «Chi non ha avuto una buona formazione religiosa e si appella solo alla scienza non può vedere tutto, ma solo perché quest’ultima parte da alcuni elementi ben conosciuti per arrivare a una teoria. La stessa filosofia non possiede dati, parte da se stessa e da lì comincia a interrogarsi, non ha una precisione di conoscenza, e ancora di più ciò avviene nel livello superiore della conoscenza teologica. Se una conoscenza filosofica fa degli elementi che ci sono nella religione un’attenta considerazione, non troverà contraddizioni. La religione cristiana possiede un elemento essenziale, la Trinità, come si fa a dire che Dio è allo stesso tempo uno e tre insieme senza entrare in contraddizione? Ecco che qui interviene la riflessione filosofica, che a ragione ha sottolineato che una cosa sono le persone, che hanno natura individuale, una cosa è Dio, in cui tre persone esprimono una sola natura e possono conciliarsi mentalmente con la filosofia, che distingue tra persona e natura. Una filosofia che collabora con la religione serve anche per spiegare certe contraddizioni in realtà solo apparenti per chi non usa queste terminologie. Secondo elemento essenziale della religione è il Cristo, che è uno solo, ha un solo io, eppure ha due nature: ragiona come Dio ma i suoi pensieri comprendono anche un pensiero umano che viene dalla natura umana di cui ha preso; le due nature sono diverse ma uno è il suo io. La persona e l’esistenza è unica e coesiste in questi modi diversi».
Secondo il cardinale Monterisi una buona filosofia è una specie di giusto aiuto ad ogni credente, perché fa vincere queste difficoltà in modo che il mistero non sia contraddittorio. Filosofia e religione, come ragione e fede, si possono integrare, non sono contraddittori, ma se ben comprese hanno la possibilità di coesistere.
Restano aperti molti interrogativi. Uno fra tanti: se Dio può tutto perché c’è il male nel mondo? Ciò è dovuto alla debolezza spirituale. Non ci sono ragioni umane che possano spiegare il male, non c’è una spiegazione del male dal punto di vista razionale; ma dal punto di vista della religione e della teologia, la premessa del male è costituita dal peccato originale di Adamo. Non siamo però sicuri che da un peccato morale si debba esigere un male fisico, come a voler equilibrare le cose del mondo. C’è solo una spiegazione non razionale, ma è solo un dato, un fatto: Gesù Cristo è morto, un innocente può morire perché è nel piano di Dio. Dei 10 comandamenti almeno 8 iniziano con un «non», ci sono troppi «no»: ma un’attenta visione delle cose fa capire che questi «no» costituiscono la parte negativa di una realtà molto positiva.
«Tanti dati della conoscenza teologica e filosofica si stanno sempre di più affermando al punto da portare nel nostro animo il desiderio di avvicinare religione e filosofia. Il 5 aprile scorso è morto un grande filosofo, che ho conosciuto: Armando Rigobello. Egli riuscì a mettere insieme nei suoi scritti teologici più acuti filosofia, religione, fede, e da lui ho appreso questo: Sant’Agostino si lasciò sviare dalle teorie del mondo che si allontanavano dal cristianesimo, ma non fu mosso da una spinta razionale. In seguito, restò sconvolto dalla morte di un amico al punto tale da leggere le lettere di San Paolo; e in un giorno di grande tristezza, seduto sotto un albero, sentì una voce che gli disse: prendi e leggi. Aprì il libro e lesse l’epistola di San Paolo ai romani, in cui è detto che bisogna rivestirsi di Gesù Cristo: se non c’è una spiegazione razionale alla morte, essa si rinviene invece nella resurrezione di Cristo».  

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