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La politica, stravaganze a parte, non è più italiana: essa si connette globalmente e dipende da un «altrove» imprescindibile

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Il diffuso interesse per gli eventi politici internazionali, da ultimo il primo turno delle presidenziali francesi domenica 23 aprile, può aiutare a inoltrarsi in una riflessione su come sia cambiata la politica (anche) in Italia tra la fine del secolo scorso ed il primo quindicennio del nuovo millennio. Per restare alle elezioni d’Oltralpe, il successo di Emmanuel Macron o di Marine Le Pen non è avvertito più come «fatto loro», un test dei francesi a cui guardare con più o meno curiosità e simpatia per l’uno o l’altro dei candidati, quanto un elemento di un quadro più generale dentro cui troviamo posto anche noi insieme al resto d’Europa, e non solo. Era già accaduto con il referendum per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea a giugno del 2016, la Brexit, con l’imprevedibile ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca a novembre e, in qualche modo, con le presidenziali austriache o le politiche in Olanda di marzo.
Piaccia o meno, soprattutto ai sostenitori delle tesi «sovraniste» ed ai tifosi di rinnovate pulsioni nazionaliste, l’interrelazione tra società, economie, politiche sociali fiscali monetarie, decisioni nel campo dell’istruzione come della lotta al cambiamento climatico, nel campo dell’energia come dei flussi migratori, è tanto avanzata che diventa arduo rintracciare fatti e comportamenti che si verificano ad una latitudine senza che questi destino conseguenze in altre aree geografiche. È la globalizzazione. È la caduta dei muri, dopo e accanto alla caduta del Muro nell’89, che con le merci e la finanza ha aperto porte e finestre alla circolazione di persone, notizie, costumi. È, anche, la rivoluzione di internet e della rete che tutto rende contemporaneamente fruibile ad est come a ovest, a sud come a nord, a Madrid come a Roma, a Bucarest come a Pechino ad Ankara o Boston. Siamo tutti connessi e online. E lo sviluppo esponenziale delle applicazioni promette un futuro prossimo ancora più intrecciato delle vite delle persone e degli Stati.
Naturalmente accade anche per la politica. Le piccole patrie, a mio modo di vedere, non esistono più nemmeno sul fronte dell’azione politica e dei soggetti politici. Non sto parlando di una sorta di nuovo internazionalismo né del peso delle cosiddette famiglie politiche: dai conservatori ai progressisti, dai liberali ai verdi ai nazionalisti che, al contrario, somigliano sempre più ad asfittiche sigle. È il tempo nuovo che ha cominciato a prendere forma attorno agli anni 80 del secolo scorso e che alcuni definiscono «fine della modernità». Se il mondo cambiava, se gli assetti produttivi, la composizione sociale e gli stessi paradigmi culturali si scardinavano mettendosi in marcia verso nuovi equilibri - ancora da agguantare - tutto questo non poteva non riguardare anche la politica, le sue forme, i suoi contenuti ed i suoi protagonisti.
Penso che l’eccezionalità italiana, quel mix cioè di condizioni politiche (la presenza del più forte partito comunista d’Europa fuori dall’area di governo ma ben radicato nell’amministrazione locale, nei corpi sociali, nell’universo culturale), condizioni economiche (la trasformazione a cavallo tra gli anni 50 e 60 da Paese agricolo a nazione tra le più industrializzate, un sistema fiscale poroso e in perenne affanno) e di organizzazione della spesa e dell’amministrazione pubblica non certo al passo con lo sviluppo dell’economia e dell’inserimento nel circuito internazionale, questa eccezionalità, dunque, non sia più attribuibile alla situazione italiana.
Lo testimonia, credo, il fatto che il nostro Paese si misura con problemi, difficoltà e opportunità che sono riscontrabili con caratteristiche più o meno identiche altrove fuori dai nostri confini. Al di là degli aspetti settoriali, uno degli elementi che ha contribuito a livellare distanze e differenze, ancora una volta come conseguenza della globalizzazione, è la riduzione del «potere degli Stati», alle prese più che altro con la gestione degli effetti di scelte e decisioni assunte «altrove», comunque fuori dalle istituzioni solitamente insediate nelle proprie capitali, in materia di politiche monetarie e fiscali, commerciali e energetiche, industriali e creditizie.
Certo non sono stati annullati i distacchi tra Stati, le disparità tra Paesi con economie e istituzioni tradizionalmente solide e gli altri ma la riduzione degli spazi per i Governi nazionali non s’è fermata, né poteva essere altrimenti, ai confini territoriali. Credo che la crisi di Wall Street del 2007 e lo tzunami economico - finanziario di carattere planetario che ha generato rappresenti un appropriato testimonial di questa condizione. Se questo è il quadro, come io penso, commetteremmo un madornale errore nel leggere le vicende politiche italiane, recenti e meno, dentro una logica esclusivamente locale, impermeabile ai fenomeni generali ed ai movimenti che in questi stessi anni abbiamo osservato nei Paesi a noi più prossimi, dall’Europa agli Usa. A cominciare dal processo di personalizzazione della politica e delle leadership.
Da noi prende corpo nei primi anni 90 del secolo scorso. E ci parve, come in effetti era, una rivoluzione rispetto alla tradizione dei grandi partiti di massa, Dc e Pci in particolare, e delle leadership diffuse. Da allora è cambiato in profondità non solo il metodo di funzionamento dei partiti e di svolgimento dei processi democratici al loro interno, ma anche il rapporto tra partiti e Governo, tra soggetti politici ed esecutivo. La personalizzazione, appunto, non era un’invenzione, un coniglio estratto dal cilindro. Al di là di errori ed anche stravaganze a cui abbiamo assistito negli anni, essa rispondeva, e continua a rispondere, ad un rapporto che è andato cambiando tra elettori ed eletti, alla richiesta di processi decisionali meno complessi e più trasparenti, al proposito dell’elettore e/o aderente di avere più ruolo nella definizione della leadership come prova, almeno nel mio schieramento, l’introduzione delle primarie per la selezione sia delle cariche di partito che dei candidati alle cariche amministrative e di governo.
E rispondeva anche al convincimento che andava diffondendosi nella società italiana che occorreva trasferire dal momento più strettamente politico, legato alla vita dei partiti, a quello istituzionale, che fosse il governo della città o del Paese, l’investitura esplicita da parte del cittadino: al netto dei ritardi e delle incongruenze (com’è stato far passare l’idea che alle politiche si vota anche per il premier mentre non c’è stata mai nessuna riforma costituzionale in questo senso), questo equivaleva a mettere il sistema italiano in linea con quello degli altri Paesi, oltre che a superare una stagione in cui l’avvitamento dei partiti su se stessi, allontanatisi dal tempo in cui avevano svolto una indiscussa funzione di guida della crescita sociale e produttiva della nazione, aveva contribuito all’opposto a frenare la modernizzazione ingenerando anche un reticolo di intrecci illeciti dagli estesi risvolti giudiziari.
Altro elemento rintracciabile un pò in tutti i Paesi, e quindi non solo da noi, è il calo delle adesioni e della partecipazione: per restare sull’esempio francese vale la pena di ricordare che gli iscritti al partito socialista sono meno di 200 mila contro i 450 mila del Pd, che è il numero anche degli aderenti all’Spd di Martin Schultz, ma in una nazione che conta 80 milioni di abitanti.
In conclusione, penso che dobbiamo imparare a guardare sempre più le vicende di casa nostra in un’ottica davvero globale e «connessa» se vogliamo formarci delle opinioni non viziate da prospettive anguste, e quest’ottica non può fermarsi sulla porta della politica. Si tratta di un esercizio che - parlo per il mio campo politico - ci consente anche di constatare ritardi ed errori che stanno portando lontano da noi pezzi delle tradizionali «costituency» della sinistra in Francia come in Italia, negli Usa come nel Regno Unito. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.    

Tags: Maggio 2017

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