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FOCUS LAVORO - Giorgio Merletti: Confartigianato, aprire le porte alle imprese

Giorgio Merletti, presidente  di Confartigianato e di Rete Imprese Italia Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato e di Rete Imprese Italia

Eredi di un sapere tramandato da secoli, gli artigiani e i piccoli imprenditori sono il motore del futuro produttivo italiano. Nata nel 1946, Confartigianato Imprese è al loro fianco, con l’attività di 118 associazioni territoriali, 20 federazioni regionali, 12 federazioni di categoria, 46 associazioni di mestiere. Ogni giorno, nelle 1.200 sedi di Confartigianato Imprese operative in tutta Italia, 10.700 persone lavorano al servizio di oltre 1 milione e mezzo di imprenditori artigiani con 3 milioni di addetti. L’Italia ha il record in Europa per il maggior numero di imprese artigiane. E Confartigianato Imprese è la più grande rete europea di rappresentanza degli interessi e di erogazione di servizi all’artigianato e alle piccole imprese e ne accompagna l’evoluzione ed innovazione mantenendo la tradizione di mestieri antichi

 

Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato e di Rete Imprese Italia, è nato ad Arsago Seprio (Varese) nel 1951. Laureato in architettura, è imprenditore nel settore della falegnameria. Oltre ai molteplici incarichi confederali, dal 1990 Merletti ha maturato anche una lunga esperienza di amministratore pubblico a livello locale, culminata con l’incarico di sindaco del suo paese, dal 2004 al 2009. Risponde qui a Specchio Economico.
Domanda. In che modo Confartigianato e Rete Imprese Italia sono al fianco degli imprenditori per aiutarli a trovare nuove opportunità di mercato in Italia e all’estero, accompagnandoli nella rivoluzione digitale che sta profondamente modificando il modo di fare impresa?
Risposta. Sono numerosi i servizi e le attività messi in campo: promozione del made in Italy e di marchi di qualità sui prodotti, formazione e agevolazioni finanziarie per accedere a strumenti di innovazione tecnologica e di digital marketing; consulenza personalizzata per certificare la qualità aziendale. Soprattutto, portiamo nel mondo l’eccellenza del made in Italy con un’intensa attività di promozione delle aziende nei principali eventi fieristici e nelle missioni economiche di livello internazionale, compito che Confartigianato svolge insieme con le associazioni territoriali e la collaborazione con il Ministero dello Sviluppo economico e Ice Agenzia. Sul fronte dell’innovazione digitale, oltre alle attività di formazione e aggiornamento, Confartigianato porta le aziende a iniziative come «Maker Faire», e le promuove su piattaforme come Amazon e Samsung Academy. Ci rivolgiamo ai giovani con il portale www.valorizzati.it, che connette le scuole e gli istituti professionali di tutta Italia con le rispettive attività artigiane per far conoscere ai ragazzi l’impresa artigiana e le scuole che preparano ad entrare nel mondo del lavoro, per orientarli sulle potenzialità occupazionali di centinaia di attività, da quelle tradizionali ai mestieri più innovativi.
D. Come può il digital manufacturing esaltare il modello delle piccole imprese?
R. Faccio due esempi. Il primo riguarda un settore tra i più apprezzati al mondo: l’oreficeria. Ebbene, proprio grazie alle stampanti 3D, i nostri maestri orafi riescono a perfezionare la loro arte e a dare vita ad opere inimitabili. Il secondo esempio si riferisce alla produzione di calzature. Gli artigiani calzaturieri di Confartigianato, senza muoversi dal proprio laboratorio in Italia, realizzano scarpe su misura che calzano a pennello per clienti distanti migliaia di chilometri. E questo è possibile grazie al «foot scanner», lo strumento che, posizionato in qualsiasi negozio del mondo, prende le esatte misure del piede del cliente e le trasmette, via Internet, agli artigiani in Italia in grado di realizzare a distanza la scarpa perfetta desiderata dal cliente, su misura come quelle che soltanto gli artigiani sanno fare.
D. L’Italia è formata da quei piccoli e coraggiosi imprenditori che ogni giorno «combattono» una battaglia kafkiana contro la burocrazia e contro il peso fiscale che non ha eguali in Europa: perché il nostro Paese è poco ospitale verso le imprese, sia italiane che estere?
R. Meno fisco, meno burocrazia, più credito, minor costo del lavoro sono quattro leve sulle quali agire per rimettere in moto il sistema produttivo. Più in generale il problema, ad oggi irrisolto, è proprio quello di trovare un modello complessivo di sviluppo post crisi. Io vedo, girando l’Italia, gli enormi sforzi dei nostri imprenditori di inventarsi nuovi modi di produrre beni e servizi. Vedo i loro successi, ma vedo anche tante difficoltà e, lasciatemelo dire, anche molta delusione e rabbia per l’assenza e l’inefficienza dello Stato. Le imprese possono anche mettercela tutta, ma spesso i loro sforzi si schiantano contro la porta chiusa di un ufficio pubblico, un permesso negato, un finanziamento non erogato dalla banca, una fattura non pagata da mesi o da anni in barba alle leggi che impongono il saldo a 30 giorni.
D. Le parole d’ordine per essere competitivi sono mercato globale, rivoluzione digitale e fare rete, ma questi tre fattori non sono assecondati da una politica poco attenta al contributo che i piccoli imprenditori offrono al Paese. Qual è il motivo?
R. Molto semplicemente, dico che non c’è consapevolezza della nostra realtà imprenditoriale, del fatto che il sistema produttivo italiano è unico al mondo: il 99,4 per cento delle imprese sono micro e piccole, con meno di 50 addetti. Sono ricche di antica tradizione produttiva, ma al tempo stesso fortemente pervase di creatività e di spinta alla continua innovazione. Siamo il Paese Ocse con la più alta quota di lavoratori indipendenti: 5 milioni e mezzo. Da noi l’incidenza del lavoro autonomo è superiore di 8 punti rispetto alla media dell’Eurozona. E nelle micro e piccole imprese si concentrano più di due terzi dell’occupazione privata italiana, pari 10 milioni e mezzo di addetti.
D. Come pensa si possa ridurre la distanza che separa la scuola dal mondo del lavoro per valorizzare la nostra straordinaria capacità manifatturiera integrata con le nuove tecnologie 4.0?
R. La scuola e il mondo della formazione vivono ancora chiusi in loro stessi, lontani dal mondo del lavoro e dell’impresa. E così si è scavato un abisso tra sapere e saper fare, tra cultura accademica, conoscenza teorica e competenze tecniche e pratiche. Con il risultato che le nuove generazioni non trovano occupazione, le aziende non trovano manodopera qualificata e si bloccano le potenzialità di crescita del Paese. Ecco, bisogna ricomporre questa frattura. La scuola, il sistema della formazione devono imparare ad insegnare la cultura del lavoro. Bisogna puntare in modo serio sull’apprendistato, il contratto grazie al quale i giovani studiano e lavorano. Noi lo consideriamo una preziosa «palestra» per formare i ragazzi. Infatti, per formare i nuovi assunti, ogni anno gli imprenditori artigiani dedicano 103 milioni di ore e spendono quasi 2 miliardi di euro. Per cambiare le cose bisognerebbe «importare» in Italia l’esperienza tedesca del sistema di formazione duale che consente ai giovani di conseguire un titolo di studio imparando un mestiere. In pratica, integra il sapere e il saper fare ed è la strada migliore per trasmettere alle nuove generazioni le abilità e le competenze che fanno grande nel mondo l’artigianato italiano. Bisogna credere e investire nella formazione. Ma deve essere una formazione di qualità, rispondente ai reali bisogni delle imprese. Se è importante migliorare la qualità dell’istruzione tecnica e professionale, lo è ancora di più valorizzare la capacità formativa dell’impresa, perché il lavoro nell’impresa è formativo per antonomasia e perché la formazione che parte dall’impresa è quella più legata alle necessità di mercato e garantisce, quindi, i maggiori sbocchi occupazionali. È questa la strada vincente per valorizzare la qualità manifatturiera made in Italy e per offrire alle nuove generazioni solide prospettive di vita e di lavoro. Dobbiamo percorrerla con decisione. Confartigianato ripete da molto tempo che sul lavoro giovanile si devono concentrare gli sforzi di tutti: istituzioni, famiglie, scuola, imprese, mezzi di comunicazione. Se non interverremo subito, in breve tempo perderemo i nostri giovani, costringendoli a fuggire all’estero, e con loro perderemo il patrimonio produttivo italiano. Quindi, non c’è tempo da perdere. Ne va del futuro dei nostri giovani e del nostro Paese.
D. Il nostro Governo ha la responsabilità di ripensare un sistema economico, produttivo e sociale che concepisca la piccola impresa come «modello generale d’impresa»: qual’è la ricetta di Confartigianato?
R. Ci stiamo giocando il futuro: la crisi non è passata e gli imprenditori stanno ancora cercando di uscirne con grandi sforzi. Faccio appello al senso di responsabilità della politica affinché si costruisca un progetto, un pensiero, una visione di sviluppo. Il Paese potrà uscire dalla crisi soltanto se verrà adeguatamente sostenuta l’economia reale del Paese, vale a dire il sistema di 4 milioni e 200 mila micro e piccole imprese.    

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