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albino ruberti (zetema): beni culturali, anche con la crisi bilancio positivo

Albino Ruberti, amministratore delegato di Zétema Progetto Cultura e segretario generale dell’Associazione Civita

a cura di
ANNA MARIA BRANCA

 

Amministratore delegato dal 1998 di Zètema Progetto Cultura, società partecipata al 100 per cento dal Comune di Roma e Segretario generale dell’Associazione Civita, Albino Ruberti possiede una ventennale esperienza manageriale nel settore dei Beni culturali, con una particolare specializzazione nella gestione dei servizi museali e nella valorizzazione del Patrimonio culturale. In questa intervista Ruberti fa il punto sulla situazione del settore.
Domanda. La Commissione per il rilancio dei Beni culturali e del Turismo ha delineato elementi di riorganizzazione e cambiamento diretti a valorizzare il Patrimonio culturale. Quali sono le proposte più rilevanti da essa formulate?
Risposta. Sul lavoro della Commissione vi sono molte aspettative perché da tempo si parla del valore della cultura e del turismo per la crescita del Paese, ma spesso le azioni e gli strumenti messi in campo sono stati insufficienti dal punto di vista finanziario e normativo. Da quanto ho potuto apprendere, la Commissione ha elaborato principi generali in gran parte condivisibili, ma restano da definire le azioni concrete per poterli realizzare. Assistiamo da anni a tagli significativi nel campo della cultura, a norme che non favoriscono una proficua collaborazione tra i settori pubblico e privato, e che spesso non assicurano la certezza sugli investimenti necessari per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale, per le infrastrutture e per lo sviluppo delle nuove tecnologie.
D. Che cosa non la convince?
R. Credo sia necessario definire con chiarezza il rapporto tra pubblico e privato, definendo ruoli e regole. Da un lato bisogna comprendere il consistente apporto che i privati possono dare alla crescita culturale del Paese, dall’altro bisogna rimarcare la funzione pubblica nella proprietà del patrimonio, nelle azioni di tutela, di controllo e di indirizzo. Il pubblico ha ormai minori risorse finanziarie da investire eppure i Beni culturali sono un’importante occasione di sviluppo per il Paese. Per questo motivo ritengo necessario l’apporto dei privati non solo nella gestione delle attività e degli spazi, ma anche nel contributo alla crescita dell’industria culturale del Paese: dobbiamo pensare a quanto tutto questo possa riflettersi in tanti settori ormai interessati, per esempio il cinema, la multimedialità, lo spettacolo e le nuove tecnologie. Mi sembra che attraversiamo una stagione in cui, invece di compiere passi in avanti che favoriscano un dialogo chiaro e uno sviluppo, si manifesti una preoccupazione eccessiva da parte del settore pubblico e un senso di autosufficienza che mi sembrano fuori dal tempo.
D. Quali conseguenze avrà il trasferimento, in fase di definizione, del settore turistico dalla Presidenza del Consiglio dei ministri al Mibac attraverso il decreto legge del ministro Massimo Bray?
R. Ritengo che costituisca una grande opportunità. L’unione delle politiche del turismo e della cultura sembra una scelta giusta perché in Italia il turismo culturale è un settore ancora in crescita nonostante la crisi, grazie alle città d’arte e al patrimonio museale e culturale che ereditiamo dal nostro passato. Dobbiamo augurarci che a questo principio seguano azioni concrete e una maggiore collaborazione tra i vari soggetti. Il «brand Italia» è molto significativo: nelle classifiche delle visite, nei motori di ricerca l’Italia è il terzo elemento più noto nel mondo, anche se le nostre località registrano ritardi e se c’è ancora molto da fare. Condizione essenziale per far crescere quantitativamente e qualitativamente il turismo culturale è un migliore coordinamento delle diverse attività: valorizzazione del patrimonio, servizi al turista, decoro delle città ecc.
D. Requisiti che ancora non sono presenti nelle città d’arte?
R. Non sempre siamo all’altezza nel turismo in generale, non soltanto in quello culturale. Per far ripartire soddisfatti i turisti e farli poi tornare in numero maggiore dobbiamo essere più attenti ai prezzi, alla qualità dei servizi, all’efficienza e alla formazione degli operatori, e considerare il contatto con il turista una forma di promozione e di investimento per il futuro. In Italia abbiamo degli asset naturali, come il clima favorevole e la ricchezza del patrimonio, ai quali non corrispondono infrastrutture e servizi adeguati.
D. Come il turismo tradizionale, anche quello culturale soffre la bassa qualità del «sistema Italia»?
R. Le grandi città d’arte ne risentono meno perché hanno un’attrazione e un brand non paragonabili ad altre realtà, ma le carenze infrastrutturali e l’inadeguatezza di alcuni servizi pesano.
 D. Quali sono i risultati di  Zètema nel 2013 e i programmi per il 2014?
R. L’anno che finisce è stato difficile per la contrazione delle risorse finanziarie subita dai Comuni. Malgrado ciò registriamo risultati positivi e un bilancio in equilibrio, in linea con gli obiettivi che ci eravamo prefissati. Abbiamo il vantaggio di operare in settori che risentono meno della crisi; le frequenze nei musei si sono confermate, è diminuita forse la capacità di spesa pro-capite nei servizi accessori, ma in piccola percentuale rispetto al calo generale dei consumi; pertanto direi che l’anno è andato bene. Ed abbiamo attraversato una fase di transizione per il passaggio da un’Amministrazione comunale a un’altra. Per il 2014 è in corso una ridefinizione di obiettivi e programmi che deve tener conto della necessità, comune a tutte le aziende comunali, di ridurre e razionalizzare la spesa, perché i Comuni risentono dei minori trasferimenti finanziari dello Stato, e questo riguarda anche noi.
D. Potete trovare altre forme e fonti di finanziamento?
R. Vorremmo instaurare nuove forme di collaborazione con il mondo dell’associazionismo e con gli operatori privati, per offrire opportunità a un settore che a Roma è ricco di professionalità e di esperienze e che ora risente profondamente della crisi. Chi gestisce un patrimonio pubblico deve offrire spazi e collaborazioni nell’ideazione e produzione di progetti culturali di qualità attraverso bandi trasparenti e pari opportunità di accesso ad altri.
D. Cosa offre Zètema all’interno dei musei? Quanto incide il merchandising sul suo fatturato?
R. La gestione dei servizi museali da parte di Zètema è un «global service»; ai servizi primari come vigilanza, pulizia, manutenzione si aggiunge tutto ciò che ruota intorno all’accoglienza, quindi promozione, assistenza al visitatore, audioguida, attività didattica, caffetteria, book shop per arricchire di comfort la visita, in modo che il visitatore ne conservi un ricordo positivo. Sono settori ad alta intensità di lavoro, che possono offrire occupazione ai giovani. Quanto al merchandising, le dimensioni degli spazi dedicati a questi servizi non sono mai adeguate. È vero che i musei sono ospitati per lo più in edifici storici, quindi vincolati, ma a Parigi, al Louvre, sono state costruite superfici da destinare a queste attività.
D. Come si colloca Roma all’interno dei grandi circuiti turistici internazionali?
R. Ormai nel settore della cultura e del turismo c’è competizione in campo nazionale e internazionale. Nella gestione di musei e spazi espositivi Roma ha strumenti migliorabili, ma paragonabili a quelli di altre città europee. Siamo un po’ in ritardo nella pulizia della città, nel decoro, nell’accoglienza in stazioni e aeroporti. Occorre compiere un notevole sforzo, trattandosi di consistenti investimenti, ma del quale poi possono beneficiare turisti e residenti.
D. Perché in Italia appare tutto precario? Cosa manca per far sì che tutto sia più facile e coordinato?
R. Credo che vi siano troppo regole e troppa discrezionalità nell’applicarle. Andrebbero scritte poche regole, non contraddittorie tra esse, formulati piani chiari, svolti controlli seri, offerte possibilità di usare spazi pubblici. Queste attività servono alla vita di una città, di cittadini e turisti.
D. Quali le iniziative più recenti dell’associazione Civita per salvaguardare il patrimonio culturale?
R. Il ruolo di Civita, che quest’anno festeggia i 25 anni, è favorire il dialogo tra i settori pubblico e privato sull’economia della cultura. Stimola il dibattito con analisi e ricerche che hanno dato luogo recentemente a pubblicazioni anche in materia fiscale, comparando la situazione italiana con quella di altri Paesi e avanzando qualche proposta da realizzare a costo zero. Un altro contributo rilevante viene dalle analisi del consumo culturale e delle industrie culturali in Italia, che dimostrano il ritardo del nostro Paese rispetto a Francia, Gran Bretagna e Germania, dove il numero di imprese è maggiore sia per quantità sia per numero di addetti impiegati. L’Associazione, inoltre, sviluppa progetti sperimentali che in alcuni casi hanno anticipato nuovi modelli di intervento nei Beni culturali. Penso ai primi progetti di illuminazione di musei ed aree archeologiche realizzati nel 1993-1994, che hanno fatto capire come fosse importante la luce per garantire una maggiore sicurezza del patrimonio e per una sua diversa e più ampia fruizione.
D. Come coinvolgere l’imprenditoria privata nelle iniziative di promozione culturale?
R. Le risorse finanziarie pubbliche sono diminuite, ma per attrarre capitali privati dobbiamo superare diffidenze e preoccupazioni eccessive, avere regole chiare, procedure snelle e maggiori controlli, e lasciare uno spazio ai privati. Bisogna agire sulla leva fiscale e vanno eliminate le complicazioni burocratiche. Ad esempio, oggi se si vuole fare una donazione al Ministero si ha difficoltà a definire l’effettivo beneficiario. Bisogna creare le condizioni affinché il cittadino possa contribuire alla salvaguardia di un monumento avendo la certezza dell’uso delle sue risorse.
D. Come si fa in altri Paesi?
R. Negli Stati Uniti la donazione è un istituto molto usato; è inimmaginabile arrivare a quel livello, comunque bisogna creare presupposti chiari, capire che non si può più contare solo su forme di mecenatismo o di sponsorizzazione, il privato vuole partecipare al progetto culturale. Bisogna passare a forme di partnership e di gestione più evoluta; mantenere la proprietà pubblica del patrimonio dismesso o inutilizzato attraverso concessioni per progetti di rifunzionalizzazione compatibili con lo sviluppo del territorio. Bisogna osare di più perché c’è un’enorme parte del patrimonio sottoutilizzata che rischia il degrado e l’abbandono.
D. Possedendo un tesoro simile, perché i politici non lo mettono a reddito, allo scopo di ridurre il debito pubblico?
R. Vi sono responsabilità politiche da molto tempo. Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza dell’importanza della cultura del turismo, però non sono seguiti fatti. La responsabilità non è solo della politica, ma del livello culturale del Paese perché, al di là delle enunciazioni di principio, non è così diffusa l’idea che la cultura possa rientrare nei modelli di sviluppo economico del Paese. Difficile è soprattutto il dialogo con la platea giovanile nella fase dell’adolescenza, dai 12 anni alla maggiore età. È una lacuna di tutti, per la quale rischiamo una penalizzazione notevole non solo perché non raggiungiamo una fascia significativa di popolazione, ma anche perché il deficit culturale può avere riflessi nel futuro se in anni così importanti della formazione dei giovani non riusciamo ad attrarne l’attenzione. È un problema di linguaggio e di comunicazione: non siamo attrattivi, musei e mostre vengono visitati al massimo con la scuola, non rappresentano per gli adolescenti uno spazio per la socialità. Le istituzioni museali non devono avere solo la funzione di conservazione e valorizzazione del patrimonio, sono anche luoghi che devono avvicinare all’arte. Quindi bisogna trovare nuove chiavi di comunicazione per avvicinare questo pubblico.
D. Non dovrebbero essere al centro di tutto la formazione e la scuola?
R. Il compito della scuola è centrale e viene svolto meglio nel primo ciclo, ma accanto alla scuola le istituzioni culturali devono svolgere un ruolo più attivo. Un tempo non c’era un uso così spinto delle tecnologie, oggi i ragazzi hanno grande familiarità con questi strumenti che però nei musei e negli spazi espositivi restano un po’ banditi, mentre invece si dovrebbero usare di più. Qualcuno potrebbe stupirsi se dico che si potrebbe far vivere il museo come un videogioco con il quale i ragazzi interagiscano.
D. Cosa si sta facendo per lo sviluppo delle nuove tecnologie?
R. Nei musei le nuove tecnologie sono all’avanguardia nell’impiantistica, nel funzionamento di alcuni servizi, nei sistemi di sicurezza, nel videocontrollo. Possono portare ad una trasformazione dei ruoli di operatori del settore come i custodi, che potrebbero sviluppare le loro funzioni dedicandosi maggiormente all’accoglienza, all’assistenza, alla comprensione del museo, anziché alla sola vigilanza. Ma le tecnologie nella fruizione, comunicazione e promozione dei musei sono molto indietro rispetto ad esperienze internazionali. In ambito culturale non siamo all’avanguardia, pochissimi sono i casi in cui attraverso la multimedialità si è realizzata una maggiore comprensione delle opere o dei reperti e un’effettiva interazione con il pubblico. Un esempio molto positivo in questa direzione è l’intervento nelle Domus Romane a Palazzo Valentini, nelle quali il lavoro di Piero Angela e di Paco Lanciano ha consentito, nel massimo rigore scientifico, un’eccellente ricostruzione degli ambienti e delle sue funzioni originali.   

Tags: Dicembre 2013

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