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luciano barra caracciolo: i trattati europei contrastano con la costituzione italiana

Luciano Barra Caracciolo, presidente della VI Sezione del Consiglio di Stato

Attualmente presidente della VI Sezione del Consiglio di Stato e già componente del Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa, Luciano Barra Caracciolo ha svolto incarichi di rilievo come consigliere giuridico del ministro della Funzione pubblica, capo di Gabinetto del Ministero per gli italiani nel mondo, componente della Commissione sul riordino delle Autorità indipendenti, esperto nel Nucleo di semplificazione dell’attività amministrativa, vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio. È stato un attento osservatore delle leggi, delle istituzioni e delle trasformazioni che queste subiscono da qualche decennio subdolamente, nell’indifferenza, imposte da poteri occulti, o illegittimi, o stranieri.
Risultato di questa sua appassionata osservazione è un libro pubblicato in questi giorni e di grande attualità, opportuno e anzi necessario per far riflettere i cittadini e indurli a riappropriarsi del loro ruolo e dei loro diritti, usurpati con la manipolazione, più che riforma, della Costituzione, suprema legge dello Stato e garante della convivenza pacifica e democratica. Intitolato «Euro e (o?) democrazia costituzionale - La convivenza impossibile tra Costituzione e Trattati europei» ed edito dalla Dike Giuridica, il libro è frutto di uno studio cui l’autore si è dedicato, negli ultimi anni, per rispondere alle domande cui troppi costituzionalisti oggi non danno risposte soddisfacenti, come l’interrogativo se i Trattati e le politiche economiche di questa Europa siano compatibili con la Costituzione italiana; e se l’adesione ad essi abbia comportato una «sospensione sine die» o addirittura il tradimento, dei principi fondamentali alla base della Repubblica. Oltre all’accuratezza della ricerca e alla competenza in materia, l’opera rivela un coraggio dell’autore impensabile nell’attuale clima di massimo conformismo che investe gli «esperti» di fronte ai diktat di ambienti e di personaggi non legittimati da un voto dell’elettorato, conformismo che viene riversato sugli italiani con le formule «lo vuole l’Europa» e «avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità».
Domanda. Qual è l’obiettivo di questo suo libro?
Risposta. Cerco di rispondere a una domanda che dovrebbero porsi tutti gli amanti della democrazia costituzionale: «Cosa direbbero oggi i Costituenti della situazione italiana?». Cioè i 75 autori della Carta costituzionale, appartenenti alla classe dirigente nata dalla resistenza al nazifascismo e dalla lotta per instaurare la democrazia in Italia. Provo a dare una risposta a questa domanda partendo dal loro pensiero sull’assetto sociale ed economico da dare all’Italia, quindi dai principi fondamentali e dalla Costituzione economica.
D. Pochi ricordano oggi perché fu scelta quella Costituzione, l’ambiente sociale, politico ed economico. Cosa è cambiato per proporre nuove formule?
R. L’analisi delle teorie economiche e politiche e dei principi fondamentali rinvenibili sia nella Costituzione sia nei Trattati europei evidenzia due modelli sociali ed economici diametralmente opposti; è agevole affermare, in un’interpretazione sistematica «normale», che quello costituzionale è un modello di democrazia redistributiva pluriclasse diretta a risolvere il conflitto sociale, punto d’arrivo del travaglio di oltre 150 anni dei popoli di tutto il mondo e in particolare di quelli europei. Giunti in una società nella quale, sul mito del superamento dell’ancien régime, la borghesia ha autoproclamato la propria direzione della società e la centralità dell’economia capitalista, si è posto un problema difficile da risolvere, perché coinvolge la stragrande maggioranza dei cittadini in assetti che li vedono perdenti dinanzi alla forza irresistibile e crescente del capitale.
D. Temi già dibattuti in passato?
R. Furono posti nella rivoluzione francese. Nelle Costituzioni monarchico-liberale del 1791 e «giacobina» del 1793 emerse questa tensione; non erano argomenti ignoti, tutto l’800 fu percorso dalle lotte politiche che conseguirono al nuovo assetto. Nel ‘900 l’equilibrio sociale entrò in crisi e si ebbero reazioni «di massa», la rivoluzione d’ottobre, l’affermazione del marxismo, i totalitarismi in cerca di un sistema alternativo, e la crisi del capitalismo del 1929. Lo squilibrio sociale fu il costo delle continue pressioni esercitate dal capitalismo, incapace di autolimitarsi stabilmente di fronte alle crisi che ciclicamente provocava. I vantaggi della Costituzione italiana del 1948, derivanti dalla conoscenza di quanto era successo nei 150 anni precedenti, furono una versione di altissima cultura e una delle soluzioni più avanzate realizzate in Occidente.
D. Come giudica quella Costituzione?
R. Con un’enfasi retorica, un po’ fastidiosa laddove non venga collegata ai suoi valori fondamentali, primo il diritto al lavoro inteso come impegno della Repubblica a perseguire la piena occupazione, è definita la più bella del mondo; ma non è nella parte organizzativa relativa alle istituzioni e alle alchimie costituzionali sugli organi di vertice che si rinviene l’essenza democratica della Costituzione, ma nel vincolo, non «esterno», alla realizzazione irrinunciabile dei principi fondamentali; cioè le istituzioni sono legittimate dalla sovranità in quanto svolgano politiche relative a quei valori di sostanza, non scindibili da qualunque discorso sulle forme e i meccanismi.
D. È difficile oggi trovare un giovane che conosca la storia. Tutti parlano di riforme, ma in che direzione?
R. Si parla di questioni e di geometrie istituzionali che però presuppongono la soluzione di un altro problema: il tipo di società che vogliamo. Qui ritorna il tema dell’Europa: la società che il popolo italiano vorrebbe è quella scritta nei Trattati europei? Nessuno ha spiegato agli italiani quale sia la società voluta dai Trattati. Nel mio libro cerco di spiegarlo: è un modello sociale ed economico basato su valori diametralmente opposti e incompatibili con i valori fondamentali della nostra Costituzione, che può riassumersi nella forma, evidenziata da economisti e scienziati sociali americani e tedeschi, ma «stranamente» assente nel dibattito culturale italiano, del cosiddetto «ordoliberismo». Cioè un tipo di neo-liberismo che, cosciente del consolidamento delle democrazie sociali, programma un progressivo controllo delle stesse istituzioni democratiche per invertire la direzione delle loro azioni verso la comunità dei cittadini. Sembra un’affermazione eccessiva, ma è facile rilevarlo analizzando le esplicite proposizioni teoriche, ideologiche e normative che hanno portato, in progressione, a questa «costruzione europea», quantomeno dagli anni 70. Nel libro affronto il problema dell’internazionalismo come valore etico «sovranazionale», ambiguamente proposto in continuità con la democrazia dei diritti fondamentali, inclusivi di quelli sociali, tutelati dalle Costituzioni nazionali. Chiamo questo internazionalismo con la locuzione «dell’indistinto», volto a legittimare l’illusione salvifica del «vincolo esterno», concetto introdotto in Italia dagli ambienti bancari e finanziari alla fine degli anni 70; una grande mistificazione basata sulla teoria che l’Italia fino a quel momento non era stata capace di autogovernarsi e di promuovere il benessere e la democrazia, mentre era vero esattamente il contrario.
D. Cosa è avvenuto in sostanza?
R. Dal momento in cui si afferma il «vincolo esterno», la democrazia e il benessere in Italia sono entrati in crisi. È stata una manovra oscura, non ben comprensibile, cui si sono prestati tutti i principali media. C’è stato uno strano salto evolutivo nella democrazia italiana; improvvisamente dall’inizio degli anni 80 cominciano a comparire editoriali, commenti, teorizzazioni che danno per scontata una crisi irreversibile del modello italiano, in contrasto con i dati e gli indicatori economici e fiscali. Si definisce l’Italia un Paese inefficiente, corrotto, incapace di gestire l’interesse generale, quando invece era il Paese industriale di gran lunga più vitale d’Europa. Tutto quello che è stato fatto dopo, dall’entrata nel Sistema Monetario Europeo al famoso «divorzio del Tesoro dalla Banca d’Italia», ha prodotto gli effetti che sostenevano di voler correggere: crescita della finanziarizzazione, distribuzione della ricchezza solo verso l’alto, aumento della disoccupazione, disincentivo della produttività e degli investimenti cioè deindustrializzazione, progressiva autolimitazione che tuttora ci viene presentata come virtuosa e credibile, ma i cui effetti sono tutt’altro che tali; una storia che ha quasi dell’incredibile.
D. Che cosa c’era dietro tutto ciò?
R. La verità che io ipotizzo è questa. Il welfare nei Paesi europei è inteso in un modo e in quelli anglosassoni in un altro, due concetti incompatibili. Nei Paesi di democrazia sociale a Costituzione rigida il valore primo, fondamentale e prioritario è il diritto al lavoro, inteso nel senso keynesiano di pieno impiego della forza lavoro, come condizione di equilibrio e di crescita della domanda aggregata; in un senso che oggi non si ha quasi più il coraggio di enunciare. Oppure lo si richiama in maniera del tutto svuotata, nel senso di piena occupazione «naturale», affermato da Milton Friedman o Robert Lucas, economisti che hanno teorizzato il ritorno a un modello sociale che Karl Popper definisce «capitalismo sfrenato». Quando si dice «diritto al lavoro» non si prende atto che i mercati e la globalizzazione provocano determinati effetti; si risponde che vorremmo attuarlo ma che non possiamo per mancanza di risorse. Questa impossibilità di agire, questa mancanza di risorse sono state create intenzionalmente dagli stessi che dicono di voler perseguire la piena occupazione in senso neoclassico: la globalizzazione e l’attuale de-regolazione dei mercati sono un fatto istituzionale, cioè scelte che conseguono a posizioni politiche affermatesi essenzialmente nei trattati di precise organizzazioni internazionali che sovrappongono la loro «forza sovranazionale» alle tutele apprestate dalle Costituzioni e di cui predicano l’inattualità; obiettivo che si erano prefisse dall’inizio di questa ideologia economica. Le politiche di piena occupazione, cioè di sostegno alla domanda e alla crescita, non possono attuarsi senza l’intervento dello Stato; in nessun Paese del mondo e nella storia non si è mai verificato che, se si pone al centro la semplice ottimizzazione di un fattore della produzione, cioè il lavoro assunto come «merce» e rigidamente sottoposto al «mercato», venisse promossa la crescita armonica, priva di una pericolosa concentrazione verso una vera e propria oligarchia. Applicando queste politiche che depotenziano e sviliscono l’intervento dello Stato, si dimentica che l’obiettivo riguarda anche la dignità e il benessere della società.
D. In che senso?
R. Il pieno impiego della forza lavoro non è solo un fenomeno di efficienza dell’offerta e della produzione, ma anche di civiltà, dignità, promozione del benessere e della cultura di un popolo. Dal momento in cui, con i Trattati europei, si è accettato di invertire il principio fondamentale del diritto al lavoro, le politiche pubbliche anziché avere come principale obiettivo la piena occupazione, puntano alla stabilità dei prezzi, alla deflazione costante, ad una prevalenza dei «mercati» fortemente competitiva. Questi sono i tratti fondamentali degli stessi Trattati europei. Tutto quello che c’è scritto, la pletora di affermazioni, le norme articolatissime e volutamente oscure, tutto quello che c’è intorno si riduce a questo: deflazione, stabilità dei prezzi che finisce per essere l’unico compito dell’unica istituzione della moneta unica, la Banca Centrale Europea.
D. A che cosa porta questa politica?
R. Nessuna comunità politica può permettersi una situazione del genere non solo perché il mancato intervento pubblico nell’economia e nella società si traduce in un costo sociale, ma perché ne consegue una minore o inesistente crescita. Quando si arriva a situazioni di crisi determinate da fattori esogeni, come quella del 2007-2008, non si hanno più nemmeno i mezzi per uscirne; tutto si avvita in una spirale simile a quella che seguì la crisi del 1929, quando si cercò di curare il calo della domanda con politiche deflattive.
D. Non era stato previsto tutto ciò?
R. Per come era concepito, fin dall’origine è apparso chiaro, a grandi economisti come Wynne Godley, Martin Feldstein e Rudiger Dornbusch, che il modello sociale ed economico dei Trattati avrebbe portato agli stessi problemi del 1929, acuiti dall’adozione di una moneta con effetti simili al gold standard; ed infatti, per i Paesi che l’hanno adottato, l’euro di fatto equivale al gold standard e, come avvenne per questo, li obbliga alle stesse politiche correttive. Il gold standard piace molto ai capitalisti e specialmente a quelli finanziari, perché scarica il costo di qualsiasi crisi ciclica, cui inevitabilmente va incontro il sistema capitalistico, sul lavoro, sui cittadini che sono gli unici a subire il peso delle correzioni proposte come prive di alternativa. Le società capitalistiche di fine 800 e primo 900 avevano probabilmente una presa molto più salda e autoritaria, tanto che provocarono la reazione marxista. Di fronte alla brutalità del capitalismo - in certi periodi in America si combattevano i sindacati sparando ad altezza di uomo sugli scioperanti -, in altre parti del mondo gli scioperanti si organizzarono per assumere una prassi antitetica e che determinava l’uso della forza in forma di «rivoluzione» della classe lavoratrice. Oggi, l’ordoliberismo e il controllo mediatico rendono più difficile qualsiasi reazione organizzata e però portano ad un’insostenibile riedizione del conflitto di classe.
D. Che avrebbero detto i Costituenti del 1948 della crisi odierna?
R. Una delle domande che si sono posti i sostenitori dell’ordoliberismo, dopo 30-40 anni di vigenza e consolidamento della Costituzione democratica, redistributiva e pluriclasse, è appunto questa: come far accettare a tutti i cittadini una costante inversione di rotta. Il punto è che, mediante il controllo mediatico, il capitalismo finanziario diffonde una fortissima morale colpevolizzatrice, riassumibile in quello che Keynes chiamò «l’incubo del contabile», una frase in cui si condensa, dal punto di vista macroeconomico, una vera falsità: «Avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità». Le inevitabili accuse di pigrizia rivolte ai lavoratori dei Paesi che non si adeguano con tempestiva efficienza, divenendo debitori e come tali meno «competitivi», e quelle rivolte alle istituzioni democratiche di essere portatrici di corruzione - accuse frutto di un’attenta falsificazione etica diffusa attraverso fantomatiche «classifiche» dei Paesi virtuosi e competitivi da parte delle stesse organizzazioni internazionali neo-liberiste -, sono avanzate da personaggi la cui moralità, dal punto di vista economico e «umanitaristico», è tutta da verificare.
D. Ma chi sono costoro?
R. Chang, un economista coreano, tra i più prestigiosi al mondo, che insegna a Cambridge, definisce «bad samaritans», cattivi samaritani, quelli che fingono di soccorrere il prossimo ma in realtà vogliono solo colpevolizzarlo per imporgli un assetto contrario ai suoi interessi, facendogli accettare, in nome di una persuasione fortemente moralistica, la trasformazione delle istituzioni da strumenti di tutela e rappresentanza del popolo in strumenti destinati a penalizzarlo costantemente. È la fine della democrazia.
D. Rientrano in questo i vari tentativi in atto di imporre soluzioni istituzionali di carattere presidenzialistico?
R. Questo è stato già imposto in Europa con il Trattato di Maastricht, scritto da un gruppo di banchieri rinchiusisi in una stanza, come disse Wynne Godley, i quali hanno ammesso di aver scritto in maniera incomprensibile i Trattati stessi perché la gente non capisse quello che avrebbero comportato. Una governance senza alcuna investitura, facente capo al settore bancario e finanziario: banchieri centrali provenienti dal settore finanziario privato o multinazionale, che hanno a fasi alterne continuato a far parte di esso, hanno deciso questo assetto e ci hanno imposto come normale e razionale quanto veniva da loro stessi predicato.
D. Non ci sono stati vantaggi per la popolazione?
R. Siamo stati posti in una sorta di attesa messianica di miglioramenti risoltisi via via in emergenze, colpevolizzazioni, strette fiscali, super-manovre, in vista di un domani migliore mai verificatosi. Limitatamente al periodo successivo all’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, la crescita, non solo in Italia ma in tutte le aree coinvolte in Europa, è stata inferiore a quella dei decenni precedenti, i livelli di occupazione hanno cominciato a scendere, e la popolazione è stata accuratamente disinformata. Esiste una relazione precisa tra il livello dell’inflazione e quello della disoccupazione; quest’ultimo è inversamente proporzionale al primo: più bassa è l’inflazione, più alta è la disoccupazione. È la famosa legge economica chiamata «curva di Phillips», sulla quale si basano quasi tutti i calcoli della nouvelle vague che governa l’Europa. Si ritiene l’inflazione un male in sé in quanto non consente la sicurezza della posizione dei creditori, allocati nel settore bancario: deflazionando, cioè aumentando la disoccupazione e comprimendo i salari, il consumatore capace di risparmio, creato dal modello fordiano del reddito crescente, viene trasformato in un consumatore a debito, per cui il sistema creditizio ha interesse a favorire questa gigantesca trasformazione della società per aumentare i profitti delle banche; e la grande industria tende a finanziarizzarsi, a mettersi nella stessa posizione, ad intrecciarsi con il potere finanziario.
D. Se lo Stato, aderendo all’Unione Europea, non ha possibilità di spesa per investimenti, potrebbero farli i privati?
R. Questa è un’ulteriore conseguenza, uno dei costi altissimi del modello economico di questo tipo; le crisi del capitalismo nascono essenzialmente da due fenomeni non controllabili al di fuori dell’intervento dello Stato: la tendenza speculativa dal capitale finanziario e la formazione di posizioni di monopolio e di oligopolio. Questi due fenomeni creano squilibrio perché distruggono e accentrano il risparmio, la domanda, il livello del reddito e l’economia reale, cioè i profitti attesi dal sistema produttivo, non quelli speculativi. Questo si sta verificando perché si ha quello che le banche volevano, cioè una situazione deflattiva e un blocco del credito chiamato «credit crunch», situazione detta anche, da Keynes, «trappola della liquidità» in cui, pur in presenza di interessi vicini allo «zero» e di bassa inflazione, nessuno investe, essendosi nel frattempo ridotte sia la domanda di beni, sia conseguentemente l’aspettativa di vendere ciò che si produce. Solo lo Stato può sbloccare la situazione, come sempre fatto dalla crisi del 1929.
D. Dove si andrà con le modifiche costituzionali proposte?
R. Non mi preoccuperei troppo perché in realtà di esse non vi è un bisogno prioritario. Se consideriamo la Costituzione in senso sostanziale, come scala di valori che si riassumono nei diritti fondamentali, la contro-riforma è stata già attuata, perché nel momento in cui si sono disattivati gli interventi dello Stato e invertite, in senso deflazionista-liberista, le politiche della piena occupazione, la Costituzione, nella sua parte fondamentale, risulta già sospesa con quella che Costantino Mortati e i grandi costituzionalisti hanno chiamato «rottura dell’ordinamento»; una specie di colpo di Stato strisciante fatto in nome dell’Europa. Quello cui puntano oggi i «riformatori» è piuttosto la formalizzazione di rapporti di forza che escludono la dinamica pluriclasse della società; vogliono ratificare il fatto che le oligarchie rispondenti ai diktat europei sono investite di un potere decisionale incontrollato. Questo può essere l’unico scopo, e di fatto questo potere decisionale incontrollato già opera.
D. Assistiamo a finti contrasti?
R. Noi pensiamo di votare per programmi politici alternativi, che dal punto di vista politico-economico non esistono. Se rapportassimo gli attuali programmi delle forze politiche a quelli degli anni 60 e 70, vedremmo che in quelle epoche esistevano diversi possibili modelli di società che potevano determinare spostamenti della ricchezza; oggi questo non c’è, qualsiasi partito si rifa a questioni esteriori o cosmetiche, compatibili con il rafforzamento e con l’evoluzione di un unico sistema deflazionista e liberista voluto dall’Europa, senza sfumature. Quando andiamo a votare abbiamo l’illusione di scegliere. Lo dimostra l’enfasi quasi morbosamente posta dai partiti sulle questioni di geometria e di alchimia istituzionale, e su «nuovi diritti» assolutamente ininfluenti sulle cause e sulle soluzioni della crisi economica.
D. Perché pochi se ne accorgono?
R. Quando all’inizio degli anni 80 si decise di imporre questo paradigma culturale, lo si fece simultaneamente attraverso la versione fornita dai principali media. Nel 1971 nel famoso «Rapporto Werner», redatto da un ministro lussemburghese proveniente dall’ambiente bancario, la moneta unica fu concepita nello stesso modo in cui poi è stata attuata; il rapporto implicava gli stessi inconvenienti di oggi. Qualcuno obiettò: «Il problema è enorme, perché non costituire da subito un Governo federale capace di gestire la moneta unica in ogni situazione di divergenza economica tra i Paesi interessati, onde evitare qualsiasi squilibrio?». Ma era già tutto programmato, per cui vi sarà una continua correzione deflazionistica a carico del mondo del lavoro e si cercherà di aumentare o tenere alta la disoccupazione, diminuire i salari, correggere gli squilibri di indebitamento causati dalle differenze commerciali.
D. Chi fece notare queste anomalie?
R. Lo stesso Guido Carli nel 1974 dubitò che si potesse realizzare una moneta unica del genere, perché gli parve eccessivo e fuori dalla logica ribaltare i valori dello sviluppo e dell’occupazione che furono alla base di tutta la politica degli Stati democratici nel secondo dopoguerra. Come attuare un ribaltamento del genere, farlo accettare alle popolazioni e definirlo positivo quando, se non c’è più la crescita e aumenta la popolazione, quest’ultima non potrà stare bene? Carli nel 1974 già se ne rendeva conto. Negli anni 70, di fronte alla prima prospettiva di «divorzio» della Banca centrale dal Tesoro, contrariamente a tutti i commentatori che hanno scritto dopo, Carli disse che sarebbe stato un «atto sedizioso» perché il ruolo di una Banca Centrale indipendente, in base al concetto di tutela di risparmio dell’articolo 47 della Costituzione, è direttamente legato alle politiche di retribuzione equa e di pieno impiego; se manca questo e la tutela reale del salario, non si avrà un risparmio diffuso e l’articolo 47 sarebbe violato.
D. L’italiano è ancora risparmiatore?
R. Se si trasforma il risparmio negli interessi distribuiti attraverso la sottoscrizione dei titoli del debito pubblico e si trasforma lo Stato in un debitore di diritto comune, si concentra automaticamente il risparmio in una ristretta parte della popolazione, privando la stragrande maggioranza di essa della possibilità di acquisirlo in occasione della gestione annuale del deficit dello Stato; e questo è successo. Teoricamente esiste un risparmio concentrato esclusivamente nei percettori di tali interessi, l’87 per cento dei quali sono soggetti finanziari e bancari, il rimanente 13 per cento include il settore privato ma anche le imprese. Alle famiglie rimangono le briciole. Se il risparmio arriva a zero, si tradisce il dettato costituzionale, e questo si sa bene.
D. A chi vanno i profitti bancari?
R. Si tratta di un assetto proprietario che investe alla fine l’intera società, e non ci deve stupire l’instaurazione di quello che Keynes definì «l’incubo del contabile»: è sempre stato così, il gold standard era fatto per questo, tanto che la reazione alle politiche redistributive e interventiste degli Stati fu attuata sotto la suggestione di un autore, von Hayek, la cui influenza è stata enorme. Si sono ritrovate nella sua lotta contro Keynes, e contro la democrazia partecipata, una serie di costruzioni ideologiche e istituzionali suggestive, adottate come etichetta culturale da coloro che intendevano riprendersi quello che avevano perso con le politiche seguite alla crisi del 1929; per farlo hanno dovuto aspettare decenni a causa della minaccia comunista e dei carri armati di Stalin. Se il capitalismo, nel secondo dopoguerra, si fosse ripresentato nella sua veste finanziaria speculativa e irresponsabile verso il corpo sociale, il dissenso sarebbe stato violento, per cui si è cercato di sedare il conflitto sociale con redistribuzioni e politiche di sostegno pubblico all’economia, anche perché la progressiva concessione alla classe lavoratrice di diritti, prerogative e benessere consentiva una costante aspettativa di maggior benessere per le famiglie e i figli: si alimentava la «speranza» a livello collettivo esistenziale. Oggi siamo all’opposto, si sta alimentando la disperazione perché chiunque abbia un figlio non può che prevedere situazioni ancora più difficili.
D. Analogie con periodi preautoritari?
R. Il sistema è già intrinsecamente autoritario, quindi lo considero un timore storicamente mal posto. La storia ripresenta forme costanti ma dilata alcuni fenomeni, non li riproduce nella stessa esatta forma; diciamo che si autoreplica per forme percepibili come identità per grandi linee. Siamo già in una forma di autoritarismo perché, se democrazia, rappresentatività, meccanismi elettorali sono apparenti, se gli interessi generali sono perseguiti apparentemente ma in sostanza si persegue una società oligarchica che agisce mediante il controllo mediatico, abbiamo una nuova forma di autoritarismo. Un sintomo di questo è la forte impronta moralistica e colpevolizzante. Se una reazione si avrà, sarà in senso democratico e libertario, di recupero della democrazia.
D. Quanto occorre tagliare in Italia la spesa pubblica?
R. Essa è nella norma rispetto a tutti i Paesi europei ma, osservandola nel suo evolversi in termini assoluti, è più bassa perché, con il vincolo di cambio, un Paese tradizionalmente a valore aggiunto e non dotato di materie prime come l’Italia è cresciuto meno degli altri Paesi: la stessa spesa in termini nominali, scarsamente cresciuta in termini reali a causa degli interventi automatici a sostegno della crescente disoccupazione e del coevo invecchiamento della popolazione, costituisce un’ingannevole crescita rispetto ad un prodotto interno in calo. È suicida l’idea che, in un’Italia privatasi in gran parte di domanda esterna e di domanda pubblica, cioè della spesa come fattore aggiuntivo non assorbito dagli interessi sul debito, quest’ultima si possa ulteriormente ridurre. 

Tags: Febbraio 2014

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