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fabio porta: l’associazione di amicizia italia-brasile e' utile ai due paesi per stringere amicizia in maniera concreta

L’onorevole Fabio Porta, presidente dell’Associazione Amicizia Italia-Brasile L’onorevole Fabio Porta, presidente dell’Associazione Amicizia Italia-Brasile

Premessa: il Brasile e l’Italia sono legati da solidi legami di amicizia consolidati nel corso dei secoli. Il contributo dato dagli italiani alla formazione della nazione brasiliana è un fatto storico che si rappresenta sinteticamente nella semplice constatazione che ben circa trentacinque milioni di brasiliani sono da considerarsi italo-discendenti. I legami con la cultura italiana in Brasile e l’attenzione verso la cultura brasiliana in Italia sono un fatto acquisito che lega intimamente i due Paesi in un flusso continuo di scambi culturali, economici, sociali. Tra le istituzioni democratiche dei due Paesi esistono forti vincoli di amicizia e proficui rapporti di collaborazione, rafforzatisi negli ultimi anni grazie alla presenza nel Parlamento italiano di rappresentanti eletti residenti in Brasile e all’esistenza di un accordo di cooperazione tra le due Camere dei Deputati operativo attraverso un’apposita Commissione bilaterale. È stata approfondita, nel numero di febbraio di Specchio Economico, nell’intervista all’onorevole Marina Sereni, vicepresidente della Camera dei Deputati, la conoscenza del ruolo della Commissione di collaborazione parlamentare italo-brasiliana da lei presieduta.
Di essa fa parte anche il siciliano Fabio Porta che, convinto che «esistono ancora ampi spazi inesplorati di opportunità che possono e devono essere favoriti ed incentivati», e che «troppo spesso la conoscenza del Brasile in Italia e viceversa è superficiale e influenzata da vecchi stereotipi che mal favoriscono lo sviluppo di effettive iniziative di collaborazione basate su solide fondamenta», ha fondato l’Associazione d’amicizia Italia-Brasile, con l’intento di «coagulare le migliori forze ed energie imprenditoriali, politiche e sociali», per poter essere un punto di riferimento istituzionale per lo sviluppo e il consolidamento delle relazioni e delle opportunità tra i due Paesi. «Non sempre i circuiti di relazione sono adeguati e idonei: a volte gli stessi rapporti istituzionali risentono di un’insufficiente conoscenza politica delle rispettive realtà e spesso le aziende italiane rischiano di arenarsi in situazioni di dubbia consistenza correndo rischi eccessivi e non cogliendo le opportunità offerte dal mercato–spiega Porta–. Al di là delle formali esternazioni di simpatia reciproca e di amicizia tra i due Paesi, si deve constatare che esiste una grande ignoranza sulle reciproche opportunità: se da un lato gli italiani non conoscono il Brasile, dall’altro i brasiliani non conoscono l’Italia».
Giunto a Roma come dirigente nazionale dell’Azione cattolica italiana, servizio civile nella Uil dove si è dall’inizio occupato di emigrazione ed immigrazione nel patronato e nell’Istituto internazionale di cooperazione della Uil «Progetto Sud», Porta nel 1995 si trasferisce in Brasile per costruire una rete di formatori sindacali, coordinando un progetto di cooperazione dello sviluppo del Ministero degli Esteri; dal 1999 è presidente del patronato Ital-Uil in Brasile e coordinatore dell’Unione italiani nel mondo in Sudamerica. Nel 2004 è eletto nel Comites (Comitato degli italiani all’estero) di San Paolo, divenendone vicepresidente, e nel 2008 è eletto nelle liste del Partito democratico come deputato al Parlamento italiano per la Circoscrizione Estero (ripartizione America Meridionale); è attualmente membro della Commissione Affari esteri e presidente di un Comitato della Camera dei deputati che si occupa di italiani nel mondo e promozione del sistema Paese.
Domanda. Come nasce l’Associazione Amicizia Italia-Brasile?
Risposta. Sono da quasi 5 anni presidente dell’Associazione, nata su mia iniziativa per mettere a disposizione il mio incarico istituzionale e parlamentare a favore delle relazioni tra i due Paesi le quali, a mio parere, sono molto al di sotto delle loro potenzialità: potremmo sviluppare molto di più in termini culturali, commerciali, politici con un Paese come il Brasile, mentre facciamo solo il 10 per cento di quanto potremmo fare. L’associazione è nata come strumento per risvegliare, valorizzare e sensibilizzare le imprese, le istituzioni, le università, i giovani, per conoscere ancora di più il Brasile ma anche perché il Brasile conosca di più l’Italia, Paesi complementari e speculari, e nella maniera più corretta possibile.
D. È un’associazione che nasce al di fuori dal Parlamento e dalle istituzioni?
R. Sì, ho voluto che fosse un’associazione privata, non riceve fondi pubblici e non ha nessun rapporto organico con il Parlamento. Esistono gruppi di amicizia parlamentari, ad esempio Italia-Brasile, Italia-Spagna, Italia-Uruguay, ma volevo fare qualcosa che si rivolgesse a tutti e che andasse al di là della legislatura, comunque mettendo a disposizione dell’associazione il mio ruolo di parlamentare e a prescindere dal fatto che io aderisca al Partito democratico: nel rapporto Italia-Brasile credo che tutti i partiti debbano essere impegnati indistintamente, ed è per questo che l’associazione si rivolge a tutti.
D. Qual è il rapporto che vi lega alle ambasciate?
R. Lavoriamo molto a contatto con esse proprio perché crediamo che la nostra associazione possa essere uno strumento impiegato anche in campo diplomatico per migliorare i rapporti.
D. Probabilmente il vostro è uno strumento più snello, proprio in quanto non diplomatico?
R. Questa è la risposta che diamo a chi ci chiede: «Perché quest’associazione se c’è già l’Ambasciata, e c’è già l’Ice?». Un’associazione è uno strumento molto più semplice, veloce e snello, e meno burocratico; sebbene non abbiamo le risorse e le strutture che hanno i grandi enti, dalla nostra abbiamo la vivacità e la leggerezza di una forma associativa privata.
D. Dove attingete i fondi per operare?
R. Dalle iscrizioni: come tutte le associazioni la nostra è mantenuta dai soci, persone fisiche e giuridiche. Alle società si chiede un sostegno maggiore anche in proporzione alle loro dimensioni. Questo ci serve per affrontare una base di spese quali l’affitto della sede - che è nel Rione Monti di Roma -, la retribuzione di una persona in segreteria, le nostre iniziative. Cerchiamo di avere costi bassi perché non abbiamo altra fonte di entrata.
D. Servizi e vantaggi dati ai soci?
R. Il vantaggio è quello di fare parte di una squadra che consente al socio di avere un rapporto più solido e di contatto con il Brasile e con i suoi attori politici, sociali, istituzionali, imprenditoriali, non affidandosi soltanto alle solite istituzioni burocratiche e avendo l’opportunità di instaurare, tramite l’associazione, un rapporto più flessibile, più diretto e più modellabile a seconda delle esigenze. Un’altra funzione riguarda soprattutto le aziende più grandi, le quali hanno bisogno di un ottimo rapporto tra i due Paesi per consolidare la propria presenza nel territorio dell’altro: se i rapporti Italia-Brasile si deteriorano dal punto di vista politico, ciò si trasferisce immediatamente con ripercussioni negative su chi fa affari in Brasile. Abbiamo avuto riprova che il lavoro della nostra associazione, volto a creare un contesto e un ambiente favorevoli anche allo svolgimento e al consolidamento degli affari tra i due Paesi, è utile sia alla piccola azienda, che senza l’associazione non avrebbe maniera di affacciarsi in un Paese così grande e lontano, sia alla grande impresa, che se anche ha gli strumenti per dialogare, trae comunque beneficio dal nostro quotidiano scambio con il Brasile, anche a livello istituzionale, al fine di rendere questo rapporto sempre più forte.
D. Ormai tutti vanno in Brasile, dal singolo alle imprese, ma i brasiliani vengono in Italia o ne fuggono?
R. Vedo che c’è anche un «viceversa», ma andrebbe più seguito e incentivato. Il brasiliano viene sempre di più in Italia, anche avendo a mente i dati dell’Enit che documentano negli ultimi anni un aumento esponenziale del turismo brasiliano da noi. Non è un dato casuale. In Brasile oggi vivono più di 36 milioni di italo-brasiliani, è il più grande Paese al mondo in termini di oriundi e discendenti di italiani. Questo universo è fatto di persone, tantissimi imprenditori, professionisti e persone dall’alto potere acquisitivo, che in Italia hanno le proprie radici; l’imprenditore brasiliano dal sangue italiano che ha anche la cittadinanza italiana investe più facilmente in Italia. Il nostro Paese non solo non ha mai valorizzato questo legame ma, con specifico riferimento alla cittadinanza, l’ha ritenuto un ostacolo e un problema, non una risorsa.
D. C’è rigidità nell’emissione di passaporti italiani per i brasiliani?
R. I brasiliani che hanno origine italiana potenzialmente possono acquisire la doppia cittadinanza Italia-Brasile e avere due passaporti. Che ci sia rigidità è giusto, non che ci sia addirittura un pregiudizio e un preconcetto negativo. Non si è ancora capito che oggi sono più gli italiani che vanno in Brasile a cercare lavoro che non viceversa, e in questo momento chi ha avuto da guadagnare dal rapporto Italia-Brasile è stata l’Italia, che ha vissuto più di un decennio di crisi mentre il Brasile cresceva, e cresce. Intensificare il rapporto, far venire in Italia i brasiliani, valorizzare anche quei brasiliani che hanno origine o cittadinanza italiana è più utile per noi che per loro. Il Brasile senza l’Italia sopravvive lo stesso, mentre noi in questo momento abbiamo bisogno non solo del Brasile, ma della Cina, degli Stati Uniti, di tutti.
D. Per quanto riguarda i rapporti diplomatici, si sta sbloccando il caso Battisti che li ha in un certo senso congelati: la sentenza del giudice federale Adverci Rates Mendes de Abreu ha revocato il permesso di soggiorno all’ex terrorista, che la Corte costituzionale brasiliana e il presidente della Repubblica avevano concesso. Cosa ne pensa?
R. Ci sono notizie dell’ultima ora: Battisti potrebbe essere espulso da un momento all’altro dal Brasile perché vive in una condizione di clandestinità, avendo anche falsificato il proprio passaporto per entrare nel Paese. Mi sono occupato personalmente della polemica insorta quando il Brasile aveva negato l’estradizione, svolsi una missione ufficiale a Brasilia insieme all’allora vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, per chiedere e spiegare ai parlamentari brasiliani i motivi per cui per noi era importante che il Brasile estradasse Battisti, che questa decisione era stata assunta anche da tutto il Parlamento italiano, e che avevano preso un abbaglio perché Battisti non doveva nemmeno essere considerato un rifugiato politico essendo in realtà un delinquente del brigantismo rosso, condannato per aver commesso degli omicidi. Ora si parla della sua espulsione dal Brasile, non di estradizione, ossia non tornerà in Italia ma sarà inviato in Francia o in Messico: credo che questo sia comunque un segnale positivo nei rapporti tra i nostri Paesi perché vorrebbe dire che il Brasile, nonostante tutto ciò che è stato detto in Italia, ha una magistratura seria.
D. A proposito di rei, vi state occupando, in Parlamento con l’onorevole Sereni e privatamente attraverso l’Associazione d’amicizia Italia-Brasile, di trasferimento detenuti e delle carceri. Con quali idee?
R. Abbiamo già approvato alla Camera una proposta di legge e di ratifica di un accordo tra Italia e Brasile sul trasferimento dei detenuti, per poter inviare i brasiliani che sono nelle nostre carceri a scontare la pena in Brasile, ma anche viceversa: ricevere gli italiani che scontano la pena nelle carceri in Brasile. È innanzitutto uno svuota carceri notevole perché abbiamo alcune migliaia di detenuti brasiliani in Italia. È vero inoltre che in Brasile gli italiani sono meno, ma di fronte agli elevati costi che rappresenta un detenuto italiano all’estero, dovendo noi garantire visite e assistenze consolari, l’accordo semplifica le relazioni tra i due Paesi, ed è un accordo di civiltà. Di solito gli italiani detenuti in Brasile e nel Sud America erano lì in vacanza e hanno commesso reati, o sono divenuti illegali dopo la scadenza di un visto. Solitamente si tratta di reati legati alla droga o prostituzione.
D. L’Associazione d’amicizia italo-brasiliana si sta occupando di far giungere la cultura e la lingua italiana in Brasile, proprio dove, in realtà, l’istruzione basica manca quasi completamente, oltre alla sanità, altro tema scottante soprattutto in seguito alle ingenti, immense spese affrontate dal precedente Governo Dilma e da questo attuale, nel quale è stata riconfermata presidentessa per i megaeventi di questi anni. Cosa può dire?
R. I megaeventi hanno fatto emergere di più questa contraddizione: ha ragione chi, vedendo tanti soldi spesi per un grande evento, deve fare la fila in ospedale, e non ha un servizio pubblico decente per andare al lavoro. Del resto io ho detto e scritto che bisogna anche leggere le proteste giuste della gente brasiliana con più chiavi di lettura, non solo come critica ai Governi: tali proteste sono state anche causate dalle migliori condizioni della popolazione, pochi in effetti hanno capito che in Brasile negli ultimi dodici anni, soprattutto con i Governi di Lula e di Dilma, sono entrate nella società 50 milioni di persone che erano fuori dalle condizioni socio-economiche di base, passando alla classe media ed entrando nel mercato del consumo, del lavoro e della cultura, perché c’è chi ha cominciato finalmente ad andare a scuola. Tutta questa gente che è entrata nel nuovo circuito giustamente comincia anche ad esigere una scuola migliore, un ospedale migliore, un servizio migliore, quindi le proteste sono anche frutto di una classe media che comincia a chiedere di più al proprio Governo.
D. Due eccezioni a questo modo di vedere; da una parte tutte queste infrastrutture in costruzione hanno creato un ulteriore disagio e nervosismo, scontentando la popolazione e portandola allo sfinimento. Dall’altra, la più importante: la classe media è una classe media, ma rimane il baratro con la classe povera, per la quale non solo non è cambiato assolutamente nulla, ma si sono peggiorate le condizioni, aumentando il gap con la classe media di oggi: chi sta «sotto» è rimasto sempre sotto, ha subito rimozioni dalle proprie case con procedimenti coatti, intere comunità sono state smantellate anche senza preavviso, ne abbiamo parlato nei numeri precedenti di Specchio Economico. Quindi tutta questa economia che cresce diciamo che cresce solo da un lato?
R. C’è un problema che credo sia soprattutto delle grandi megalopoli come Rio e San Paolo. Se nel Nord Est come in Amazzonia bene o male una serie di provvedimenti sono riusciti a dare condizioni migliori, o più decenti di vita e un accesso all’istruzione e alla sanità, nelle grandi città il problema delle favelas non è ancora stato sconfitto, c’è un proletariato suburbano che vive ancora in condizioni marginali. Del resto l’errore della crescita del Brasile negli ultimi 30 anni è stato quello di averla concentrata in alcune grandi città: a San Paolo ci sono 20 milioni di persone e 12 municipi, come si può a governare una città di queste proporzioni, che producono povertà e delinquenza?
D. Si potrebbe dire che all’interno del Brasile ci sono due Paesi, uno emergente e in crescita, l’altro ancora da terzo mondo, e che spesso convivono anche nella stessa città?
R. Del resto la crescita degli ultimi anni è stata anche molto veloce, quindi quando si corre qualcuno rimane dietro.
D. In ragione di tali proporzioni, in Brasile funzionano bene i consolati italiani per aiutare i nostri cittadini?
R. Non sono in grado di sostenere la grande domanda di servizio, anche perché si tratta di 36 milioni di italo-brasiliani, quasi 500 mila italiani con passaporto, con molti consoli onorari e pochi consoli effettivi. Fanno quello che possono fare.
D. Il nostro Ministero degli Esteri è presente in Brasile, si fa sentire?
R. Abbiamo cambiato troppi ministri degli Esteri, e questo è un problema per la nostra politica estera. Spero che il ministro Paolo Gentiloni quest’anno possa andare in Brasile, ma sinceramente ritengo più utile che sia presente il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Dal punto di vista istituzionale dobbiamo fare molto di più, avere molta più presenza di alto livello, anche perché questo tipo di presenza dà l’idea di una strategia. Se in Brasile mandiamo con cadenze triennali un sottosegretario vuol dire che non lo consideriamo un Paese prioritario, c’è poca attenzione. Dovremmo fare noi qualcosa in più in termini di comunicazione anche per non dare sempre la colpa agli altri.   

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