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Guido George Lombardi: in vetta alla Trump Tower con il presidente Usa

Guido Lombardi Guido Lombardi

«Il mio rapporto con Trump è cominciato quando ho acquistato degli appartamenti nella Trump Tower, e si è intensificato nel 1992 quando lui ha comprato casa a Palm Beach, dove abitavo. In seguito, ha trasformato questa casa in un club, Mar-a-lago, e ne sono diventato socio. Da allora ci siamo visti spesso. Con la sua elezione, il popolo americano ha voluto stravolgere gli schemi tradizionali del politically correct scegliendo per la White House un uomo che viene dal mondo dell’imprenditoria. Fino ad ora le premesse di questa scelta sono state premianti»

Trump sì, Trump no. Bombe ed economia. Siamo di fronte ad una nuova era, che sembrerebbe minacciosa. Ma se ha vinto il repubblicano, emblema dell’imprenditorialismo e dell’americano medio - non rappresentato da New York e dalle altre grandi metropoli, eppure votato ampiamente da tutto il resto degli Stati (uniti?) americani - una ragione ci sarà. La spiega a Specchio Economico Guido George Lombardi, secondo cui il muro all’immigrazione clandestina «non è uno strumento razziale ma un freno all’impoverimento dell’America». Lombardi abita nella Trump Tower e ha curato, per la campagna elettorale vincente, i social media non ufficiali (gestisce oltre 500 gruppi pubblici di amici e simpatizzanti per Trump), legato all’attuale presidente in primo luogo da una relazione d’amicizia e, dunque, dotato di un punto di vista differente, frontale, che gli deriva anche dalla sua storia personale: a contatto con personaggi quali il Dalai Lama ed i Clinton, scrittore, immobiliarista a New York, politologo. «Il mio amico Trump è in vetta, in un’attico di tre piani per la precisione: io vivo molto più sotto».
Domanda. Quali sono le tappe che si sono succedute per arrivare al clima di tensione che si è creato tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord? E quali saranno le conseguenze?
Risposta. La situazione in Corea è stata preparata a tavolino già giorni prima dell’incontro in Florida tra Trump e Xi Jinping, poi è stata rivista e approvata dai due presidenti durante il loro incontro in Florida. La prossima fase avrà ad oggetto un’operazione economica e non bellica, per isolare economicamente la Corea del Nord, ma il risultato deve essere diplomatico. Siamo arrivati a questo punto perché, quando il presidente Trump si è incontrato con il presidente cinese Xi Jinping a Mar-a-Lago, in Florida, c’è stata una preparazione intensa da tutte e due le parti, cinese e americana: secondo le fonti ufficiali, durante la cena il presidente Trump ha informato Xi Jinping del bombardamento in Siria, ma la decisione relativa era già stata presa. Nello stesso modo sono state date dieci ore di preavviso ai russi per dar loro modo di evacuare la zona da bombardare. È probabile che anche ai cinesi sia stato dato il medesimo preavviso, dunque la Cina era a conoscenza dei programmi in Siria. Dopo la partenza del presidente cinese dalla Florida, Trump ha inviato un contrordine alla flotta americana che stava andando in Australia; poi ha ordinato di dirigersi nella penisola coreana, mentre la Cina interrompeva gli scambi commerciali: dal momento del blocco navale degli Stati Uniti e del blocco cinese all’acquisto del carbone e alla vendita del petrolio, la Corea del Nord non ha nessuna alternativa per venire a patti. Non si tratta di un’azione bellica, ma di un’azione economica studiata a tavolino dagli esperti cinesi ed americani, messa a punto dai due presidenti prima e dopo gli incontri.
D. Come ha conosciuto Trump?
R. Il mio rapporto con Trump è cominciato quando ho acquistato degli appartamenti nella Trump Tower, e si è intensificato nel 1992 quando lui ha comprato casa a Palm Beach, dove abitavo. Dopo ha trasformato questa casa in un club, Mar-a-lago, che sarebbe Mare e Lago, e io ne sono diventato socio. Da quel momento in poi ci siamo visti spesso, anche in cene di beneficienza e politiche.
D. Ha curato la campagna elettorale di Trump?
R. Non ufficialmente. Ero membro della campagna elettorale e mi sono occupato volontariamente dei social media non ufficiali. Ho gestito diversi gruppi su Facebook di cosiddetti «elettori ombra». Sono stati proprio questi voti ombra che hanno permesso a Trump di conquistare la Casa Bianca. Ho fondato l’associazione «Citizen for Trump» che ha reclutato volontari e attivisti per la campagna presidenziale con l’obiettivo di far diventare virale tutto ciò che sui social network riguardasse Trump. Su Facebook in particolare gestisco ancora oltre 500 gruppi pubblici di amici e simpatizzanti per Trump e ogni gruppo a sua volta ha uno svariato numero di followers. Si va dai «Cristiani per Trump» alle «Donne per Trump», dai «Siciliani per Trump» fino ai «Motociclisti per Trump».
D. Conosce il presidente Trump da più di vent’anni e conosce bene sia l’economia americana che quella europea. Secondo lei, quali sono le conseguenze economiche dell’amministrazione Trump?
R. I risultati tangibili che si sono verificatisi fin dai primissimi giorni dopo la strepitosa vincita di Trump sono stati un’elevata crescita dell’ottimismo da parte dei consumatori, e cioè del popolo americano. L’economia reale, così come la Borsa statunitense, sono stati protagonisti di un’ascesa significativa che ha portato a un conseguente aumento dei posti di lavoro. Dopo i vari proclami del presidente Trump, c’è stato un cambiamento immediato che ha portato gran parte della comunità finanziaria ad esser fiduciosa nelle parole del nuovo presidente poiché, a differenza delle amministrazioni precedenti, tali parole si sono concretizzate.
D. Ciò è stato possibile perché lui è più un imprenditore che un politico?
R. Esattamente. Il momento storico che stiamo vivendo è particolare ed è segnato da un crollo totale nella fiducia dei politici di professione. Anche nei vari Paesi europei c’è un sentimento di scetticismo e diffidenza nei confronti dell’élite politica che si tramanda gli incarichi negli anni in una sorta di «poltronismo», spesso anche cambiando il colore della casacca. Il popolo americano ha scelto di stravolgere gli schemi tradizionali del politically correct eleggendo come presidente un uomo che viene dal mondo dell’imprenditoria, e fino ad ora le premesse di questa scelta sono state premianti.
D. Quali potrebbero essere le conseguenze negli Usa, in Europa e in Italia della politica di Trump?
R. La prima conseguenza tangibile riguarda l’Inghilterra, un Paese molto vicino agli Stati Uniti sia politicamente che culturalmente, dove l’economia e i mercati, dopo un periodo di stallo e soprattutto dopo l’elezione di Trump, si sono ripresi in modo significativo. Cosa che invece non si è verificata ancora negli altri Paesi europei probabilmente perché i media tradizionali, supportati dalla classe politica, ostentano un ostracismo ingiustificato nei confronti di Trump. Io spero solamente che con l’elezione di Marie Le Pen al Palazzo dell’Eliseo e di risultati analoghi negli altri Paesi europei, questo muro di omertà e di collusione tra politici e certi media tradizionali possa crollare per far posto a figure nuove e fuori dagli schemi, come può essere per esempio un Grillo con il suo Movimento 5 Stelle, o un nuovo rivoluzionario PDL.
D. Pensa che un imprenditore possa sostituire un politico? Cosa è cambiato nella mentalità degli americani anche con l’avvento dei social network?
R. Tempo fa sarebbe stato un impedimento e sicuramente avrebbe rallentato l’ascesa di qualsiasi imprenditore che volesse «buttarsi» in politica; ma d’altra parte, con l’avvento di Internet e della comunicazione di massa tramite i social network, si è sviluppata una sorta di «democrazia dei social media» un po’ come quella che cerca di fare Beppe Grillo, e oggi ogni cittadino ha la possibilità di esprimere la propria opinione come, per esempio, di raccogliere migliaia di firme per una petizione. Con l’arrivo di tali tecnologie stiamo vivendo un cambio completo e radicale insito non nella politica, ma nel modo di fare politica; e quindi salgono alle luci della ribalta personaggi avvezzi all’uso di queste tecnologie. Avere una formazione «politichese» al giorno d’oggi non è un fattore imprescindibile per avere una carriera politica.
D. Questo accade forse perché i cittadini vogliono che il proprio Paese sia simile a un’impresa, perché il politico deve aiutare l’economia, non deve fare solo politica.
R. Non sono i politici che generano la ricchezza di un Paese, ma gli imprenditori. I politici conoscono benissimo il modo di spendere i soldi, non il modo di produrli. Dobbiamo rivalutare l’imprenditoria, fare una crociata per convincere i media tradizionali a dichiarare che «imprenditoria» non è una parola sporca, bensì sinonimo di ricchezza e posti di lavoro, costituisce la base economica su cui si costruiscono le fondamenta di un Paese.
D. Quali sono le relazioni tra l’America di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin?
R. La Russia di Putin rappresenta un caso singolare; mentre la Cina sta facendo passi da gigante soprattutto nel campo economico e nel settore imprenditoriale, dando piena libertà di movimento ai propri impresari, la Russia ha negato tale indipendenza e, nonostante le enormi potenzialità e le grandi risorse possedute, è una nazione che sta perdendo gradualmente ricchezza con la conseguente stagnazione dell’imprenditoria. L’America di Trump vuole aiutare la Russia di Putin, magari cercando di togliere le sanzioni che da anni ormai l’affliggono, ma desidera anche sostenerla in modo che dia ai suoi imprenditori, e a potenziali investitori stranieri, libertà d’azione.
D. In America, come in Italia, c’è il potere forte della magistratura?
R. Certo, e tale potere ha cominciato a prendere il sopravvento sotto la presidenza di Bill Clinton il quale ha trasformato il potere giudiziario, che è lo specchio di un diritto sacrosanto, in un potereo avulso dagli altri due, l’esecutivo e il legislativo, creando un sistema in grado di indagare qualsiasi politico, coinvolgendo soprattutto coloro che sono avversi a certe correnti.
D. E questo cambierà con Trump?
R. L’attuale presidente sta cercando di cambiare i magistrati. Il Partito democratico non è d’accordo, ma non si rende conto che sta facendo il gioco di giudici le cui decisioni potrebbero un giorno ricadere anche sui suoi stessi componenti.
D. Conosce abbastanza bene i punti forti e deboli dell’economia italiana ed europea: come vede una possibile uscita dall’euro?
R. Abbandonare la moneta unica europea sarebbe un fattore positivo, mentre uscire dall’Unione non avrebbe effetti positivi né negativi. I politici nostrani hanno praticamente venduto l’economia italiana ai burocrati di Bruxelles e di Strasburgo andando contro l’interesse nazionale per salvaguardare gli interessi di altre nazioni, e questa è una delle ragioni per cui Trump non ha stretto la mano ad Angela Merkel. Uscire dall’euro in questo momento particolare sarebbe positivo poiché si darebbe la possibilità ad ogni singola nazione di gestire le proprie strategie monetarie e finanziarie. I media asserviti al potere griderebbero allo sfacelo più totale e alla fine del mondo, ma il giorno dopo l’economia ripartirebbe in maniera significativa per il bene di tutto il Paese.
D. Cosa pensa Trump dell’Italia?
R. Trump è stato sempre un appassionato del made in Italy, dai prodotti gastronomici all’alta moda, dalla cinematografia alla grande cultura e tradizione. È soprattutto cosciente della forza economica e finanziaria dell’Italia: non dimentichiamoci che fino a poco tempo fa il nostro Paese era probabilmente una delle prime nazioni in ambito economico a livello mondiale.
D. Cosa pensa del Movimento 5 Stelle di Grillo?
R. Penso che tra tutti i movimenti che ci sono in Europa, insieme a quello di Marine Le Pen, il M5S rompe gli schemi tradizionali. Quello che la maggior parte dell’opinione pubblica non sa, seguendo la stampa tradizionale, è che circa il 35 per cento dell’elettorato della francese Le Pen è di sinistra, ossia elettori che hanno la tessera del Partito comunista, che non solo votano per lei ma sono attivi e si dedicano volontariamente a far sì che diventi il prossimo presidente in Francia. Di tutto questo la sinistra è al corrente, ma tace. Non esistono più, oggi, la «destra» e la «sinistra», c’è una totale ristrutturazione nel panorama politico, con l’elitismo di una vecchia classe politica che si scambia le poltrone. Alla base di questi movimenti di protesta c’è il popolo, e adesso è in atto una «piccola» rivoluzione.
D. Farebbe una campagna elettorale per Grillo?
R. Se me lo chiedesse probabilmente sì. Ma forse anche per Silvio Berlusconi.
D. Che cosa pensa della politica italiana rispetto a quella Usa?
R. Quello che è importante capire è che in Usa c’è un’etica «protestante» del lavoro, dove chi si comporta bene con conseguenti guadagni viene premiato, mentre in Italia c’è un’etica del lavoro «cattolica» e discretamente comunista, nel senso chi nella vita ha guadagnato molto è quasi sempre considerato un «corrotto». Purtroppo questa visione distorta ha fatto sì che molte brave persone non si siano mai dedicate completamente al’impreditoria e alla finanza. Speriamo che il cambio epocale che stiamo vivendo veda una evoluzione anche del modo di affrontare le realtà quotidiane, dando maggiore voce al popolo nella politica, nell’economia reale e, perché no, nel nostro rapporto con il prossimo e con il Padre eterno.   

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