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Carceri brasiliane: detenuti con le chiavi delle celle

Un corridoio del carcere di Padova Un corridoio del carcere di Padova

Un sistema detentivo innovativo, quello sperimentato in Brasile da un gruppo di associazioni della società civile, le Apac, e adottato ufficialmente dal Governo brasiliano, ha avuto il pregio di abbattere il tasso di recidiva fino al 15 per cento dei «recuperandi», termine che ha sostituito «detenuti». Nato negli anni 70 da un’idea dell’italiano Mario Ottoboni, volontario in Brasile, il metodo, grazie al supporto della ong italiana Fondazione Avsi, si è esteso in più di 40 centri riconosciuti in Brasile ed è stato scelto dalla Commissione Europea e dalla World Bank. È un modello di recupero e una modalità alternativa di espiazione della pena, senza coinvolgimento della polizia penitenziaria: i «recuperandi» hanno le chiavi delle celle e sono responsabili della sicurezza e delle fughe, a partire dal riconoscimento da parte del condannato di aver sbagliato e di voler ricominciare. Il giudice individua i potenziali «recuperandi» e li segue durante l’attuazione. In Italia la Fondazione Avsi e la Cooperativa Giotto hanno promosso un incontro nella sede del Senato con i rappresentanti delle istituzioni e i fautori della metodologia Apac, nell’ambito del programma di cooperazione europeo con l’America Latina, EUROsociAL. Esemplare l’esempio padovano: e a Padova, appunto, è giunta una delegazione brasiliana composta dal magistrato Luis Carlo Resende, dal rappresentante dell’Apac Valdes Antonio Pereira (Associazioni di protezione e assistenza ai condannati) e da esponenti dell’Amministrazione penitenziaria, accompagnati da Nicola Boscoletto, presidente di Officina Giotto. Nel carcere padovano vige la semilibertà per i detenuti che non hanno compiuto reati gravissimi, che producono dolci «Giotto», biciclette, valigie, keys per la firma digitale, e lavorano ad un call-center che assiste l’ospedale della città.

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