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FOCUS LAVORO - Confimprese: togliere i voucher e' stato l’ennesimo passo falso dell’Italia

Mario Resca, presidente Confimprese Mario Resca, presidente Confimprese

Confimprese rappresenta oltre 300 marchi nel settore del commercio e 144 miliardi di euro di fatturato, pari al 16 per cento del totale mercato retail di 900 miliardi. Le aziende associate operano attraverso 30 mila punti vendita e 450 mila addetti

 

LA fine dei voucher ha decretato la lotta di tutti contro tutti. Il Governo li ha sacrificati alla lotta politica senza pensare ai lavoratori e mettendo in grave difficoltà le aziende, che da sempre li usano solo in contesti occasionali. Con i problemi che abbiamo di burocrazia, lentezza ed evasione fiscale l’eliminazione dei voucher è l’ennesimo passo indietro che il nostro Paese compie.
L’aspetto paradossale è che il Governo ha abolito lo strumento senza proporre una valida alternativa: oggi i sindacati difendono i lavoratori, ma non si preoccupano assolutamente di coloro che un lavoro non ce l’hanno e, a fronte di un Paese che fatica a riprendersi dalla grande crisi, con un tasso di disoccupazione, anche giovanile, che ci relega a fanalino di coda in Europa davanti soltanto alla Grecia, ha eliminato uno strumento che in molti casi ha rappresentato il primo gradino di ingresso delle nuove generazioni nel mondo del lavoro.
Non si può negare alle imprese uno strumento di flessibilità e ai giovani la possibilità di entrare in contesti produttivi dove ci sono professionalità, metodo, formazione, regole e tutele. I voucher hanno permesso negli ultimi anni di crisi a molte famiglie di incrementare il proprio reddito in modo trasparente e, contrariamente a quanto erroneamente riportato, non hanno distrutto il mercato del lavoro, non sono un espediente da parte delle imprese per eludere la stipulazione di contratti stabili. Se, come sostengono i sindacati, rappresentano l’ultimo gradino prima della precarietà, la loro eliminazione comporterà il ritorno al sommerso che in Italia vale 211 miliardi di euro.
Il nostro Osservatorio indica che il loro utilizzo da parte delle imprese non ha mai superato l’1 per cento annuo in percentuale alla forza lavoro e la loro incidenza sul costo del lavoro è pari all’1,30 per cento. Le aziende si limitano a farne uso sempre in contesti particolari quali eventi stagionali e occasionali e momenti di picco di particolare intensità e, comunque, nel rispetto delle vigenti norme di legge. Quest’anno l’Osservatorio Confimprese evidenzia che, in termini di sviluppo, le aziende associate apriranno 1.150 negozi con una ricaduta occupazionale di quasi 10 mila posti di lavoro, un risultato di per sé già eccellente in un panorama di sostanziale immobilità.
Il retail è un settore labour intensive con picchi di stagionalità e necessità di reperire risorse che lavorino nei punti vendita in modo saltuario. Senza la possibilità di ricorso ai voucher le aziende perdono uno strumento di flessibilità aggiuntiva e non continuativa e c’è da chiedersi quali strategie adotteranno per supplire a tale necessità.Uno sguardo allargato all’Europa ci permette di fare alcune considerazioni. In Germania i Minijobs introdotti nel 2003 e in Francia i Cesu del 2005 hanno avuto, al pari del lavoro interinale e del lavoro part-time, un effetto molto positivo: quello di ridurre notevolmente sia il nero sia la disoccupazione. I Minijobs vengono principalmente utilizzati nel settore commerciale da negozi, grandi magazzini, hotel e ristoranti e in tutti i comparti dove occorrono implementazioni temporanee del personale, ma anche in genere alle aziende. I Cesu francesi hanno invece limiti temporali e di guadagno abbastanza stringenti e, soprattutto, è molto difficile abusarne, visto che tutte le operazioni devono avvenire registrandosi presso il centro nazionale Cesu, che gestisce il sistema e si occupa, in maniera automatica, di fornire la busta paga, compreso il calcolo dei contributi e delle altre voci di spesa.
Gli assegni di lavoro francesi sono in parte una forma di assistenza sociale: sono pensati in particolare per l’aiuto agli anziani, sono in parte finanziati dallo stato e molte famiglie li ricevono come parte di piani di welfare pubblico o privato. Alla luce di quanto sopra esposto, sembra che l’orientamento italiano sia quello di seguire il modello tedesco per le aziende e quello francese per i privati. Ma non sarà così semplice farlo per l’Inps, perché significherà probabilmente spendere denaro non solo per mantenere in piedi il sistema ma anche per garantire la copertura contributiva aggiuntiva.
E allora ci chiediamo perché il Governo abbia abolito i voucher non solo senza avere un piano B, ma anche già pensando di seguire un modello di flessibilità europea, che può funzionare soltanto in sistemi economici solidi e in crescita.    

Contatore AC aprile 2017

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