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mauro pastore: la bcc di roma investe, dà fiducia ai propri clienti e aumenta gli impieghi

Mauro Pastore, direttore generale della Banca di Credito Cooperativo  di Roma

La Banca di Credito Cooperativo di Roma è una società cooperativa a mutualità prevalente. Costituita nel 1954 con uno sportello alla periferia della Capitale come Cassa Rurale ed Artigiana dell’Agro Romano su iniziativa di 38 soci cooperatori, oggi la Banca dispone di una rete di 144 agenzie distribuite nel Lazio e nell’Abruzzo interno, conta oltre 25.600 soci, 300 mila clienti e 1.270 dipendenti. La BCC Roma è responsabilmente impegnata in attività di carattere sociale nei territori in cui opera, un modo «differente» di fare banca coerente con la propria natura cooperativa. Fa parte del Credito Cooperativo italiano, composto da 380 istituti legati tra loro in un sistema a rete, che unitariamente può essere considerato la quarta aggregazione bancaria italiana. Direttore generale dal 2010 è Mauro Pastore, che ci descrive nel dettaglio le attività dell’istituto.
Domanda. La Banca è nata nel 1954 e si è estesa in tutto il Lazio, e in una parte dell’Abruzzo. Può fare un bilancio di questi 60 anni d’attività?
Risposta. È un bilancio che a nostro avviso è estremamente positivo, la banca è nata in una borgata romana contro ogni pronostico che all’epoca venne fatto, tanto che quando la banca chiese l’autorizzazione dalla Banca d’Italia fu osteggiata dai grandi banchieri di allora, che ritenevano che in Roma non ci fosse bisogno di una cassa rurale, come si chiamavano all’epoca. Fortunatamente l’allora governatore Donato Menichella diede l’autorizzazione, ma inizialmente non poté chiamarsi cassa rurale artigiana di Roma e prese il nome di cassa rurale artigiana dell’agro romano, perché non si voleva neanche che ci fosse riferimento alla città di Roma. Nonostante queste difficoltà, la banca è nata. Inizialmente il problema più grosso era quello di crearsi una credibilità, perché la banca nacque in un retrobottega dietro un benzinaio, quindi diciamo con un immagine assolutamente non tipica di un istituto bancario. Avevamo bisogno di affidamento da parte dei clienti, che temevano di depositare il proprio denaro in una banca che poteva fallire. In un decennio, la banca si è poi sviluppata. Ha cominciato prima aprendo una seconda filiale nella zona di San Giovanni, molto più centrale a Roma rispetto alla borgata Finocchio, e nel corso degli anni successivi si è sviluppata con molte filiali aperte nei dintorni. L’unica altra filiale, chiamiamola romana di Roma città, era quella vicino alla Rai perché la banca ebbe già da allora, 40 anni fa circa, una convenzione con i dipendenti della Rai e quindi aprimmo una filiale lì vicino. Però le altre filiali erano tutte quante fuori il raccordo anulare; successivamente poi la banca, da fine degli anni 80, è cominciata a crescere in maniera molto sensibile, per esempio nel 1987 aveva 16 filiali, poi già nel 2000 ne aveva 100, e oggi 144 per la precisione, quindi piano piano è diventata la banca non solo della periferia romana, ma anche della città di Roma con le varie filiali che hanno avuto lo stesso successo di quello che si è avuto nella periferia.
D. Quali sono le linee essenziali del piano strategico aziendale 2013-2015 varato dal consiglio di amministrazione?
R. Il consiglio di amministrazione ha redatto il piano strategico aziendale nel 2013, un piano che comprende il 2013, il 2014 e il 2015, pertanto nel pieno della crisi economica e finanziaria di questi anni, e quindi è stato un piano che noi chiamiamo «conservativo», cioè un piano di rafforzamento. Abbiamo deciso di aprire meno filiali, solo 1 o 2 l’anno rispetto alle 6-7 degli altri anni, e di fare una penetrazione verticale nel nostro territorio, non più orizzontale; stiamo intervenendo sulle filiali che già abbiamo e che non avevano grandi volumi di affari, per cercare di incentivare un maggiore sviluppo e produttività di quelle stesse filiali. Questo in linea con quello che sta facendo tutto il sistema bancario che non sta più aprendo nuove filiali, ma sta riducendolo o rafforzando quelle esistenti. Abbiamo un piano che prevede un incremento significativo di volumi, sia di impieghi che di raccolta, quest’ultima molto significativa da quando sia i grandi enti sia i privati hanno capito che si tratta di una banca solida e stanno depositando il proprio denaro e ciò ci consente di impiegarne sempre di più: contrariamente a quello che ha fatto il sistema bancario, noi nei 6 anni di crisi abbiamo aumentato gli impieghi del 70 per cento, e anche nel piano strategico triennale, dove tutti fanno previsioni di riduzioni degli impieghi, abbiamo fatto una previsione di incremento degli impieghi di circa il 15 per cento nel triennio. Vogliamo continuare a dare fiducia ai piccoli operatori della città romana.
D. Si è rivendicata la capacità della BCC di Roma di svolgere una funzione anticiclica e stabilizzante nei territori in cui operate. Come siete riusciti anche nel 2013 a conseguire un risultato positivo sia rispetto al sistema bancario sia rispetto allo stesso sistema di credito cooperativo?
R. La natura stessa di una banca di credito cooperativo, e in particolare una banca di credito cooperativo come la nostra - che ormai è una banca di medie dimensioni nel panorama italiano - ci ha consentito di continuare a crescere e dare risultati positivi, perché i nostri clienti li conosciamo profondamente, quasi tutti i nostri dipendenti sono nati e cresciuti nei territori dove oggi prestano la loro attività lavorativa, pertanto siamo in grado di individuare anche le imprese che in questo momento non vanno bene, scoprendone le potenzialità, e siamo stati in grado di dar loro fiducia, mentre il resto del sistema bancario ha un po’ chiuso le porte perché i rating non erano adeguati. In tal modo, il sistema bancario esclude una piccola società che va in perdita per un anno o due da possibili iniziative di sostegno. Noi, conoscendo le famiglie e le imprese, siamo riusciti ad affiancarli lo stesso, e questo da un lato ci fa crescere sotto il punto di vista dei volumi, dall’altro ci fa avere la giusta redditività perché gli impieghi ci sono remunerati. Anche le nostre perdite su crediti sono inferiori a quelle del sistema bancario.
D. Prevenite quindi?
R. Esatto, preveniamo conoscendoli. Il nostro rating non è fatto da un matematico indiano o cinese, ma è fatto dal nostro operatore che conosce la storia della famiglia o dell’impresa. Per noi si tratta della capacità della persona di fare il proprio lavoro, non tanto negli indicatori che in un dato momento esprime la sua impresa.
D. Crede che il sistema delle BCC possa essere un esempio da cui ripartire in un momento in cui la crisi economico-finanziaria internazionale sembra aver messo in crisi il modello delle grandi banche tradizionali?
R. Qui la questione si fa un po’ più complicata. Da un lato credo che dovranno coesistere, in tutta Europa, grandi banche per affiancare imprese medio-grandi, e piccole banche, o meglio banche di territorio, per affiancare i piccoli operatori di territorio, proprio per il discorso che facevamo prima. La grande banca fa fatica a seguire il piccolo operatore, che in tal caso deve essere incanalato in direttive studiate a molti chilometri di distanza da dove opera l’impresa, che non necessariamente riescono a essere adeguate alle esigenze del piccolo imprenditore. Quindi la piccola banca deve poter esistere così come la grande banca. Il sistema delle BCC, però, ha anch’esso delle criticità in questo momento, le BCC sono circa 380 in questo momento in Italia.
D. In Italia?
R. Nel Lazio, in Umbria e in Sardegna sono 27, in tutta Italia sono 380. Se la BCC mantiene la propria caratteristica originaria di banca della piccola e media impresa e della piccola famiglia, non montandosi la testa, potrà essere un importante elemento della stabilità dell’economia italiana. Il nostro sistema BCC finanzia per oltre il 20 per cento le imprese artigiane, mentre come BCC abbiamo una quota di mercato che sarà intorno al 7-8 per cento, quindi per l’impresa piccola siamo assolutamente il tipo di sistema bancario che maggiormente riesce a percepirne le caratteristiche e quindi ad affidarla, a patto che rimaniamo un’impresa di territorio e che non facciamo il mestiere degli altri, quello delle grandi banche.
D. Qual’è la sua storia e come si è evoluta nel corso del tempo?
R. Innanzitutto io non sono un bancario di nascita, ma ho iniziato in una società di revisione facendo esperienza, poi in una società di consulenza. Entrai nel mondo bancario dopo circa 15 anni, questo mi ha consentito di conoscere la banca da fuori, e una volta entrato ho potuto portare anche la visione sia dell’impresa-cliente, che dell’interlocutore tipico delle banche, il quale vedeva una certa rigidità e una burocratizzazione nel sistema bancario.
D. Siete presenti nelle aree poco raggiunte da altri istituti di credito: le periferie, le province laziali e abruzzesi. Perché tale scelta? È più difficile operare in queste zone?
R. Siamo nati come banca per coloro che non avevano accesso ai grandi istituti di credito. Si faceva una riflessione tanti anni fa in cui si parlava del credito cooperativo come di una specie di miracolo dell’impossibile, cioè gente senza soldi creava delle banche per prestarli a chi non aveva soldi, il che sembrava impossibile. La banca è stata creata da 38 pionieri che non avevano nulla quando l’hanno creata, hanno solo pensato di unirsi per creare una struttura che consentisse il finanziamento sulla base della fiducia e della conoscenza della persona, così è accaduto da noi e così è accaduto in tutti i paesi dell’Italia. Le banche di credito cooperativo nascono 130 anni fa a Loreggia, in Veneto; ma anche le periferie romane sono piccoli paesi, soprattutto prima, quando non c’era la grande città. Nel 1954 quando è nata a Roma la BCC, confluivano in queste periferie famiglie con molta voglia di emergere e poca solidità alle spalle, per cui sulla base del rapporto fiduciario la banca è cresciuta in quei territori ed ha cominciato a capire che c’era ancora più bisogno di fiducia sulla parola di quanto non ce ne fosse nelle grandi città.
D. Chi sono i vostri clienti?
R. Tipicamente le famiglie e le piccole e medie imprese, o commerciali o artigiani, con un numero di dipendenti al di sotto di 10, un fatturato da mezzo milione a 3 milioni di euro, questa è proprio la caratteristica tipica delle nostre imprese. Ma lavorando a Roma abbiamo relazioni con imprese molto più grandi.
D. Perché le grandi aziende scelgono voi?
R. Perché abbiamo guardato dietro l’impresa, cioè ai suoi dipendenti, e questo ci consente di avere migliaia di piccole operazioni. La sostanza è che queste grandi imprese non sono per noi l’obiettivo finale, ma un mezzo per arrivare al retail e a tutte le famiglie che ci sono dietro.
D. Le caratteristiche dei vostri prodotti finanziari? Cosa offrite?
R. La nostra banca è parte di un gruppo bancario, l’Iccrea Holding, una società posseduta dalle 380 banche di credito cooperativo, che ha sotto di sé tutte le società finanziarie come l’assicurazione, il leasing, il risparmio gestito, e tutto ciò che hanno le altre banche. La particolarità è che noi guardiamo i clienti negli occhi, non facciamo mai un prodotto che massimizza il ritorno della banca, ma facciamo un prodotto che ha il giusto prezzo e adatto alle esigenze del cliente.
D. Che differenza c’è di fare un mutuo con voi, rispetto ad un’altra banca?
R. Per onestà io non dico che i nostri prodotti costano meno tranne che per i soci, la differenza è che noi il mutuo lo diamo veramente, cioè non cerchiamo cavilli, e non facciamo offerte «civetta».
D. Quali sono le vostre iniziative nel settore del sociale?
R. Questo è il nostro fiore all’occhiello, siamo una medaglia con due facce: una faccia dell’impresa, una banca che deve essere efficiente, che deve fare il giusto utile altrimenti esce dal mercato da un lato; dall’altro una banca di credito cooperativo, quindi una cooperativa con uno scopo mutualistico e sociale. Destiniamo circa 4 milioni di euro l’anno a piccole operazioni sul territorio, per esempio finanziamo il rifacimento della tettoia della chiesa o diamo 800 euro alla squadra del territorio che altrimenti non potrebbe comprare le maglie per i giocatori. Ogni nostro territorio è suddiviso in comitati locali, 16 in tutto, i quali hanno dei budget sociali e possono fare donazioni o dare sponsorizzazioni a iniziative del territorio.
D. Su Roma quali operazioni importanti avete fatto?
R. Cito il restauro della fontana di Piazza Barberini fatto diversi anni fa, poi attualmente stiamo facendo il restauro di un quadro in occasione del sessantesimo anniversario. Allontanandoci da Roma, abbiamo dato un milione e mezzo di euro per il rifacimento di Palazzo Margherita a L’Aquila dopo il terremoto; le restanti 379 banche del credito cooperativo hanno messo 3 milioni e mezzo di euro, quindi 5 milioni complessivamente. Abbiamo finanziato l’Unicef, la fondazione Rita Levi Montalcini per i problemi legati alle donne nel mondo per le mutilazioni genitali o altro, l’anno scorso abbiamo finanziato un’associazione che si chiama Antea che assiste i malati terminali.
D. Il modello della BCC risulta tuttora molto valido. Secondo lei necessita di evolversi ulteriormente?
R. Credo abbia bisogno di rafforzarsi a livello di federazioni regionali. Le banche di credito cooperativo sono mediamente molto piccole, hanno 3-4 sportelli e circa 15 dipendenti, e non possono competere nel mercato pur avendo tutti i prodotti e i servizi degli altri, se non con una struttura regionale creata appositamente che dà assistenza alla struttura centrale e si occupa di marketing, consulenza direzionale, controllo di gestione, revisione interna. Le federazioni regionali sono associate poi in una federazione nazionale.
D. Come avete vissuto la crisi?
R. Nel 2013, anno di crisi per tutto il sistema bancario, noi abbiamo aumentato le masse in misura significativa, la raccolta è incrementata dell’oltre il 9 per cento, gli impieghi del 2,4 per cento quando tutto il sistema ha registrato un meno 3,5 per cento, l’utile è stato migliore del 2012, infatti chiudiamo con 21 milioni di euro, il nostro patrimonio è cresciuto ancora e siamo ancora più solidi di prima. Quindi mi sento di dire che in un momento di crisi del sistema bancario, la BCC di Roma continua ad essere solida, robusta e con ottime prospettive per il futuro.
D. Probabilmente perché, essendo una banca a cui si rivolgono le piccole e medie imprese e i singoli, in un momento di crisi questi hanno più bisogno di finanziamenti?
R. Certo, vengono in una banca dove le persone possono essere capite.    

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