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Internet delle cose: le nuove interfacce della rivoluzione digitale

Fabrizio Padua Fabrizio Padua

Le macchine colloquieranno tra loro in modo sempre più completo e con la possibilità di imparare sia dalle nuove regole cablate dai progettisti sia dall’«esperienza» acquisita nel tempo. Ma anche l’interfaccia tra uomo e macchina è destinata a cambiare: basti pensare come velocemente siamo passati dalla tastiera allo «smart touch» del telefonino

Tutto sta avvenendo cosí velocemente e forse proprio questa rapidità di cambiamento sarà la vera unicità della Rivoluzione Digitale nella storia dell’uomo a rimanere nei libri di scuola. Cambiamenti nella comunicazione tra macchine ma anche tra uomo e macchina.
Si fa un gran parlare di IoT, l’Internet delle Cose, quando cioè disseminiamo sensori di ogni tipo e dovunque per raccogliere in tempo reale dati su dati da analizzare, ben consci di essere in una fase di sperimentazione ed evoluzione digitale permanente.
Vengo da una conferenza sull’innovazione digitale in Florida e tanti sono stati gli esempi concreti di applicazione delle nuove tecnologie per il miglioramento dell’efficienza e produttività, anche nella manutenzione preventiva degli impianti e dei veicoli. Sono centinaia i sensori e i microcomputer distribuiti dentro i motori degli autoveicoli per controllare il corretto funzionamento degli impianti elettrici e idraulici e garantire sicurezza e affidabilità.
La differenza con il passato è che adesso i grandi camion che attraversano le pianure americane non devono aspettare la rottura di un pezzo prima di fermarsi per ripararlo ma i sensori rilevano in tempo reale tutti i dati disponibili, con le analisi statistiche (e questa è la grande novità tecnologica) che vengono eseguite dentro al motore e solo se la soglia di allarme viene raggiunta allora viene segnalata l’anomalia e indirizzato il camion in officina.
Invece di inviare quindi tutti i dati alla centrale di controllo intasando la rete, le analisi vengono fatte sul veicolo in movimento scartando i falsi positivi che generano i falsi allarmi. Questo processo permette di risparmiare tempi e costi e sarà gradualmente applicato nella manutenzione di tutti gli impianti e macchinari.
Se aggiungiamo poi che in officina i sistemi elettronici mobili del camion colloquiano con quelli fissi della stazione di riparazione in modalità senza fili ecco che il personale umano necessario si riduce a pochi tecnici specializzati.
Il vero collo di bottiglia è dato dal fatto che in termini generali il volume di dati da analizzare cresce a un ritmo molto maggiore della banda disponibile, cioè della velocità e capacità di trasmissione dei dati stessi. In termini automobilistici è come quando abbiamo milioni di auto in circolazione in strade strette e non adeguate al traffico crescente (da noi in Italia ne sappiamo qualcosa).
Le macchine colloquieranno tra loro in modo sempre più completo e con la possibilità di imparare sia dalle nuove regole cablate dai progettisti informatici sia dall’«esperienza» acquisita nel tempo. Ma anche l’interfaccia tra uomo e macchina è destinata a cambiare: se pensiamo come velocemente siamo passati dalla tastiera allo «smart touch» del telefonino possiamo anche immaginare che i comandi saranno sempre più vocali lasciando libere le mani per altri usi. Ma interazione vocale non significa interagire con Siri, l’approssimativo assistente virtuale di oggi, ma dialogare liberamente con la macchina indipendentemente dalla lingua, dall’accento e dai difetti vocali, e qui la complessità cresce enormemente.
Passi avanti si stanno facendo anche nel mondo della disabilità e proprio in Florida ho assistito ad una fenomenale dimostrazione di interazione di un non vedente programmatore con un sistema progettato per convertire i comandi in sequenza di suoni... che però solo lui era in grado di distinguere e comprendere tanto veloci erano formulati.
Ma ancora più sconcertante è stata la testimonianza di Neil Harbisson che non potendo distinguere i colori sin dalla nascita si è fatto impiantare a 22 anni, con un’operazione chirurgica nella corteccia cerebrale, un’antenna direzionale che converte le frequenze dei colori in suoni.
Ogni colore uguale a un suono significa avere un continuo rumore di fondo nella testa a cui dice di essersi abituato, la capacità di pitturare le stanze della casa o far disegnare una cravatta con le melodie di proprio gusto... ma anche aumentare le capacità sensoriali dell’uomo perchè Neil Harbisson può captare tutto lo spettro delle frequenze inclusi gli ultrasuoni e ultravioletti.
Questo è solo un esempio che definirei molto estremo della nuova frontiera dell’Internet delle Cose ma la ricerca e sviluppo sta facendo passi avanti enormi in questa direzione, anche perchè la Rete permette di condividere gli esperimenti tra team virtuali sparsi nel mondo in tempo reale, cosa mai avvenuta in passato.
Per avere impatti rivoluzionari sull’essere umano occorre però sperimentare, azzardare, avere tanto coraggio, come un novello Cristoforo Colombo alla ricerca del Nuovo Continente, forse essere un pò folle come lo è stato Neil che gira per il mondo con una antenna in testa.

Contatore AC maggio 2017

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