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«Pibinho», il piccolo Pil brasiliano: i dati della Banca Centrale

Il presidente Dilma Rousseff Il presidente Dilma Rousseff

C’è l’abitudine, in questi giorni e negli ultimi tempi, di pensare al Brasile ormai solo come a un’economia in crescita, dimenticando del tutto l’area in ombra, e così glissando non solo sull’indebitamento economico delle famiglie, ma anche sull’indebitamento culturale, ossia sul problema dell’educazione, dell’alfabetismo, oltreché del pericolo, più che lampante, di inglobare tutti - favelados, benestanti, Nord e Sud - nel concetto di «crescita», fagocitando così i problemi reali, che sono nel piccolo e non nel grande. È come intervenire sugli alberi di una foresta per ottenere l’ossigeno, snaturando se non distruggendo le tribù autoctone. Insomma, crescita sì, ma a costo di far fuori tutto. Eccone un esempio: con il termine di «pibinho» (un piccolo Pil, un «piletto», di cui «Pib» costituisce la sigla portoghese) è stato ribattezzato dai media brasiliani il prodotto interno indicante il basso livello di crescita dell’economia, di recente misurato dalla Banca Centrale e pari nel 2012 ad appena l’1,35 per cento. Questo valore è drammaticamente al di sotto della media regionale del 3,1 per cento. Alla base di questo risultato, secondo la Banca Centrale, sono la riduzione degli investimenti per la crisi internazionale, il calo del 2,7 per cento della produzione industriale, la diminuzione dell’export a causa dei peggiori raccolti di soia e di riso, l’aumentato indebitamento delle famiglie brasiliane, la riduzione del consumo, l’incremento argentino delle barriere all’importazione di prodotti brasiliani. Il Brasile ha trascorso il miglior decennio della propria storia, ed era attesa nel 2012 e promessa dalla presidente Dilma Roussef una crescita del 4 per cento, grazie ad incentivi, esenzioni tributarie, misure protezionistiche, tagli di costi in particolare dell’energia elettrica.     (Romina Ciuffa)

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