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enrico varriale: ecco il mio «processo» ai mondiali di calcio di questo brasile 2014

Enrico Varriale Enrico Varriale

Non è tutto «verdeoro» quello che luccica. Soprattutto nei Mondiali 2014, dove il Brasile da una parte è rappresentato dal più noto e usato stereotipo, il calcio, dall’altro non lo è laddove gli investimenti per il rinnovamento brasiliano sono stati finalizzati solo alla coppa calcistica, a puntare i riflettori su un paventato benessere individuale, ad avallare un concetto di «Brasile pronto». Come non bastasse, dopo un’apnea che dura già da molto tempo - Rio de Janeiro un cantiere aperto, rivolte civili, disagi infrastrutturali, pacificazione forzosa di favelas -, questi Mondiali non saranno che l’inizio di una nuova era, quella olimpionica, che vede il Brasile nuovamente coinvolto a 360 gradi in attività sportive e promozionali verso le Olimpiadi del 2016, dimenticando i reali problemi della popolazione. Si tratta di un Paese povero e la presenza di forni di energia rinnovabile e di un prodotto interno in sviluppo non corrisponde alle rappresentazioni che di tutto ciò dà la popolazione. Ma poiché il calcio, come lo sport in genere, appartiene alle attività ludiche, e i Romani erano i primi a gettare nell’arena gladiatori e leoni e, fuori da considerazioni etiche, risultava uno spettacolo interessante, proviamo a verificare, con le parole di uno dei più grandi esperti di calcio in Italia, il conduttore televisivo Enrico Varriale, i limiti di questi Mondiali e dei nostri calciatori.
Domanda. I Mondiali, un’opportunità di crescita oltre che di rivolta: è così?
Risposta. Possono costituire una grande occasione per il Brasile, anche se la popolazione brasiliana in questo momento vive alcune contraddizioni. Una parte maggioritaria dell’opinione pubblica afferma addirittura di non volere il Mondiale, ma essendo il Brasile un Paese con un prodotto interno dei più positivi in un momento di crisi economica mondiale, potrebbe essere l’occasione per un ulteriore consolidamento di una crescita di un Paese straordinario il quale effettivamente - per quello che dice anche l’opinione pubblica brasiliana - potrebbe distribuire in maniera più equa le risorse generate dai due grandi eventi sportivi in programma.
D. Due eventi immensi, uno mondiale, l’altro olimpionico, a distanza di due anni e nello stesso Paese, che si aggiungono alla recente Giornata Mondiale della Gioventù in occasione della quale il neo-eletto  Papa faceva visita al Brasile: cosa ne pensa?
R. È qualcosa che nella mia memoria non ha precedenti. C’è un flusso di denaro, risorse, sponsorizzazioni e anche attenzione mediatica mondiale capaci di garantire in questo momento al Brasile un salto di qualità notevole. Quello che tutti dobbiamo auspicare è che tale salto non sia solo l’effetto di risorse economiche per alcune realtà consolidate che hanno avuto negli anni comunque dei vantaggi economici consistenti. Il Brasile è da sempre una terra di grandissime ricchezze e grandissima povertà: c’è sempre stata la convivenza tra i grandi patrimoni dei grandi ricchi di Copacabana ed Ipanema da un lato, e l’adiacente favelas della Rocinha dall’altro. Speriamo che questo mondiale possa servire non dico a ridurre le distanze, ma in qualche modo a distribuirle meglio; il Governo progressista di Dilma Rousseff potrebbe far sperare in una redistribuzione. È chiaro che le grandi manifestazioni sportive sono un’occasione, questo non solo in Brasile. Già l’anno scorso quando vi andammo per la Confederation Cup si vide bene che il Paese era in ritardo sotto l’aspetto infrastrutturale; ci auguriamo che possa recuperare in questo ultimo periodo e, soprattutto, offrire un quadro generale confortante anche per chi lavorerà alla riuscita dei giochi.
D. Esiste un gap infrastrutturale?
R. A giugno del 2013, quando andammo per la Confederation Cup, si avvertivano grandi mancanze dal punto di vista  delle infrastrutture dei trasporti e tecnologiche. La connessione 3G dava problemi; quest’anno hanno garantito la connessione 4G, ma sembra che non sarà così. È chiaro che tutti gli sforzi alla fine porteranno qualche risultato, ma a leggere le cronache sia per la realizzazione degli stadi, sia per il consenso popolare, non sono stati fatti grandi passi. Da questo punto di vista la preoccupazione è legittima. Ripeto, però, che le grandi opere si fanno ormai in tutti i Paesi del mondo quando vi sono i grandi eventi sportivi, quindi è da sperare che, avendo una combinazione senza precedenti come il 2014-2016 di Mondiali di calcio e Olimpiadi, qualcosa resti alla popolazione.
D. Senza vincitori né vinti?
R. Questa è un’utopia: credo che qualche vinto ci sarà sempre, speriamo solo non siano troppi e che ci sia una base di vincitori più ampia rispetto ai soliti che in queste operazioni si arricchiscono e hanno la possibilità di avere vantaggi in una realtà che avrebbe bisogno invece di una redistribuzione sia del reddito che delle possibilità di rendere più vivibile  aree di grande sofferenza sociale, perché le favelas di Rio ma anche altri parti del Paese sono sotto gli occhi di tutti.
D. Lei è stato in Sud Africa per la cronaca degli ultimi Mondiali. Differenze?
R. Quattro anni fa ho vissuto l’esperienza africana, soprattutto a Johannesburg dove si è svolto il ritiro della nazionale; oggettivamente il lascito è stato solo quello di stadi bellissimi e modernissimi, ma oltre a ciò la società sudafricana non ha avuto l’avanzamento che si aspettava. Speriamo che in Brasile, sfruttando il vantaggio di avere anche le Olimpiadi a Rio nel 2016, possa verificarsi un miglioramento per tutta la popolazione, soprattutto quella più sofferente.
D. Stiamo parlando solo di Rio, non del resto del Brasile. È come dire Europa: un insieme di mondi e culture differenti sebbene legate, che hanno problemi diversi e grandi gap anche all’interno.
R. Certo, il Brasile è un Paese-continente, ed è chiaro che ci sono zone tipo Amazzonia che hanno sicuramente altri problemi non risolvibili attraverso l’appello a questi grandi eventi. A Rio ci sarà il vantaggio di avere le Olimpiadi.
D. È un vantaggio?
R. Il vantaggio è che, per 4 anni, i riflettori sono puntati su questo tipo di realtà: oggi se in Brasile avviene un incidente sul lavoro in uno stadio, ne parla tutto il mondo, mentre fino a ieri se ne accorgevano in pochi. Da questo punto di vista anche la protesta trova un’eco e una risonanza normalmente assenti.
D. C’è anche molta violenza, sono aumentate le sparatorie, vi sono molte riappacificazioni nelle favelas ad opera della polizia, probabilmente strumentali, infine c’è questa fretta del Governo di muoversi. Che ne pensa?
R. È chiaro che il Governo deve gestire una situazione con gli occhi del mondo puntati addosso, e cerca di fare nel miglior modo possibile. È anche vero che anni di ritardi non si cancellano velocemente, e ciò porta ad avere un’accelerazione non solo nell’azione ma anche nel tipo di protesta, considerando perfino che, se è stato portato al Governo il partito di sinistra, la maggioranza dell’opinione pubblica brasiliana la pensa in un certo modo. È chiaro che il Brasile ha avuto una dittatura militare per molti anni e ciò genera forti resistenze imprenditoriali ed economiche, che oggettivamente fanno sentire un peso, ma credo e spero che Mondiali e Olimpiadi siano un’occasione utile per dare una maggiore equità sociale e la capacità di far crescere in generale un Paese straordinario.
D. Quali Mondiali ha vissuto da cronista e testimone?
R. Ne ho fatti 7, sono stato fisicamente in tutti i Paesi chiamati in causa: Italia 1990, Usa 1994, Francia 1998, Corea-Giappone 2002, ossia il primo mondiale abbinato con due Paesi vicini, Germania 2006 nel quale vi fu l’indimenticabile vittoria dell’Italia a Berlino, e nel 2010 il Sud Africa, un Mondiale sfortunatissimo per l’Italia che ne uscì al primo turno. Nel 2006 abbiamo vinto contro la Francia e siamo diventati campioni del mondo. Lo storico incontro Italia-Brasile avvenne in Spagna nel 1982, ancora non seguivo il Mondiale professionalmente.
D. Di questi quale ha dato una maggiore spinta economica?
R. Credo che nessuno alla fine abbia lasciato grandi strascichi economici: il Mondiale lascia solo i segni iniziali, ossia lo stadio. Il Paese che da questo punto di vista poteva avere la maggiore incidenza, perché partiva anche da basi più basse, era proprio il Sud Africa. Ha stadi bellissimi che in Italia sogniamo, ma  sono dedicati ai grandi eventi che solo per un periodo catalizzano l’attenzione e bruciano una serie di interessi e risorse, quindi lasciano una cattedrale nel deserto. Il caso brasiliano è diverso solo per l’abbinamento con le Olimpiadi 2016. Ricordo la Germania, oltreché per la nostra vittoria e per il fatto personale di essere stato uno dei pochi italiani ad aver toccato la Coppa del mondo, che portarono nel mio studio accanto allo spogliatoio dell’Olympiastadion di Berlino, anche perché dal punto di vista del sistema-Paese tedesco ha migliorato notevolmente le strutture sportive: ci sono stadi in Germania alimentati con pannelli fotovoltaici.
D. La Germania, essendo ricca, ha fatto di più; il Brasile, povero, fa rivolte.
R. Speriamo che queste portino a un risultato concreto per la gente: se solo si riuscisse a migliorare le condizioni di vita di una favelas il risultato sarebbe già significativo.
D. Crede che questi fondi saranno impiegati anche per scopi più elevati?
R. Me lo auguro. Credo che dal punto di vista del risultato sportivo una vittoria del Brasile placherebbe un po’ gli animi rivoltosi, perché poi ogni mondo è Paese e la vittoria sportiva dà la possibilità a ciascuno di vivere un momento di orgoglio. È più difficile però non cadere nella mera contingenza, che porta quelli che già hanno ricchezza ad essere più ricchi, e lascia gli altri più poveri. Guardando al passato, non c’è da aspettarsi molto.
D. Una perdita costituirebbe una frustrazione.
R. Sinceramente credo che il Brasile sia favoritissimo per il Mondiale, per ragioni innanzitutto tecniche perché è un’ottima squadra con un commissario tecnico molto saggio, Felipe Scolari, che ha allenato in Europa e quindi conosce bene le dinamiche del calcio europeo, che è il più evoluto dal punto di vista tattico. Molti calciatori brasiliani giocano in Europa e imparano. C’è anche la grande creatività e fantasia del calcio brasiliano che produce fenomeni a getto continuo. In più credo che il Brasile sia notoriamente la patria del pallone, c’è stata una letteratura sul Mondiale del 1950, perso nel «Maracanazinho» contro l’Uruguay in un sistema a gironi per cui bastava un pareggio al Brasile in quell’ultima partita per laurearsi campione del mondo. Non riesco ad immaginare la ripetizione di uno scenario del genere, ma il calcio è bello per la sua imprevedibilità, per non essere una scienza esatta.
D. Chi sono i candidati alla vittoria?
R. Io credo che i brasiliani stessi siano i favoriti. Ma poi, indiscutibilmente, c’è l’Argentina, squadra più forte anche tecnicamente del Brasile, ma che gioca fuori casa contro la sua più grande rivale. L’Argentina è una squadra che, soprattutto in attacco, ha grandi fenomeni, da Lionel Messi, il giocatore che più si avvicina a Diego Armando Maradona, a Kun Aguero, Gonzalo Higuain che gioca nel Napoli, Angel Di Maria che gioca nel Real Madrid. Una squadra forte a tal punto da permettersi il lusso di non convocare Carlos Tevez, uno dei protagonisti dello scudetto juventino. Quindi il Brasile è il favorito, con un grandissimo fantasista che è Neymar, del Barcellona, ma l’Argentina è la vera rivale. Tra le europee è molto forte la Germania. Poi c’è la Spagna, campione del mondo in carica. Immagino comunque che sarà un mondiale sudamericano.
D. Dal Papa al calcio, siamo circondati.
R. Papa Francesco è sinceramente amante del calcio, tifoso del San Lorenzo De Almagro, una squadra che spesso perde e che ha difficoltà, ma dei più popolari quartieri di Buenos Aires. Uno dei  primi atti di questo Papa è ricevere i tifosi del San Lorenzo come socio della squadra, e farsi dare la maglia.
D. Il calcio o la religione unisce?
R. Questa è la cosa straordinaria. La Rai fece una trasmissione sui Mondiali del ‘98 in Francia e fece vedere, al calcio d’inizio della finale, cosa si faceva in oltre 200 Paesi: dall’Alaska al deserto del Sud Africa, alla Tanzania, si stava guardando la partita. Non c’è cosa più unificante del pallone. Le Olimpiadi, fenomeno più universale, non hanno la stessa capacità di catalizzare l’interesse del mondo, pochi eventi sono in grado di fermare il tempo come il calcio. E un Papa, calato profondamente nella realtà che lo circonda e che si pone allo stesso livello della gente, non può non essere tifoso e rendersi partecipe.
D. Cosa dice dell’Italia?
R. È un discorso molto legato alla prima partita: battere l’Inghilterra in Amazzonia, a Manaus, il 14 giugno, metterebbe il mondiale in discesa. Nel girone fronteggiamo anche il Costa Rica e l’Uruguay, e credo che questo sarà un Mondiale in cui le squadre sudamericane vivranno da protagoniste. La squadra italiana mi sembra nel complesso la migliore del momento per il calcio italiano, un calcio che nel ranking dell’Uefa è al quinto posto, cioè in Europa siamo dietro a Inghilterra, Spagna, Germania e Portogallo. Aggiungiamoci Argentina, Brasile e Uruguay e abbiamo la misura del rischio che corriamo. Anche nel 2006, in pieno scandalo Calciopoli, nessuno pensava che potessimo vincere il Mondiale, quindi nel calcio non si può mai dire. Siamo una squadra di tradizione, di esperienza e anche di grande malizia tattica. La qualità dei nostri mediamente è buona nel senso che abbiamo alcune individualità valide, il problema è che abbiamo pochi giovani che sono emersi, mentre i due giocatori di caratura internazionale - Gianluigi Buffon e Andrea Pirlo, già campioni del mondo nel 2006 - sono abbastanza avanti negli anni. Il grande giocatore su cui si farà affidamento è Mario Balotelli che merita un discorso a sé, con grandissime potenzialità spesso inespresse in quanto ancora irrisolto, credo anche sul piano umano. Balotelli era il figlio di due ghanesi che l’hanno abbandonato all’età di tre anni a Palermo, è stato adottato da una famiglia di Brescia, dove ha vissuto e assunto il cognome dei genitori adottivi: sarebbe una bellissima storia, un’Italia trascinata da Balotelli al Mondiale, la prova provata che la nuova Italia, e cioè l’Italia anche degli emigrati, si può fare.
D. I brasiliani giocano meglio?
R. In termini tecnici e calcistici dal punto di vista della base loro sono tanti, è come fare una selezione di tutti i giocatori più forti in Europa, in più lì c’è la capacità di far crescere i giocatori con una grandissima fantasia: giocano a pallone da quando sono piccoli, sulle spiagge, nelle favelas, in mezzo alla strada, e quindi sono liberi, sono meno polli di allevamento. La cosa che negli anni gli ha fatto fare il salto di qualità è che molti di questi giocano in Europa, dove hanno anche appreso capacità tattica, malizia,  gestione di una partita all’europea.
D. Perché giocare in casa è sempre più vantaggioso? Per il tifo?
R. È fuori discussione che c’è interesse che vada avanti il Paese ospitante.
D. Che però adesso fa protesta, una protesta dal nome «O gigante acordou», il gigante si è svegliato.
R. Il calcio è importante ma c’è qualcosa più importante. Le grandi proteste di piazza spaventano, ma il calcio ha anche una funzione educativa nonché «soporifera», perché se c’è una cosa che può sopire la protesta è la vittoria del Brasile. Se perdesse, avremmo la prova dell’imprevedibilità del calcio e l’imprevedibilità delle reazioni, dal punto di vista dell’ordine pubblico e del sociale.
D. E le Olimpiadi?
R. Per le Olimpiadi è necessaria una relativa pace sociale perché, mentre nel calcio si costruiscono una serie di stadi in tante città, nelle Olimpiadi si tratta di creare decine di impianti solo a Rio: palazzetto dello sport, strutture per il basket, la vela, l’atletica. Inoltre non sono sentite come il calcio.
D. A cosa si deve la doppietta Mondiali-Olimpiadi? Un volano per far soldi?
R. Perché il Brasile in questo momento ha gli argomenti giusti per convincere chi volesse investire risorse e soldi, e oggi tutti le maggiori manifestazioni finiscono dove vi è una possibilità di garantire maggiore sviluppo. I mega sponsor di questi eventi sono Coca-Cola, Mastercard e simili, cioè i grandi marchi mondiali che vanno dove ci sono i soldi. Il prossimo sarà in Russia, non è un caso, e il successivo nel Qatar, che dal punto di vista del pallone non ha ragione d’essere giacché il Mondiale si gioca in piena estate e nel Qatar devono attrezzare stadi climatizzati per il caldo, partite indoor  che nel calcio è un’alternativa mai verificatasi: il Mondiale diventa un ulteriore volano per fare soldi.
D. Che perda o vinca il Brasile, pensa che tutti questi lavori saranno utili?
R. Questa è la vera domanda, però ignoro la risposta. La vittoria, da quel punto di vista, è imprevedibile.
D. Comunque sarà un successo, o no?
R. Non mi sento di dirlo viste le precedenti esperienze. L’augurio è che alla fine tutto l’afflusso di soldi, interessi e riflettori accesi, in realtà possa servire.
D. Ci saranno problemi di vario tipo,  quasi un disturbo post traumatico da stress.
R. Lo stress si trova in tutte le parti del mondo, noi abbiamo avuto i Mondiali del 1990, un’esperienza allucinante che non ci ha lasciato nulla di buono, solo molto stress.   

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