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il comitato popolare dei megaeventi denuncia il governo brasiliano: tutte le azioni illegittime, una per una

Polizia per le strade di Rio de Janeiro e una  manifestante avvolta dalla bandiera brasiliana Polizia per le strade di Rio de Janeiro e una manifestante avvolta dalla bandiera brasiliana

Chiude con questa quinta ed ultima parte il nostro servizio basato sul Dossier che il Comitato popolare della Coppa e delle Olimpiadi di Rio de Janeiro ha pubblicato a giugno del 2014. Dopo aver affrontato i molteplici temi - dalle rimozioni forzate delle comunità dalle proprie residenze, agli scandali dei trasporti e della mobilità, agli sprechi pubblici, alla mercantilizzazione e alla speculazione di pochi, all’elitarismo, alla sottoposizione di tutte le minoranze, soprattutto povere e vulnerabili, ad eventi ludici e, ciò che è peggio, ai giochi di pochi imprenditori e molti politici. Con l’uso della forza pubblica. Ecco cosa ha fatto il Comitato popolare di Rio (www.comitepopulario.wordpress.com).   

Iniziative di resistenza del comitato popolare dei mondiali e delle olimpiadi
Amarzo del 2010 è nato il Comitato popolare dei Mondiali e delle Olimpiadi, nell’ambito del Forum sociale urbano: un insieme di organizzazioni e movimenti popolari si era riunito al fine di attivare strategie per affrontare il modello di politica urbana che si stava sviluppando a Rio de Janeiro, rivolto alla costruzione dell’immagine globale della città in vista della Coppa delle Confederazioni 2013, Mondiali 2014, Olimpiadi 2016. Il medesimo modello era stato impiegato nelle altre città già sede di grandi eventi sportivi, come Atene, Città del Capo, Johannesburg, Pechino, e avendo ad esempio il caso propagandato di trasformazioni urbane di Barcellona per le Olimpiadi 1992.
Per contrapporsi al modello e denunciare le varie violazioni praticate in nome dei megaeventi a Rio - esposte nel Dossier di questo Comitato che Specchio Economico ha tradotto e semplificato in questi ultimi mesi - e le altre praticate in tutte le città-sedi dei Mondiali 2014, movimenti sociali, associazioni, istituzioni accademiche, gruppi popolari, e tutti coloro che sono stati colpiti dalle azioni arbitrarie perpetrate si sono mobilitati per resistere ai processi di mercantilizzazione della città e fare pressione al fine di stabilire una discussione ampia e democratica riguardo a ciò che debba essere la vera portata di siffatti eventi.
In questo senso, il Comitato popolare di Rio ha svolto riunioni plenarie periodiche, tenuto corsi di formazione per movimenti popolari, prodotto produzione di materiale informativo, divulgato denunce e realizzato manifestazioni pubbliche. Tra il 2011 e il 2013 sono state compiute molte attività, principalmente volte a denunciare le violazioni dei diritti. Molte le mobilitazioni per le strade del centro di Rio de Janeiro che hanno coinvolto i rappresentanti dei movimenti sociali e delle comunità interessate. Sono state presentate denunce alle Nazioni Unite per le violazioni del diritto alla casa, realizzate o minacciate, la maggior parte delle quali rimaste senza risposta. La Procuradoria regional dos Direitos do Cidadão (PRDC/RJ) ha presentato al Ministero pubblico statale e al Segretario de Habitação della prefettura di Rio, Jorge Bittar, video e denunce sulla crudeltà delle azioni compiute nella espulsione dei cittadini dalle loro case, l’assenza di accesso alle informazioni dei progetti, l’insufficienza degli indennizzi rispetto ai diritti espropriati, le riassegnazioni di case distanti oltre 60 chilometri rispetto al luogo di origine, le violazioni della legge organica municipale e della stessa Costituzione. Il segretario Bittar ammetteva in quella sede che potevano essersi verificati degli eccessi e delle arbitrarietà ad opera dei funzionari delle prefetture, ma non rispondeva alle denunce.
Il 30 luglio 2011 si riunivano a Rio più di 700 persone per manifestare con l’azione «Pensate che la Coppa è nostra?», l’11 novembre veniva consegnata una lettera ai membri del Comitato olimpico internazionale (Coi), il 25 novembre si teneva un dibattito pubblico «Coppa: passione, sport e affari» nella sede dell’Associazione brasiliana della stampa (Abi) con il giornalista Juca Kfouri, l’urbanista Eminia Maricato e lo scrittore e storico Luiz Antonio Simas, con la moderazione di Mendes Brito, abitante di Vila Autodromo; l’evento ebbe una notevole eco, con la partecipazione di 300 persone. Il 26 novembre si manifestava nella Fiera internazionale Soccerex, che riunisce imprenditori ed ex giocatori di calcio nel mondo.
Il 24 e 25 novembre si teneva un corso di formazione per gruppi popolari, il 3 dicembre la manifestazione «Il Maracanã è nostro», più avanti note, azioni, manifestazioni, riunioni, note di ripudio (quella dell’8 marzo 2012 ad esempio contro l’approvazione della legge generale della Coppa nella Commissione speciale della Camera), ammonizioni dell’Onu, proteste, il «grido degli esclusi» (la diciottesima edizione, quella del 7 settembre, aveva come tema «Vogliamo uno Stato al servizio della nazione, che garantisca i diritti a tutta la popolazione!», mobilitazione in centro a Rio de Janeiro), diffusione di video (come quello intitolato: «Persone prima del lucro!» realizzato dall’organizzazione Witness, partner del Comitato popolare dei Mondiali e delle Olimpiadi) come di album di figurine (è il caso dell’album «Il Maracanã è nostro!), presentazioni e un continuo di iniziative a goccia cinese.

Proposte del comitato popolare dei mondiali e delle olimpiadi
Il Comitato popolare di Rio rafforza con azioni di mobilitazione tutti i diritti che sono violati, di cui si è già parlato. Il diritto alla casa, al trasporto pubblico di qualità, all’educazione, alla salute, all’arte, alla cultura, all’igiene basica, a un ambiente salutare, allo sport e al tempo libero della popolazione non possono essere compromessi in nome dei megaeventi sportivi. Chiede che le decisioni sui progetti e le opere da realizzarsi nella città, con i fondi pubblici e con la modifica di norme, siano definite considerando le necessità e le priorità della popolazione e le politiche pubbliche e la pianificazione statale, in spazi democratici e non motivate da interessi ristretti di gruppi imprenditoriali, immobiliari, di costruzione, di intrattenimento o altri, in negoziazioni private.
Ciò implica rendere disponibili al pubblico i progetti e i documenti perché lo Stato si impegni alla realizzazione dei megaventi attraverso un dibattito, «prima» che le decisioni siano prese, garantendo la partecipazione della popolazione interessata, ossia, in locali e orari accessibili ai lavoratori. Implica il rispetto della legislazione federale, statale e municipale nella realizzazione di studi di impatto ambientale e di impatto di vicinanza, includendo negli studi, come prevede la legislazione, aspetti urbani, socioeconomici, storici e culturali della società locale. Implica la presentazione di alternative, e non proposte uniche, che considerino i minori costi sociali e i maggiori risultati per la società. Implica la presentazione dei conti alla società rispetto alle decisioni prese, che rispondano alle rivendicazioni e alle denunce presentate nelle udienze pubbliche.
Gli investimenti pubblici nella città devono promuovere il «diritto alla città», e non la sua elitarizzazione e mercantilizzazione. Mentre alla popolazione di basso reddito non è nemmeno riconosciuto il diritto al possesso della terra, i fondi pubblici sono destinati agli investimenti infrastrutturali privilegiando quartieri di classe media e alta, ampliando la concentrazione privata del terreno e garantendo la grande valorizzazione del patrimonio privato dei proprietari con alto reddito e speculatori immobiliari. I costi avuti e previsti per i megaeventi rivelano il grande volume di fondi pubblici investiti nella città, e per il Comitato popolare di Rio essi devono essere impiegati per realizzare il diritto alla casa e alla città.
Devono essere date garanzie per i diritti al lavoro e dei lavoratori, e remunerazioni adeguate, sicurezza, uguaglianza di opportunità, condizioni di salute, riposo, ferie, tempo libero, e la maggior parte dei diritti assicurati dalle convenzioni internazionali sottoscritte dal Brasile, e presenti nella legislazione nazionale. Devono anche essere garantiti i diritti dei lavoratori ad organizzarsi in scioperi e manifestazioni, e devono essere riconosciute le giuste rivendicazioni dei lavoratori. L’urgenza nell’esecuzione delle opere per i megaeventi non può essere una scusa per precarizzare il lavoratore, soprattutto considerando l’enorme esborso pubblico e gli eccessivi lucri privati. A nessun lavoratore può essere impedito di svolgere il proprio lavoro a causa di tali eventi.
Deve essere tutelato il diritto all’accesso e all’uso di spazi pubblici da parte della popolazione per la pratica di attività culturali e tradizionali, deve essere riconosciuto il commercio popolare (mercati e bancarelle) nelle strade come  pratica tradizionale e strumento di lavoro, dev’essere garantito il diritto alla libera manifestazione durante i megaeventi, gli spazi pubblici e le aree commerciali non possono esser retti da interessi privati né monopolizzati in tal senso, la sicurezza pubblica non può essere privatizzata né impiegata per reprimere manifestazioni popolari legittime o garantire spazi segregati per interessi e lucri privati.
Il Comitato popolare prosegue, dando rilievo ai diritti relativi all’accesso ai mezzi tecnici e giuridici per l’esercizio dei propri diritti, ossia l’accesso all’informazione e la garanzia pubblica della difesa. Nel caso fosse dimostrata pubblicamente e democraticamente la reale necessità degli espropri, considerata la necessità sociale delle opere specifiche nell’ambito di maggiori politiche statali, devono comunque essere garantiti il diritto alla casa, alla città, e alla riparazione dei danni causati alle persone interessate. Inoltre devono essere garantiti i diritti del cittadino anche all’interno degli stadi costruiti o ristrutturati, ossia l’accesso e la possibilità di svolgere attività di vario tipo.

Violazioni dei diritti umani dal punto di vista del diritto internazionale
Lo Stato brasiliano nel corso del tempo ha firmato trattati e patti internazionali e preso impegni con altre nazioni attente ai temi dei diritti umani. La Costituzione brasiliana enfatizza la primazia della legislazione sui diritti umani e la competenza del Governo federale a regolamentare la materia in relazione al diritto agrario, al diritto urbanistico, e all’esecuzione di politiche pubbliche fondiarie urbane e rurali, ponendo alla base il diritto di proprietà e la correlata funzione sociale. Oltre a ciò, i cittadini brasiliani sono soggetti di diritto internazionale legittimati ad agire per la promozione e il rispetto dei diritti umani dinnanzi alle autorità giudiziarie internazionali.
Il diritto al possesso della terra è così posto al centro del diritto alla casa, perché senza tale sicurezza il cittadino è minacciato nella sua stabilità e può essere assoggettato a esproprio e ad ogni altra forma di perdita di possesso. La Campagna delle Nazioni Unite per la sicurezza del possesso riconosce quest’ultima come un tema complesso; infatti, essa deriva da un congiunto di norme che regolano il diritto all’accesso e uso della terra e della proprietà, e dall’esecutabilità di tale diritto. Il possesso può essere minacciato da norme costituzionali e legali, norme sociali, valori culturali e anche dalle preferenze individuali.
Ossia, una famiglia o una persona avranno la sicurezza della terra solo se protetti da una rimozione involontaria, salvo che in circostanze eccezionali, e attraverso l’uso di un diritto conosciuto e azionabile, l’accesso allo stesso e alla sua conoscenza, il quale deve essere oggettivo, applicato con uguaglianza, contestabile e indipendente. Le circostanze eccezionali–specifica il documento delle Nazioni Unite–devono includere situazioni in cui siano minacciate la sicurezza fisica della vita e della proprietà, o quando le persone che subiscono l’esproprio si siano impossessati del terreno contestato mediante forza o intimidazione.
Il Brasile è firmatario della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, il Patto internazionale dei diritti sociali, economici e culturali del 1986, il Patto internazionale dei diritti civili e politici del 1966, la Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 1965, la Dichiarazione sulla razza e il pregiudizio razziale del 1978, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro la donna del 1979, la Convenzione sui diritti dei bambini del 1989, la Dichiarazione sugli insediamenti umani di Vancouver del 1976, l’Agenda 21 sul medio ambiente e lo sviluppo del 1992, l’Agenda Habitat del 1996, la Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro del 1989, la Dichiarazione americana dei diritti e dei doveri dell’uomo del 1948, la Convenzione americana dei diritti umani del 1969. Inoltre, il Brasile riconosce la competenza della Corte interamericana dei diritti umani.
Nel caso di Rio secondo il Comitato in questione è possibile constatare che il potere pubblico municipale considera irrilevante il possesso dei «moradores» (abitanti) colpiti dalle rimozioni coatte e dislocamenti. Nella maggior parte delle volte, il fatto che il «morador» ha esercitato il possesso sulla terra per oltre 40 anni non è stato tenuto in considerazione né per l’esproprio né per l’indennizzo non corrisposto. Tanto ciò è vero che il Comune in alcuni casi ha attivato procedimenti giudiziali di espropriazione per interesse pubblico solo in funzione di un’attribuzione del terreno in oggetto a progetti imprenditoriali. Al «morador-possessore» non resta che essere indennizzato per miglioramenti ma senza alcuna possibilità di esercitare il diritto alla casa nel luogo in cui risiede. Così, chi risulta beneficiario di un indennizzo per l’esproprio è il proprietario, ossia colui il cui nome figura nel registro degli immobili, sebbene non si è curato per lungo tempo dello stato del suo terreno e non detiene il possesso di fatto. Seguendo questa logica, il «morador» che risiede nell’immobile da molto tempo, e che vi ha formato una famiglia, è visto ora come un invasore privo di diritti.
 Eppure tali persone, rimosse dalle proprie abitazioni di lunga data, hanno a favore le norme delle leggi brasiliane e internazionali: il possesso, sebbene  senza titolo, genera diritti e obbligazioni. Nei termini internazionali le espulsioni non sono ammesse e  costituiscono, nei patti di cui il Brasile è firmatario, gravi violazioni dei diritti umani,  anche laddove sono effettuate sulla base  di decisioni amministrative o giudiziali fondate su legislazione nazionale, incompatibile con le regole internazionali. Ossia nei casi occorsi a Rio de Janeiro. Si rende perciò necessaria la predisposizione di una tutela per le famiglie e gli individui cacciati, e soprattutto l’uso di un principio preventivo che tenga alla larga da azioni irriversibili e dannose, e che coinvolgano poveri e gruppi vulnerabili.    
La Corte interamericana dei diritti dell’uomo considera le espulsioni forzate una violazione degli articoli 11 e 21 della Convenzione interamericana dei diritti umani ed una violazione dell’articolo 26. Inoltre, ha interpretato il contenuto della proibizione delle espulsioni anche attraverso altre norme internazionali, come la Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro. Come accaduto a Rio de Janeiro, le rimozioni coatte sono state effettuate in funzione della realizzazione di opere imprenditoriali finalizzate ai megaeventi sportivi previsti nella città.
Nel documento «Principi basici e direttive sulle espulsioni e i dislocamenti generati dallo sviluppo», il relatore Miloom Kothari spiega: tutte le informazioni del progetto devono essere messe a disposizione con anticipo, nella lingua e nel dialetto delle persone che saranno colpite dalle azioni forzose, in linguaggio accessibile e utilizzando riferimenti comunitari; i portatori di interessi hanno il diritto ad una consulenza indipendente che discuta ed elabori progetti alternativi. È raccomandato che esistano fonti di finanziamento al fine di sviluppare i suddetti studi alternativi, possibilmente anche accordi e dibattiti con università. Tutti e tutte devono poter parlare ed essere ascoltati, senza alcun tipo di intimidazione e con rispetto delle norme di espressione delle comunità interessate. È richiesta la valutazione dell’impatto del progetto, e con essa la mappatura di tutte le zone che saranno colpite dallo stesso direttamente o indirettamente, identificando soprattutto i gruppi più vulnerabili della popolazione; al fine di tale valutazione, devono essere stabiliti criteri chiari, e non deve essere preso come punto centrale solo l’aspetto meramente economico dell’impatto ma si debbono anche considerare gli aspetti sociali e culturali, nonché le condizioni di convivenza pre-esistenti.
L’inevitabilità della rimozione deve essere dimostrata con studi di impatto. L’autorità responsabile deve notificare alla popolazione la decisione finale relativa alla rimozione, giustificata dettagliatamente anche con riguardo all’assenza di alternative fattibili, alle alternative proposte ed esposte in modo completo, e alle misure prese o previste per minimizzare gli effetti negativi delle rimozioni se non vi fossero altre alternative. Si deve dare modo alla popolazione di difendersi anche giudizialmente e deve essere fornita assistenza giudiziaria gratuita se necessario. Devono essere indicati il luogo e le condizioni perché i residenti si preparino per il giorno dell’esproprio, e alla comunità va dato il tempo utile a preparare l’inventario dei propri beni e dei diritti colpiti, con un preavviso di almeno 90 giorni, o il tempo necessario che arrechi meno pregiudizio alle famiglie. La data fissata per la rimozione deve essere rispettata, così come le condizioni minime per il trasferimento.  

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