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PATRIZIA DI DIO: RIPRESA PIu' RAPIDA CON DONNE ALLA GUIDA DI AZIENDE

Patrizia Di Dio, presidente nazionale del Terziario Donna della Confcommercio

a cura di
CLAUDIA MARIN

 

Le donne costituiscono il prezioso capitale sommerso che va valorizzato per restituire all’Italia una nuova chance. E vincono la sfida del fare impresa, tanto più in tempi di crisi, proprio perché per loro, e da sempre, tutto è più difficile. Patrizia Di Dio cita Nietzsche - «Ciò che non ti uccide, ti fortifica» - per rappresentare un fenomeno che, basi filosofiche a parte, ha numeri inequivocabili a supporto. «Varie ricerche recenti vanno tutte in una direzione precisa–ricorda–: sono le donne le vere protagoniste nel rispondere a una crisi terribile con le armi dell’economia». Basti pensare, come rivela l’ultima indagine dell’Unioncamere sul tema, che «delle oltre seimila imprese in più che, tra settembre 2012 e settembre 2013, si sono aggiunte alla base imprenditoriale del Paese, quasi quattromila, cioè più del 60 per cento, hanno a capo una donna o un gruppo di donne». Potenziare il loro ruolo, dunque, andando oltre il concetto, pur necessario, delle quote rosa, è anzitutto una «battaglia di civiltà». Palermitana, la Di Dio è presidente nazionale del Terziario Donna Confcommercio, oltre che facente parte del coordinamento sull’imprenditoria femminile di Rete Imprese Italia, vicepresidente di Confcommercio Palermo, presidente di Federmoda Palermo e consigliere nazionale Federmoda Italia. Prima di tutto questo, però, è un’imprenditrice, figlia d’arte, oggi amministratore delegato e socia della Cida srl, che realizza e distribuisce una collezione di total look da donna con il proprio marchio, «La vie en rose», in Italia e all’estero. L’azienda, con sedi a Palermo e a Carpi, oltre alla propria collezione produce divise per abiti civili e da lavoro per enti, aeroporti e grandi aziende, progetta e sviluppa in private label prodotti per distributori di moda all’estero. Una storia imprenditoriale in rosa, con la governance dell’azienda affidata a due sorelle e l’80 per cento dei dipendenti di genere femminile. Per di più in un ambiente, quello siciliano, lontano dalle direttrici di sviluppo nel settore della moda e dell’abbigliamento che caratterizzano i grandi centri italiani del fashion. Per queste ed altre ragioni «La vie en rose» è diventata un case history, raccontato nel libro della sociologa Loredana Tallarita, edito da Franco Angeli.
Domanda. I numeri danno ragione a chi crede che le donne alla guida delle imprese possano essere il vero motore della ripartenza?
Risposta. I numeri non mentono mai e in questo caso ancora meno. D’altronde, questa è la prova che almeno il mercato non ha pregiudizi di alcun tipo. Anzi, il mercato è uno dei pochi ambiti in cui si realizzano, per default, le pari opportunità. Il mercato è meritocratico e consequenziale, premia le capacità imprenditoriali, il know how, senza guardare al sesso, alle etnie, alla religione. Perciò, quando ci sono buone idee e il giusto modo di tradurle in impresa, i risultati premiano le donne così come farebbero con un qualsiasi imprenditore. Ebbene, riguardo ai numeri, penso che in questo caso ricerche come quelle dell’Unioncamere non fanno niente altro che sintetizzare una realtà che la nostra cultura fatica a voler vedere. Senza donne al vertice non solo non si cresce, ma non c’è futuro. È chiaro che, in un momento di così drammatica crisi economica, parlare di governance al femminile può apparire quasi provocatorio, un atteggiamento elitario e sterile che non guarda ai reali problemi del Paese. Ma invece proprio la classe imprenditoriale che rappresentiamo ha la responsabilità di cercare la soluzione e indicare come uscire dalla crisi. Ed è l’affermazione di un vero principio di parità tra uomo e donna che costituisce il volano determinante per il nostro sistema. Purtroppo c’è un solo dato determinante: le donne sono il 52 per cento della popolazione. Occorrerebbe avere tale percentuale di donne in ogni azienda. Pari opportunità di rappresentanza di donne e uomini nei luoghi di decisione, compiutamente rappresentativa della comunità.
D. Alla fine dello scorso settembre le imprese femminili registrate nelle Camere di Commercio erano più di 1.400.000, il 23 per cento del totale. In termini relativi, l’incremento rilevato nei dodici mesi presi in esame corrisponde a un tasso di crescita dello 0,27 per cento, quasi triplo rispetto alla crescita media del totale delle imprese del periodo, pari allo 0,10 per cento. Che significa ciò?
R. Indubbiamente questi sono risultati che dovrebbero far riflettere. Anzitutto sul fatto che questo avviene proprio nel momento più difficile per l’economia del Paese, in cui tra l’altro, in molti chiudono. Le donne possiedono una serie di caratteristiche naturali che il mercato premia, come si vede. Istintivamente le imprese femminili scoprono aspetti inesplorati, vanno verso il trend del periodo anche con anticipo, sono attente al dettaglio, al prodotto di nicchia, sono naturalmente protese verso tutto quanto fa capo al settore dei servizi. Questo sul piano delle attività. Sul piano umano, che è poi la base di tutto, va detto che spesso la donna capo sa dare il buon esempio, creando una squadra motivata ma attraverso rapporti orizzontali, con autorevolezza ma senza diventare autoritaria. In questo modo si crea un sistema che va nel solco della motivazione, della missione e dell’obiettivo concreto. Quasi sempre le donne cercano le soluzioni molto più e molto prima che le discussioni.
D. Cercare soluzioni. Molte donne nella crisi hanno reagito, attraverso il fare impresa, anche alla perdita del lavoro dei loro mariti?
R. Creare nuove imprese è stata per le donne la formula di autoimpiego vincente in questo periodo. Le signore che hanno deciso di provare a darsi da sole quel lavoro che sempre più spesso manca in famiglia l’hanno fatto, per di più, scegliendo una forma giuridica «coraggiosa» come la società di capitali, il cui aumento è stato infatti di 9.800 unità in dodici mesi, con un ritmo di crescita del 4,5 per cento. E di conseguenza è andato diminuendo il ricorso alla più semplice, ma anche più debole impresa individuale.
D. Il turismo e i servizi finanziari sono settori oggi a trazione femminile. Ma le donne stanno anche cominciando a emergere in ambiti tradizionalmente guidati dagli uomini?
R. Sempre i numeri confermano che i settori in cui la presenza femminile ha mostrato una preferenza spiccata oltre a quelli in cui tradizionalmente le donne sono presenti, nel commercio al dettaglio e dei servizi, sono proprio il turismo, comparto cresciuto di 4.900 iniziative, e i servizi finanziari, con un aumento di 1.400 attività e una crescita record del 5,3 per cento. Certamente ci sono anche molti altri ambiti nei quali le donne vogliono cimentarsi, ma il problema è complesso e i contesti su cui bisogna intervenire sono molteplici.
D. Uno dei più urgenti è quello dell’accesso al credito bancario: è più difficile e spesso più oneroso per le imprese a guida femminile?
R. Si tratta di un aspetto senz’altro molto importante, perché purtroppo da parte delle banche spesso si presuppone una fragilità delle imprese femminili e dunque non solo si concede più difficilmente il credito, ma si richiedono anche maggiori garanzie, per cui il costo per la donna anche lì è più alto. Questo indica che la chiave di volta è il fattore culturale. Se non cominciamo a lavorare e investire concretamente sulla cultura, possiamo parlare senz’altro di welfare, di interventi normativi e di tutto il resto, ma non avremo la vera base sulla quale costruire e investire.
D. Quindi che devono fare?
R. Quindi, siamo sempre lì: l’affermazione di un principio di parità tra uomo e donna è il moltiplicatore che va attivato se si vuole davvero mettere a frutto, al servizio del Paese, il valore aggiunto della capacità femminile. Da imprenditori, noi sosteniamo che senza crescita non c’è futuro. Ma senza donne, o almeno senza che alle donne, che costituiscono più della metà della popolazione, sia data una vera chance di successo, non c’è futuro. Non si tratta peraltro di una battaglia per le donne, ma di un’evoluzione verso una democrazia paritaria, che ha poco a che vedere anche con le quote rosa, che per adesso restano tuttavia necessarie.
D. Dunque non basta agire sul piano normativo per cambiare?
R. Senza dubbio l’aspetto normativo ha avuto e ha tuttora grande importanza, ma non può bastare se manca il resto, è l’evoluzione culturale a dover guidare e orientare certi nuovi modelli e i comportamenti virtuosi. E noi della Confcommercio vogliamo proprio essere il catalizzatore, l’elemento di propulsione di questa cultura. Vogliamo proseguire la nostra azione a sostegno di una maggiore presenza delle donne nei luoghi decisionali della politica e dell’economia. Ma attenzione, partecipare non basta. La presenza che desideriamo è qualitativa e non meramente quantitativa. Non è sufficiente portare le donne sul ponte di comando; occorre portarle ai comandi ma per ottenere finalmente l’affermazione di una sostanziale democrazia paritaria, concreta e qualitativa, e non meramente di facciata e quantitativa. Pensiamo ad esempio ai magistrati: circa metà di loro sono donne: lo si diventa per concorso. Ma tra i presidenti di tribunale, invece, le donne sono poche: lo si diventa per nomina. Più in generale, direi che noi imprenditori della Confcommercio siamo consapevoli che occorre consolidare una cultura di impresa progressista, attenta non solo ai problemi legati alle categorie o al mercato o all’economia, ma anche e soprattutto a temi più ampi, che attengono alla democrazia, perché anche da questo dipende il futuro dell’economia e del Paese.
D. Quali le nostre lacune in confronto con l’Europa più avanzata?
R. L’Italia è, tra i Paesi ad alto reddito, quello che usa al minimo il potenziale di sviluppo legato al lavoro femminile. Nessun Paese avrebbe da guadagnare più del nostro puntando su quella differenza di genere che dovrebbe rappresentare una risorsa per la società, se decidesse di valorizzare le donne. È un cammino che va centrato sulle garanzie, non sulle semplici riserve. Ed è evolutivo per il Paese, perché la scarsa presenza di donne nei luoghi-chiave di governo è la dimostrazione più immediata dell’arretratezza culturale. E impedisce che si tenga conto degli interessi e delle esigenze di tutta la popolazione. Quindi la democrazia risulta incompiuta, ma anche impoverita della visione femminile.
D. L’apporto normativo è urgente per dare punti fermi alla rappresentanza femminile in tutte le aziende?
R. Credo che, prima di portare avanti nuove leggi e correttivi sulla scarsa presenza femminile, occorra adoperarsi subito per affermare un criterio illegittimamente disatteso. Lo strumento suggerito è giurisdizionale: trarre spunto da quanto è stato espresso da parte di quelle sentenze che, rifacendosi alla norma e alla Costituzione, sono entrate nel merito di una democrazia paritaria che va oltre il tema delle pari opportunità e soprattutto delle quote rosa. Tema abusato, spesso criticato e ormai superato da un diverso metodo, quello che noi proponiamo, che riconduce la presenza delle donne a una questione di civiltà, di merito, di legittimità e anche di opportunità economica, visto anche lo stretto legame esistente tra prodotto interno e occupazione femminile. E se si sta creando una giurisprudenza solida, occorre che si consolidi una forma mentis consequenziale. È giusto e necessario fare ricorso al giudice ogni qualvolta vengano nominati organismi collegiali di enti locali e strumentali, di società partecipate che non rispecchino la normativa in materia. Questa intenzione deve essere recepita anche attraverso la nostra rete capillare dalle associazioni di categoria, datoriali, sindacali, femminili. Occorre creare una rete di comitati territoriali per strutturare azioni di divulgazione di idee e di attività e azioni pratiche da realizzare.
D. Il sostegno alle donne non si fonda anzitutto su adeguate politiche familiari e di welfare nelle quali esistono pesanti lacune?
R. Per essere al passo con le politiche europee più virtuose dobbiamo investire in questi ambiti, che hanno bisogno di un forte sostegno. Penso che manchi un solido modello culturale di condivisione degli impegni tra uomo e donna in famiglia; sulla donna gravano totalmente o quasi, oltre ai lavori domestici, gli impegni cosiddetti di cura, ovvero della conduzione della crescita della prole e di cura degli anziani. Condivisione è la parola da riferire a un rapporto paritetico tra uomo e donna.
D. Basta una buona idea per diventare imprenditore?
R. No, se manca una politica di valorizzazione dei talenti e in particolare dei giovani. Le politiche dei finanziamenti spesso sono miopi, vanno in direzione delle grandi imprese e le piccole diminuiscono a vista d’occhio. Aziende interessanti e piene di prospettive sulla carta il più delle volte  non riescono neppure a nascere. Non critico le politiche di stabilizzazione, o le cosiddette politiche passive di lavoro di sostegno ai disoccupati ma sono più incline a sostenere gli investimenti promettenti, che tornano anche come prodotto interno. Ma il carburante iniziale è la fiducia.    

Tags: Febbraio 2014

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