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TRASPORTO PUBBLICO NON DI LINEA: UNA RIFORMA NON PIu' RINVIABILE

Massimiliano Dona, segretario generale dell’unione nazionale consumatori

Ci provò il Governo Prodi, con le lenzuolate Bersani, poi Monti, infine Renzi, ma il ministro Lupi, al primo agitar di fronda, ritirò il capitolo dal disegno di legge sulla concorrenza prima ancora di presentarlo in Consiglio dei ministri. Una ritirata strategica. Insomma, finora nessuno ci è riuscito! Ma di quale impresa titanica stiamo parlando? Semplicemente di una riforma del trasporto pubblico non di linea.
Sia chiaro, non è dai taxi che le famiglie troveranno un aiuto per arrivare a fine mese. Le liberalizzazioni che servono per raggiungere questo obiettivo sono ben altre. Oggi in Italia abbiamo il triste primato di avere le banche, le assicurazioni, l’elettricità, il gas e la benzina tra le più care d’Europa. Tutte spese obbligate che contribuiscono a impoverire le famiglie e che riducono la competitività delle nostre imprese. Uno spread di cui nessuno si occupa. Eppure se un’azienda italiana paga di più di una tedesca per accedere ad un prestito, stipulare una polizza assicurativa o pagare una bolletta, è dura competere.
La Legge «annuale» per il mercato e la concorrenza, quella con il capitolo taxi magicamente sparito, approvata dal Governo Renzi nel Consiglio dei ministri del 20/02/2015, per due anni è rimpallata da una commissione parlamentare all’altra. Insomma, in Italia è difficile liberalizzare e le lobby riescono a difendere i loro privilegi, impedendo l’ingresso di nuovi soggetti nel loro settore. Il problema è che la politica dovrebbe guardare all’interesse generale e non a quello delle singole categorie. Men che meno, chi rappresenta le istituzioni può farsi dettare l’agenda da proteste compiute in violazioni di norme, come quelle sullo sciopero.
Eppure per i taxi è accaduto proprio questo! Il Governo Gentiloni, facendo suo l’emendamento Lanzillotta, ha provato a sospendere, fino a fine anno, alcuni articoli, ripetutamente condannati dall’Antitrust, introdotti per volere dei tassisti nel 2008 e che hanno peggiorato la norma quadro originaria del 1992. Regole che, per inciso, non servivano a contrastare Uber, all’epoca nemmeno esistente, ma ad impedire la concorrenza, a loro dire sleale, degli autisti che svolgono il servizio di noleggio con conducente (Ncc).
Articoli già sospesi in passato, che impongono agli autisti Ncc l’assurdo obbligo, pena sanzioni severissime, di iniziare e terminare ogni singolo servizio nella rimessa situata nel comune che ha rilasciato l’autorizzazione. Un allungamento del percorso che rende il servizio inefficiente e che grava sulle tasche dei consumatori, visto che il costo del viaggio viene traslato sul cliente. La reazione è stata immediata e città importanti come Roma e Milano sono rimaste paralizzate per giorni dall’agitazione dei tassisti. E mentre l’Authority sugli scioperi condannava le manifestazioni ed interpellava i prefetti, il ministro dei Trasporti Delrio, invece di precettare chi stava violando la legge sullo sciopero, li premiava convocandoli. Un Governo che ha fatto l’opposto di quello che avrebbe dovuto fare: invece di sentire le parti prima dell’approvazione dell’emendamento, ha convocato i tassisti mentre erano ancora in corso le proteste irregolari, dando il pessimo segnale che più si trascende più si è ascoltati.
Inoltre, al tavolo di confronto non c’erano tutti i soggetti interessati: Ncc, chi rappresenta le nuove ed alternative forme di mobilità, come Uber, e le associazioni di consumatori, le uniche che, rappresentando i clienti, mirano ad un miglioramento del servizio in modo disinteressato. Ma il punto che ora ci interessa è un altro: il Governo saprà ascoltare le proposte dell’Antitrust e dell’Autorità dei Trasporti che chiedono una soluzione organica che coniughi le esigenze del servizio taxi, Ncc e nuovi servizi tecnologici per la mobilità come Uber?
L’Antitrust, fin dal 2010, ha evidenziato che «l’ampliamento dell’offerta dei servizi pubblici non di linea risponde all’esigenza di far fronte ad una domanda elevata e ampiamente insoddisfatta» e che il servizio taxi non riesce «a coprire interamente i bisogni di mobilità della popolazione». Anche per l’Autorità dei Trasporti, le emergenti formule del trasporto basate su piattaforme tecnologiche «consentono di intercettare una domanda di servizi di norma meno costosi di quelli offerti da taxi e Ncc» e configurano «la creazione di un nuovo e specifico segmento del mercato della mobilità urbana».
I giovani, ad esempio, non prendono il taxi, mentre utilizzano Uber. Insomma, ci sarebbe spazio per tutti se, invece di concentrare l’attenzione sulla regolazione e la spartizione del mercato esistente, si decidesse di ampliare l’offerta con forme di trasporto alternative, intercettando una nuova domanda che altrimenti resterebbe inevasa, dando il giusto spazio ai servizi tecnologici per la mobilità che rappresentano un futuro non più rinviabile.
L’Antitrust, nella segnalazione al Parlamento del 10 marzo 2017, ha chiesto di eliminare le disposizioni che limitano su base territoriale l’attività degli Ncc, garantire una piena equiparazione tra tassisti e Ncc, facilitare lo sviluppo di forme di servizio più innovative e benefiche per i consumatori, regolamentare Uber Pop. Il Governo saprà ascoltare queste proposte, mettendo la normativa al passo con l’evoluzione del mercato, a vantaggio della collettività, oppure vieterà le innovazioni, ostacolando quello che rappresenta il nuovo che avanza?   

Tags: Aprile 2017

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