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FOCUS LAVORO - Carmelo Barbagallo: Uil, inaccettabile situazione di abusi contro i lavoratori

Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil

«La scelta di abolire i voucher ha certamente risolto un problema. Anche noi avevamo chiesto una radicale trasformazione del loro uso, perché ormai si era determinata un’inaccettabile situazione di abusi e, in alcuni casi, anche di illegalità. Il Governo, però, è andato oltre e, per scongiurare lo scontro che avrebbe potuto innescare la consultazione referendaria, ha adottato una soluzione estrema. In questo modo, ora, si possono creare degli scompensi per alcune attività eccezionali e occasionali che vedono impegnati gli studenti, i pensionati, i disoccupati di lungo corso. Per queste situazioni occorre trovare una nuova soluzione: vogliamo puntare a un accordo con il Governo, una legge è necessaria, o alcune di quelle attività resterebbero senza una forma di tutela e ricadrebbero nel nero»

 

C armelo Barbagallo ha iniziato a lavorare all'età di 8 anni. Dopo 5 anni di lavoro minorile, 1 anno di lavoro nero e 3 mesi di apprendistato, finalmente viene assunto con contratto regolare in una concessionaria d'auto. Comincia così un periodo lungo quindici anni in cui, cambiando più volte mestiere, acquisisce una grande esperienza del mondo del lavoro e dei difficili e conflittuali rapporti tra padrone e operaio. Da un negozio di barbiere a un pastificio, da una cooperativa ittica a un magazzino di smistamento postale, Barbagallo approda, infine, alla Fiat di Termini Imerese, la cittadina siciliana che gli ha dato i natali. Quello stabilimento diventa per lui, operaio specializzato, la fucina in cui si forgia all'attività sindacale. Lì inizia il suo percorso che, da delegato, lo porterà sino alla carica di segretario generale della Uil Sicilia. Le sue battaglie civili, in difesa della legalità, lo rendono un bersaglio della mafia. In particolare, dopo parole di verità pronunciate in occasione dei funerali del suo amico sindacalista della Uil, Domenico Geraci, assassinato a Caccamo nel 1998, viene fatto segno di gravissimi atti intimidatori: già in precedenza un colpo di fucile era esploso nella sua abitazione lasciandolo miracolosamente incolume. Il suo carisma e le sue indubbie capacità fanno coagulare intorno a lui il diffuso consenso di tutta la Uil. E così, nel giugno del 2000, con Luigi Angeletti segretario generale, Barbagallo viene eletto in segreteria confederale nazionale con delega all'organizzazione. A partire dalla Conferenza nazionale di Bellaria del 2012, ha ideato, progettato e avviato la riforma organizzativa della Uil, la cui completa attuazione è destinata a generare la nascita di un più snello ed efficiente «Sindacato a rete». È stato eletto, all’unanimità dal Consiglio confederale, segretario generale della Uil il 21 novembre 2014.
Domanda. La vicenda dei voucher ha tenuto banco per lunghi mesi. Dopo tante polemiche e discussioni, alla fine, il Governo ha optato per la soluzione più drastica e radicale: un decreto legge ne ha sancito la totale abolizione. Anche questa scelta, però, ha suscitato critiche e contrasti. Qual’è la sua opinione’
Risposta. La scelta di abolire i voucher ha certamente risolto un problema. Anche noi avevamo chiesto una radicale trasformazione del loro uso, perché ormai si era determinata un’inaccettabile situazione di abusi e, in alcuni casi, anche di illegalità. Il Governo, però, è andato oltre e, per scongiurare lo scontro che avrebbe potuto innescare la consultazione referendaria, ha adottato una soluzione estrema. In questo modo, ora, si possono creare degli scompensi per alcune attività eccezionali e occasionali che vedono impegnati gli studenti, i pensionati, i disoccupati di lungo corso. Occorre trovare una nuova soluzione e, per questo motivo, vogliamo puntare a un accordo con il Governo.
D. Serve dunque un nuovo provvedimento?
R. Sì, una legge è necessaria, altrimenti alcune di quelle attività resterebbero senza una seppur minima forma di tutela e ricadrebbero nel «nero». C’è già un tavolo al ministero del Lavoro: potremmo iniziare la discussione proprio in quella sede.
D. Resta però aperta la questione occupazionale nel suo insieme: nonostante i vari interventi, non si riesce a dare una svolta strutturale al problema. Allo stesso modo, appare difficile generare una vera ripresa economica del Paese. Come si esce da questo stallo?
R. Il vero cambiamento per lo sviluppo del Paese si deve fondare sulla valorizzazione del lavoro, sulla tutela delle pensioni e sugli investimenti. Il 75 per cento delle nostre imprese produce beni e servizi per il mercato interno, e se non aumenta il potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati e non si dà lavoro ai giovani facendo gli indispensabili investimenti pubblici e privati, la domanda interna non aumenta, le imprese rischiano di chiudere, l’occupazione non cresce e l’economia stenta a decollare. Bisogna puntare, inoltre, sul rinnovo di quei contratti che sono ancora sospesi e sulla produttività che può essere notevolmente incrementata se basata sul benessere lavorativo. Infine, si deve agire sulla leva fiscale con soluzioni incisive e strutturali: fino a quando i lavoratori pagheranno tasse troppo alte, i salari non cresceranno e l’economia non ripartirà.
D. Peraltro, i dati economici degli istituti di statistica, da un lato, ci mostrano un lieve incremento del Pil, dall’altro, parlano di un aumento del debito pubblico. Come interpretare questi valori?
R. Sono sempre i soliti dati contraddittori: qualcosa aumenta, qualcos’altro diminuisce. Il problema è che siamo ancora costretti a fare i conti con politiche economiche europee sbagliate che costituiscono un freno alla crescita del nostro Paese. E poiché non cresciamo, non diminuisce il debito pubblico: bisogna invertire questa tendenza. Tutti sono contro l’austerità, ma tutti continuano a praticarla.
D. È l’Europa il problema, dunque?
R. No. Però, a 60 anni dai Trattati di Roma, questa Europa non ha risolto il problema delle disuguaglianze: i ricchi sono diventati più ricchi e sono anche diminuiti di numero, mentre i poveri sono aumentati e di moltissimo. Non è ciò a cui avevano pensato i nostri Padri fondatori; anzi, è esattamente il contrario di quanto era stato previsto 60 anni fa, quando era stata ideata un’Europa sociale per la crescita e il benessere dei popoli. Il malessere che, oggi, attraversa tutti i paesi del vecchio Continente è la conseguenza di questa condizione negata.
D. C’è chi propone un’Europa a due velocità: avrebbe un senso per superare le contraddizioni in atto?
R. Non credo, perché la parte più lenta rappresenta la maggioranza e questa differenziazione non farebbe altro che accentuare le divergenze. Bisogna, invece, cambiare la politica economica dell’Europa che si è impoverita a causa dell’austerità ed è necessario che lavoratori e pensionati recuperino il loro potere d’acquisto. I movimenti sindacali europei devono reagire con determinazione per chiedere una concreta inversione di rotta.
D. C’è una vicenda emblematica delle difficoltà economiche con cui deve fare i conti il nostro Paese: quella che riguarda l’Alitalia. L’Azienda ha presentato il suo piano, la trattativa è in corso e, dunque, la situazione muta di ora in ora. Tuttavia, proviamo a fare il punto su ciò che sta accadendo.
R. Non sappiamo se nei prossimi giorni ci sarà qualche cambiamento ma, allo stato attuale, potrei sintetizzare il mio giudizio con una battuta: più che un piano industriale, mi sembra un piano di taglio e cucito. Bisogna parlare di tagli alle spese e non di esuberi e di riduzione degli stipendi che, al netto, sono già inferiori a quelli pagati da altre Compagnie. E invece si discute di tutto tranne che dello sviluppo di Alitalia. Ecco perché abbiamo chiesto di verificare il conto economico, per capire dove e come sono state spese le risorse: secondo noi, alcune inutilmente, altre in modo non coerente al precedente piano. Peraltro, negli ultimi 10 anni si sono avvicendati 10 amministratori delegati e questo dato la dice lunga sulle difficoltà che si sono dovute affrontare.
D. Cosa chiede il Sindacato?
R. Vogliamo fare una trattativa seria con un management che punti sul futuro della Compagnia. Se l’Alitalia non cresce in termini di rotte intercontinentali, se non c’è un piano industriale di rilancio, l’unica prospettiva resta quella di un ridimensionamento complessivo: una cosa che non ha senso e che respingiamo al mittente, perché non si possono far pagare ai lavoratori gli errori commessi dal management. Vogliamo affrontare questi temi per evitare i rischi di una preoccupante instabilità: noi puntiamo a un’Alitalia efficiente, perché anche questo può essere un tassello importante per dare un input positivo alla nostra economia e al nostro Paese.   

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