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Stefano Quintarelli: «unanimità alla Camera for Dummies», la ricetta per mettere (quasi) tutti d'accordo

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«Bravo: fallo!»: se credete alla locuzione dell’effetto farfalla, presumibilmente il battito di ali che ha generato il tifone istituzionale che ha (quasi) portato Internet nella Costituzione italiana ha coinciso proprio con queste due parole pronunciate da Giovanni Degli Antoni, direttore del Dipartimento di Scienze dell’Informazione di Milano in risposta a un giovane studente che, arrivato tardi per iscriversi a un esame, invece di imprecare contro la fortissima nevicata causa del suo ritardo, chiedeva perché non esistesse la possibilità di potersi iscrivere da remoto. Avesse risposto diversamente, forse oggi racconteremmo un’altra storia, forse quello studente avrebbe trovato comunque il modo di esprimere il proprio talento, ma l’ingresso di Stefano Quintarelli nel mondo della telematica fu questo.
«È stata la mia prima sfida con la Rete, seguirono la prenotazione di libri in biblioteca, lo scambio di appunti tra gli studenti e poi una rete di posta elettronica per gli studenti, anche Erasmus. Poiché la cosa ebbe risonanza sulla stampa, quello fu anche il mio battesimo mediatico».
Era il 1985, un periodo dove i pochi informatici lavoravano sui mainframe, macchinari enormi gestiti da moltitudini di tecnici i cui dati potevano essere visualizzati, su rudimentali terminali o su tabulati, solo il giorno successivo all’immissione. Negli uffici il top della telematica era il fax e il personal computer stava timidamente facendo capolino. Gli sportelli bancari non erano ancora tutti collegati in rete, le notizie in tempo reale si leggevano via televideo, per l’e-commerce si usavano i cataloghi Vestro e Postal Market mentre l’unico sito di incontri era la lampada Osram in piazza dei Cinquecento a Roma. Eppure, per questo ragazzo di appena venti anni era naturale, ovvio, un mondo dove le cose si potessero fare «da remoto», risparmiando tempo da impiegare in attività più produttive. E molto ha prodotto nei successivi trent’anni Stefano Quintarelli, ricercatore visionario, imprenditore e oggi deputato della Repubblica nel gruppo «Civici e Innovatori», più conosciuto come «sua unanimità», il parlamentare che più di altri, nella storia d’Italia vede le sue proposte di legge, emendamenti, mozioni ecc. approvate, appunto, all’unanimità.
Domanda. Qual è stato il suo primo passo alla Camera dei Deputati?
Risposta. Ho organizzato un incontro «multi-stakeholder» per iniziare a lavorare su una proposta di legge per l’autenticazione nei servizi pubblici. Era una delle priorità che mi ero dato e il risultato è quello che oggi si conosce come Spid, di cui ho seguito l’iter da remoto mentre ero in ospedale (è stato vittima di un terribile incidente che lo ha obbligato a una lunga serie di degenze e convalescenze n.d.r).
D. Con Paolo Coppola del PD e Antonio Palmieri di FI avete creato un team «interforze» che ha lavorato non intorno a un singolo obiettivo, ma a una vera e propria agenda programmatica.
R. Antonio Palmieri, Paolo Gentiloni e Fiorello Cortiana fecero lo stesso nelle precedenti legislature. Hanno avuto loro il merito di far riconoscere tra le spese per il mandato dei parlamentari l’acquisto di computer, l’accesso a Internet e altre cose che prima non c’erano. Se vogliamo, l’innovazione di metodo che io ho introdotto nell’ Intergruppo Parlamentare è stata quella di organizzare degli incontri una volta al mese con delle cene dove riuscivamo a incontrarci in un contesto non formale in cui si potesse parlare liberamente. E con le personalità nei vari settori cui veniva chiesto di fornire il loro contributo, i colleghi potevano liberamente approfondire le varie materie. Questo format ha funzionato molto bene, creando coesione all’interno del gruppo anche con colleghi di altri schieramenti, dalla Lega al M5S a Sel e Forza Italia.
D. Una semina che alla fine ha dato un raccolto abbondante: il suo emendamento alla Costituzione ha ottenuto l’unanimità dei voti, sia pur attraverso un percorso molto travagliato.
R. L’emendamento passò grazie anche a una tattica che mi fu suggerita da Rocco Buttiglione, che peraltro mi ha fatto da cicerone insieme a Paolo Gentiloni e Antonio Palmieri per riuscire a destreggiarmi nei meandri regolamentari della Camera. Quando mi fu chiesto di ritirare l’emendamento, lui mi consigliò di annunciare il ritiro in Aula e preparare un dibattito di sostegno con alcuni colleghi di gruppi diversi, sperando poi in un miracolo.
D. Ricordo che anche lui intervenne fortemente a sostegno dell’emendamento.
R. Doveva essere il primo a intervenire, faceva parte della strategia, però Palmieri riuscì a rubare il tempo a tutti rilanciando l’emendamento con un discorso bellissimo.
D. Un intervento che peraltro scatenò un effetto valanga di tutti gli schieramenti e portò il Governo a riconsiderare la sua posizione. Lei è passato da un emendamento che aveva parere contrario di Governo, ad avere l’unanimità; non si era mai vista una cosa del genere.
R. L’unanimità non se l’aspettava nessuno, anche perché non si era mai verificata in un emendamento costituzionale.
D. E invece fu solo la prima di una serie: il 3 novembre 2015 la Camera ha approvato all’unanimità la mozione che promuove la dichiarazione dei diritti di Internet.
R. Questa ha un’origine diversa, qui bisogna ringraziare molto Anna Masera, allora responsabile della Comunicazione della Camera, perché a inizio legislatura la presidente Laura Boldrini era molto determinata nei confronti degli internauti offensivi delle istituzioni. Fu lei con un lavoro paziente a convincere la presidente che la priorità andava data all’insegnamento, prima di altre misure. Il risultato fu una Commissione parlamentare, di studio, con dentro tutti i colleghi. L’unanimità in questo caso fu ricercata per dare un segnale istituzionale forte al Paese e, per una questione di equilibri incrociati, ero l’unico che poteva presentare la mozione senza generare incrinature in questo o quello schieramento.
D. Poi ci fu l’unanimità dei votanti sulla tutela digitale del made in Italy nel marzo 2016, e un’altra unanimità il 6 luglio 2016 per la «net neutrality» dove si dava la libertà di scelta per tutti i cittadini. A questo punto la domanda è d’obbligo: qual è il suo segreto?
R. Nel modo di lavorare: cercare la condivisione con molto tempo di anticipo. Anche io ho le mie opinioni rispetto a un gruppo o a determinate persone, però «è la democrazia, bellezza!», bisogna far le cose assieme e, anche se magari certe cose non sono di tua elezione, se ci sono alcuni dettagli che non ti piacciono te le fai andare giù e arrivi alla migliore mediazione possibile.
D. Però a volte ci sono logiche di partito o schieramento che viaggiano oltre il merito del provvedimento travolgendo tutto a prescindere dal lavoro svolto dalle parti.
R. Bisogna partire tenendo tutto molto alla lontana, e spiegando le ragioni per cui si sta operando: qual è il problema, quale la soluzione, e andando a modificare il percorso. La proposta sulla «net neutrality» che io ho presentato era di quattro articoli, il testo approvato all’unanimità di sette. E anche quei quattro articoli sono stati modificati tantissimo. È tutto un lavoro di cucitura, non quello che fai in Aula a pigiare il bottone ma quello che realizzi parlando con le persone, spiegando il tuo pensiero, facendole confrontare con altri punti di vista, aiutandoli a studiare le cose che non conoscono, capendo le loro ragioni, andando a negoziare con gli altri e cercando di fare da intermediario tra parti che altrimenti non si parlano. Questo, se vogliamo, è il segreto.
D. Ha comunque dimostrato che, se si vuole, in questo Parlamento si riesce a ottenere l’unanimità. È un unicum dovuto al digitale, oppure il metodo Quintarelli si può esportare?
R. Non è vero che sul digitale sia facile, anzi. Credo che una chiave sia lavorare non per attirare i riflettori su se stessi ma sul gruppo di lavoro, un modus operandi difficile se non impossibile per chi di mestiere lavora in ruoli elettivi. Al contrario, per raggiungere l’unanimità bisogna lavorare molto lontano dalle luci della ribalta, entrando nel merito senza schieramenti o ideologie, evitando che i riflettori siano puntati su di te perché questo genera automaticamente un riflettore puntato da un’altra parte che ti contrasta. Quanti emendamenti sono stati concordati e presentati da altri? Tantissimi.
D. Ricorda molto la vecchia progettazione informatica: tutti a lavorare intorno a un tavolo, e l’importante è l’obiettivo.
R. Ma questo in politica non funziona.
D. Con lei ha funzionato.
R. Perché io non sarò rieletto.
D. Già sa che non sarà rieletto?
R. Ne sono sicuro perché non sono ricandidabile, nel senso che non mi ricandido. Assolutamente. Vedo questa come una stagione della mia vita che si è chiusa e basta. La cosa che più mi dispiace in assoluto è che in questa stagione essere un parlamentare viene percepito da molti come un’onta. L’altro giorno stavo facendo il biglietto del treno e quando hanno visto il tesserino da parlamentare mi hanno aggredito verbalmente, senza avere la più pallida idea di chi fossi e cosa facessi hanno cominciato a sputare e insultare. Mi è piaciuto dare alcuni anni della mia vita a fare questa attività. Però se la si fa bene, è impegnativa: non si hanno orari, si lavora molto anche per piccoli risultati, si è sempre lontano da casa. E se si hanno figli adolescenti, non è facile.   

 

Tags: Maggio 2017

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