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L’amicizia si coniuga con la virtu', ma la virtu' e' connessa alla responsabilita' etica dell’amicizia

Maurizio De Tilla presidente dell’associazione nazionale avvocati italiani Maurizio De Tilla presidente dell’associazione nazionale avvocati italiani

L'uomo d’animo sincero vive soprattutto nella saggezza e nell’amicizia, l’una bene mortale, l’altra bene immortale. L’amicizia è un bene che non ha limiti e si diffonde ovunque, percorre danzando la terra, recando a noi tutti l’appello di aprire gli occhi sulla felicità. Il panorama di un mondo senza frontiere si spalanca di fronte al valore dell’amicizia, un bene che non conosce limiti né distanze.
La necessità della vita o la richiesta di favori possono far nascere un’amicizia, ma ciò che la mantiene salda sono i rapporti coltivati all’interno della comunità. Un gruppo di persone che si vogliono bene in modo sincero genera fiducia in chi vi partecipa, perché le dimostrazioni reciproche di affetto e la conversazione aperta assicurano pace e serenità mentale.
L’amicizia regala un senso di sicurezza, ma non è tanto per l’aiuto degli amici che noi abbiamo bisogno, quanto della fiducia che essi ci aiuterebbero nel caso ne avessimo bisogno. L’amicizia coltivata non si riduce a un semplice legame affettivo, ma implica specifiche responsabilità. Amici e amiche devono esercitare la parrasia, uno stile di vita già noto e praticato dalla filosofia greca classica, che prevede l’obbligo di dire sempre la verità, spiegarsi con chiarezza e parlare liberamente. Questo impegno non riguarda solo la libertà di espressione, ma anche il dovere di mettere sempre al primo posto la verità in nome del bene comune, anche quando la sincerità possa risultare molesta. La parrasia rientra appunto tra i rischi da correre in una buona amicizia.
La pratica della parrasia esige una franchezza assoluta, vieta la falsità e anche l’omissione, preferisce la critica ragionata all’adulazione vanitosa. Ascoltare la verità - e affermarla - è un dovere morale da anteporre a qualunque interesse o ambizione personale (Epicuro, «Il fine ultimo della filosofia è raggiungere la felicità»).

L’AMICIZIA È ANCHE FRAGILITÀ
L’essenza dell’amicizia, delle amicizie possibili, rinasce con i suoi fulgori e con le sue fragilità dalle parole scintillanti di Nietzsche: «Eravamo amici e siamo diventati estranei. Ma è giusto così e non vogliamo dissimularci e mettere in ombra questo come se dovessimo vergognarcene. Noi siamo due navi, ognuna delle quali ha la sua meta e la sua strada; possiamo benissimo incrociarci e celebrare una festa tra di noi, come abbiamo fatto: allora i due bravi vascelli se ne stavano così placidamente all’ancora in uno stesso porto e sotto uno stesso sole, che avevano tutta l’aria di essere già alla meta, una meta che era la stessa per tutti e due». Come può avvenire nella vita di ciascuno di noi, le cose cambiano: le navi si allontanano e si fanno l’una estranea all’altra; e, benché non si sappia se questa lontananza sia temporanea, o sia definitiva, questo significa che, anche in un’esperienza così bella e così luminosa, come è quella dell’amicizia, ci sono le indicibili tracce della fragilità.
Ancora Nietzsche: «Ma proprio allora l’onnipossente violenza del nostro compito ci spinse di nuovo l’uno lontano dall’altro, in diversi mari e zone di sole e forse non ci rivedremo mai - forse potrà anche darsi che ci si veda, ma senza riconoscerci: i diversi mari e soli ci hanno mutati! Che ci dovessimo divenire estranei è la legge incombente su noi: ma appunto per questo dobbiamo diventare più degni di noi!». E la conclusione di questo testo, che recupera fino in fondo l’orizzonte di senso di una condizione umana, come questa dell’amicizia, cosi umbratile e così fragile, così banalizzata e così contaminata dalla vita di ogni giorno, si apre nondimeno a una inesprimibile speranza: «Ma la nostra vita è troppo breve, troppo scarsa la nostra facoltà visiva per poter esser più che degli amici nel senso di quella nobile possibilità. E così vogliamo credere alla nostra amicizia stellare, anche se dovessimo essere terrestri nemici l’un l’altro».

L’AMICIZIA SI CONIUGA CON LA VIRTÙ
Nessuna delle virtù morali nasce in noi per natura; infatti nessun ente naturale può abituarsi ad essere diverso da quello che è, come per esempio una pietra, che per natura si muove verso il basso, non si abituerà mai a muoversi verso l’alto, neanche se qualcuno voglia abituarla lanciandola in alto migliaia di volte, né il fuoco si abituerà a muoversi verso il basso e nessun altra cosa che è per natura in un certo modo potrà essere abituata ad essere diversa. Quindi le virtù non si generano né per natura né contro natura ma, da una parte, è nella nostra natura accoglierle, dall’altra le portiamo alla realizzazione per mezzo dell’abitudine. Inoltre, nel caso di ciò che si genera in noi per natura, in un primo momento ne possediamo le facoltà, e successivamente ne esercitiamo le attività. Le virtù, al contrario, ce le abbiamo perché le abbiamo esercitate prima, come avviene anche nel caso di tutte le altre tecniche; infatti, quello che si deve fare dopo che lo si è appreso, facendolo lo impariamo, come per esempio costruendo si diviene costruttori e suonando la cetra citaristi. Allo stesso modo anche compiendo atti giusti si diventa giusti, mentre si diventa temperanti compiendo atti coraggiosi (Aristotele, «Etica Nicomachea»).

L’AMICIZIA È ANCHE RESPONSABILITÀ ETICA
Conoscere se stessi e conoscere gli altri è un diverso modo di essere responsabili. Noi non siamo, o almeno non dovremmo mai essere, monadi dalle porte e dalle finestre chiuse, ma monadi aperte all’ascolto di noi stessi e degli altri, in una circolarità di esperienze che ci rendono consapevoli di quanta sia la nostra responsabilità nel determinare i modi di essere e di comportarsi degli altri. La nostra capacità, o la nostra incapacità, nel riconoscere le emozioni, che sono in noi e negli altri condiziona le nostre quotidiane relazioni di vita, e le influenza profondamente. Non è ovviamente una responsabilità giuridica, e nemmeno una responsabilità formale, ma una responsabilità etica, che ci consente di meglio conoscere e di condividere il dolore e la gioia, la tristezza e la colpa, che sono in noi e negli altri.
Noi siamo in relazione ininterrotta con gli altri, e dovremmo riflettere senza fine sul problema delle correlazioni fra identità e alterità. Non si giunge alla conoscenza di una persona altra da noi, divorata dal dolore e dalla sofferenza, se non siamo capaci di avvicinarla senza pregiudizi: accogliendola e rispettandola nella sua alterità, nella sua diversa forma di vita, e nella sua ardente comune umanità, ferita dal dolore, e nondimeno animata dalle attese ideali e dalle speranze che sono in noi benché non identiche alle nostre, e non di rado più autentiche delle nostre.
Siamo tenuti a prendere coscienza della fluidità, e non della pietrificata autonomia, della identità e della alterità, e della esigenza di passare da una forma di vita all’altra. Se noi nella vita di ogni giorno non sappiamo uscire dai confini della nostra identità, e ne rimaniamo prigionieri, nulla capiremmo dei modi di essere degli altri e verremmo meno al richiamo della nostra coscienza (Eugenio Borgna, «Le parole che ci salvano»).   

 

«Eravamo amici e siamo diventati estranei. Ma è giusto così e non vogliamo dissimularci e mettere in ombra questo come se dovessimo vergognarcene. Noi siamo due navi, ognuna delle quali ha la sua meta; possiamo incrociarci e celebrare una festa tra di noi: allora i due bravi vascelli se ne stavano così placidamente all’ancora in uno stesso porto e sotto uno stesso sole, che avevano tutta l’aria di essere già alla meta, una meta che era la stessa per tutti e due»
Friedrich Nietzsche

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