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raffaele bonanni: la posizione della cisl su europa, tasse, pensioni, economia

Raffaele Bonanni, Segretario Generale della Confederazione  Italiana Sindacato Lavoratori

Conseguito il diploma all’Istituto commerciale, Raffaele Bonanni cominciò a lavorare come manovale in un cantiere edile della Val di Sangro, iscrivendosi nel 1970 alla Cisl e frequentando nel 1972 il «Corso lungo» nel Centro Studi della Confederazione a Firenze. Proseguì poi l’attività sindacale in Sicilia, dove fu fra i più stretti collaboratori di Sergio D’Antoni. Nel 1981 divenne segretario generale della Cisl di Palermo e nel 1989 della Cisl siciliana; si batté contro le infiltrazioni mafiose negli appalti e nella vita pubblica. Nel 1991 fu chiamato a guidare la Filca, operante nell’edilizia, ed entrò a far parte della Segreteria confederale della Cisl per la prima volta il 16 dicembre 1998; confermato nel 2001 e nel 2005, nel 2006 subentrò a Savino Pezzotta come segretario nazionale, carica nella quale è stato confermato nel 2009.
Domanda. I Governi Monti e Renzi hanno archiviato la «concertazione» che aveva raggiunto nel 1993 il momento più esaltante. La Cisl la ritiene ancora valida? Come rilanciarla?
Risposta. I media danno, di essa, una definizione macchiettistica, mentre oggi è difesa da chi l’ha sempre attaccata. Ma la nostra concertazione non è quella che vede un Governo, una Regione o un Comune convocarci per esprimere dei sì o dei no. Quella che pratichiamo tutti i giorni consiste nel prendere contatto, anche informalmente, con soggetti aventi obiettivi comuni. Faccio l’esempio della Rai-Tv, azienda che vorrebbe farsi rinnovare anticipatamente la concessione del servizio discutendone con i ministri e con altri soggetti.
D. E non con i sindacati?
R. Poco importa una convocazione formale; la concertazione è l’unione di interessi per ottenere un risultato comune. Secondo qualcuno la concertazione è essere convocati per dire sì o no, senza assumersene la responsabilità. La Cisl non si è mai riconosciuta in questo comportamento, si è sempre assunta responsabilità anche scomode, la storia sociale ed economica racconta questa sua attitudine.
D. L’opinione pubblica è ostile ai sindacati, li considera inutili o inadatti ad affrontare i nuovi problemi della società. Come reagite?
R. Noi registriamo nei sondaggi un consenso del 38 per cento dei cittadini, molto al di là del numero degli iscritti. Gli imprenditori scaricano tutte le colpe sul sindacato che tra l’altro è molto variegato per cultura, comportamenti ed esperienze, ma il 38 per cento delle persone lo giudicano favorevolmente. Di fatto soffia contro il sindacato un mondo politico abbastanza diffuso che, non avendo più strutture, non sopporta che gli altri siano organizzati. Poteri forti che, grazie a una situazione politica ed istituzionale così incerta, non amano forme organizzate che possono contrastare le loro classiche posizioni sui grandi temi. Non si spiega perché i grandi giornali mal sopportano le realtà organizzate, non solo i sindacati ma anche le associazioni imprenditoriali. In altri Paesi europei come Germania, Spagna e Inghilterra, le associazioni sono considerate il perno della coesione; se bisogna liquefare anche ciò che oggi è solido, la società finisce in balia dei poteri forti e delle proteste ribellistiche.
D. Ma questo 38 per cento è costituito da lavoratori o da imprenditori?
R. Io penso che la struttura principale sia formata da lavoratori e da simpatizzanti, anche per l’articolazione culturale. Il mio sindacato è molto diverso dalla Cgil. La Uil ha una impostazione più simile alla nostra. Vi sono sindacati che della coesione sociale fanno l’obiettivo della propria esistenza, ed altri che ritengono l’antagonismo la principale carta da giocare. Io non ho mai pensato questo, ecco perché la Cisl, nei momenti cruciali della vita economica e democratica, nelle difficoltà, ha sempre sostenuto gli interessi generali.
D. Quale quota avete rispetto agli altri sindacati?
R. Poiché al sindacato italiano si iscrivono lavoratori attivi e pensionati, la Cisl non è seconda a nessuno tra i lavoratori attivi. La Cgil è molto più forte di noi per il numero di iscritti pensionati.
D. Il mondo è dominato dalla finanza che subordina la persona al mercato, nel quale vigono poche regole e scompaiono i diritti. La partita è in campo mondiale: la visione del sindacato non sembra molto provinciale?
R. È un problema serissimo. Nel recente congresso di Berlino della Confederazione mondiale del sindacato, abbiamo ribadito l’esigenza di una struttura molto più forte a livello globale. Benjamin Constant, filosofo di fine Settecento, diceva che il commercio sopravanza anche il potere dello Stato; oggi diremo che l’economia e la finanza hanno una dimensione mondiale, una piena autonomia. Una dimensione così autonoma, potente e globale neutralizza la funzione democratica della politica e frantuma anche la funzione positiva di coesione di sindacati e associazioni di interesse. È un problema che sembrava dovesse risolversi all’inizio della crisi, 5-6 anni fa, essendovi nei G-20 una forza orientata a rimettere il potere degli Stati sopra la finanza, ma non ce l’hanno fatta. È il tema dei temi, sia per lo sviluppo positivo dell’economia sia soprattutto per quello della democrazia. Se non regolassimo questi aspetti, andremmo verso l’avventura: le democrazie diventerebbero solo formali, ma la potenza economica si esprimerebbe in sistemi che non conoscono la democrazia e avremmo conseguenze molto gravi, attentati notevoli contro la coesione e la pace. È un tema delicato e non solo il sindacato ma anche la politica e le istituzioni devono acquisire una dimensione globale che non hanno. A distanza di quasi 3 secoli Constant è ancora un grande maestro: il commercio sopravanza il potere degli Stati, e nella sua semplicità questa definizione illustra la pericolosa condizione in cui ci troviamo e potremmo sempre più trovarci. Il fallimento di 5 o 6 anni fa è stato clamoroso e si sta incubando di nuovo, perché le regole sono state cambiate ma, nonostante questo, gli Stati non hanno avuto la forza di regolare il potere più importante e più autoreferenziale che esista.
D. Cosa propone il sindacato, e quali alleati, per arrivare a un’Europa politica?
R. La Cisl è europeista da sempre perché questa è l’unica vera prospettiva per gli italiani e gli europei. Senza l’Europa non esiste altra prospettiva per la democrazia che conosciamo. La dimensione che stanno ottenendo Paesi che non conoscono la democrazia è un dato preoccupante in un’Europa divisa e incapace di riscrivere la propria cultura politico-sociale che negli ultimi 200 anni ha influenzato la democrazia in tutto il mondo. Fare l’Europa politica non è solo risolvere il problema degli europei o degli italiani. Gli Stati Uniti, avendo una dimensione continentale, realizzano economie di scala su tutto, affrontano unitariamente ogni problema, riducono i punti deboli che hanno. Noi, con la nostra dimensione non siamo in grado di avere nessuna politica economica, sociale e internazionale. Perfino i conflitti esistenti ai margini o dentro la stessa Europa sono impacciati; quelli esistenti in un’area di confine come l’Africa ci vedono lontani; eppure la prossimità è evidente e gli sviluppi nei prossimi decenni saranno così importanti per noi che è consigliabile che l’Europa vi sia coinvolta. La dimensione politica europea è importante non solo per noi, ma per il mondo. Tutti i Paesi in sviluppo hanno una dimensione politica e territoriale molto vasta: penso a Cina, Brasile, India, Stati Uniti, Canada. Credo in un’Europa che, più ricca, più fornita di know how e di conoscenze, più forte culturalmente, sociale e democratica, abbia il dovere e il diritto di darsi una dimensione politica. Se noi italiani uscissimo dall’euro diventeremmo più poveri di metà, nel volgere di una giornata.
D. Ma non saremmo più indipendenti? Non siamo un Paese ricco?
R. Nell’attuale dimensione globale nessuno è autonomo rispetto all’altro, le vicende sono interdipendenti, perfino nel Settecento i Paesi maggiori per ricchezza e per dimensioni politiche erano interdipendenti. Ora che la società civile si è allargata al 90 per cento del globo, ognuno di noi è interdipendente; in caso contrario pagheremmo l’energia il doppio e il debito pubblico aumenterebbe notevolmente. Meno convenienza di questa non c’è.
D. Ma non è che l’euro non è stato ben gestito?
R. La sfasatura dell’euro di oggi è causata dall’esistenza di una Banca centrale europea priva di una dimensione politica; non è un organismo di ultima istanza, è una situazione anomala, non c’è uno Stato ma c’è una moneta. Sbagliarono ad impostare l’euro così 15 anni fa. Invece di fare l’Europa politica almeno con i primi 12 Paesi, ne sono stati aggiunti altri solo per la convenienza commerciale, ed ora non si riesce a riafferrare le redini della vicenda sul piano politico. Ma proprio questo è l’obiettivo, non ne può esistere un altro, pagheremmo caramente il prosieguo di questa situazione nella quale non si è né carne né pesce. La soluzione invocata da chi contesta l’attuale funzionamento non è uscire, ma sviluppare la dimensione politica per gli Stati Uniti d’Europa.
D. Che cosa manca per diventare, appunto, carne o pesce?
R. Una dimensione politica, un Governo degli europei che decida per una sola tassazione, una sola banca, una sola legislazione per tutti i settori nei quali operiamo. Poi altre leggi minori potranno essere regolate come avviene oggi tra Stato e Regioni, ma per le questioni più importanti come fisco, difesa, giustizia, occorre una dimensione europea capace di fare esprimere il meglio della cultura sociale, democratica, giuridica. Quanto alle alleanze per arrivare a un’Europa politica e sociale, c’è bisogno di unità tra lavoratori, imprenditori, ceti sociali più svantaggiati; e noi incoraggiamo questa soluzione. In Italia tutte le associazioni, imprenditoriali e sindacali, sono europeiste, la posizione antieuropea riguarda solo il populismo politico; chi rappresenta interessi, capisce che un’Europa negletta produce un ridimensionamento delle possibilità economiche e sociali.
D. L’antagonismo tra impresa e sindacato ha ancora un senso?
R. Per la Cisl non ha avuto mai alcun senso, noi ci ispiriamo alla dottrina sociale della Chiesa che ritiene l’impresa a servizio della persona; la «Parabola dei talenti» è il riferimento più importante. Produrre di più significa alimentare la ricchezza e una distribuzione più equa e diffusa del benessere. Concepiamo l’impresa come il luogo della collaborazione e della produzione della ricchezza che ricade su ciascuno, quindi in funzione dell’esigenza dell’uomo. Siamo stati sempre contro l’antagonismo, partecipativi e collaborativi; il problema non è contendersi la ricchezza, è produrla insieme.
D. Sciopero e manifestazioni di massa sono ancora gli unici strumenti per far valere le proprie richieste?
R. La mia organizzazione non sciopera dall’inizio della crisi, perché lo sciopero danneggia i lavoratori visto che la busta paga è già striminzita; ma anche le imprese sono da preservare, perché vittime di decisioni talvolta scellerate. Le proteste pubbliche servono a ricordare le priorità. Nel pubblico impiego la Cisl non sciopera da almeno 8 anni, nonostante il blocco dei contratti; abbiamo attuato molte proteste, ma senza scioperi.
D. Come il sindacato e la Cisl combattono l’evasione fiscale?
R. L’equità fiscale è pagare per quello che si ha. Trasgredire questo principio significa disgregare il patto di società. Continueremo la battaglia per ridurre fortemente le tasse per i lavoratori e i pensionati, e questo serve sia a fare giustizia sia ad aumentare i consumi, ma chiediamo anche una riduzione delle tasse sull’impresa. La mia proposta è dimezzare le tasse per le imprese che reinvestono gli utili. I bassi consumi e la mancanza di investimenti sono la causa di una disoccupazione dilagante.
D. E come combattere la corruzione?
R. Un tempo ero convinto che prima bisognasse rimettere a posto amministrazioni pubbliche, istituzioni e liceità dei comportamenti, poi abbassare le tasse. Poi mi sono convinto del contrario: se non si taglia prima, non si arriverà mai all’altra fase. C’è un ceto politico molto restio a riformare se stesso, parlano di tutto e fanno finta di modificare se stessi. Per combattere la dilagante corruzione non bastano incitamenti moralistici, corruttori e corrotti sono immunizzati contro le prediche moralistiche, spesso si uniscono alle prediche. La questione è di struttura, occorre riformare amministrazioni e istituzioni, renderle più sobrie e più piccole; sono ingigantite, diventate troppo grandi, costose e non controllate. Vanno ridotte all’essenziale sia per risparmiare risorse sia per dare un nuovo volto alla politica. La corruzione non si esaurisce mai perché in Italia abbiamo 30 mila stazioni appaltanti; il Governo può nominare tutti i commissari che vuole, ma può un commissario tenere testa a 30 mila stazioni appaltanti?
D. Dovrebbe essere la Consip a svolgere questo compito?
R. La Consip serve per ridurre i costi degli acquisti della Pubblica Amministrazione, ma il ricorso ad essa è obbligatorio solo oltre il 10 per cento degli acquisti. La ristrutturazione delle istituzioni amministrative ha un notevole effetto sul risparmio, ma anche sul ristabilimento di un rapporto tra cittadino e istituzioni. La funzione pubblica scade talvolta in malversazione. In Francia non sono più di 100 le stazioni appaltanti. Nel caso degli appalti in edilizia, conoscendo la dimensione dei Comuni e le mancate attitudini dei loro uffici tecnici, un progetto affidato all’eterno costa dal 10 al 20 per cento in più; affidare un progetto è un ambizione fortissima di chi dirige un ente locale, difficilmente si trova un ente capace di provvedere in proprio alla progettazione. Inoltre enti appaltanti così numerosi sono fonte di discrezionalità e di ritardi notevoli. Opere come il Mose e la Salerno-Reggio Calabria non finiscono mai perché diventano fonti di risorse finanziarie. Fino a qualche tempo fa l’autonomia delle stazioni appaltanti era sacra, ma se una Regione ne ha una sola, tutti i Comuni vigileranno di più. Perché non lo fanno? Perché investono capitali per affrontare le elezioni e poi li recuperano in appalti, concessioni, convenzioni, esternalizzazioni. Ecco perché spero in un dibattito più vero, cui partecipino maggiormente politici, stampa, organizzazioni sociali. L’impalcatura della Tangentopoli di 20 anni fa è rimasta identica e il fenomeno si riproduce se non viene sradicato dalla radice. La struttura pubblica, che formalmente non gestisce nulla, gestisce solo l’occasione dell’appalto ed è molto facile per corruttori e corrotti fare quello che vogliono; poiché la Magistratura interviene sempre a valle e mai a monte, si scoprono molti fenomeni di corruzione ma sempre dopo.
D. Oggi, nel disinteresse generale, il federalismo è un buco nero di sprechi, ruberie, tassazione spietata. Come invertire la tendenza?
R. Se si delegittima la discussione tra i soggetti di rappresentanza politica, sociale e così via, tutto è senza freno, perché uno dei motivi della deterrenza rispetto alla corruzione è poterne discutere. Le lobby hanno bisogno di non discuterne, hanno bisogno di cunicoli, di stare al riparo da occhi e orecchi indiscreti. Le organizzazioni sociali vengono ostacolate perché fastidiose; non si assisterà mai a una lobby visibile. Bisogna domandarsi perché esiste un accanimento contro le organizzazioni sociali, sia da parte dei poteri forti i cui interessi sono il loro obiettivo principale, sia da parte di alcune forze politiche invischiate in operazioni poco chiare. Eppure la democrazia è un meccanismo che ha bisogno di pesi e contrappesi.
D. Il Governatore della Banca Centrale europea Mario Draghi riduce i tassi di interesse, i politici aumentano le tasse. Il sindacato appare distratto. Perché?
R. Draghi ha fatto benissimo a diminuire i tassi, ma è una tecnica usata per non fare esplodere i debiti pubblici; negli ultimi 300 anni mai gli Stati sono stati indebitati come ora rispetto alle banche. Ma i tassi che diminuiscono non hanno ricadute positive sulle famiglie e sulle imprese; è una tecnica diretta a ridurre il costo del debito ma, mentre si fa questo, gli Stati non fanno nulla. Imprese e famiglie non hanno risorse e il bilancio positivo di uno Stato deriva dalla compressione della spesa pubblica. L’asciugamento completo dei debiti dipende dalla ricchezza che si produce; se non si opera per questo, si gioca per non far degenerare questa situazione, mantenendola in vita. Finché non si riattiverà la produzione della ricchezza, il debito non si asciugherà, si manterrà allo stesso livello; è come un individuo in coma, formalmente in vita perché alimentato artificialmente. Conosco imprese che hanno chiuso perché non hanno banche disposte a concederle un prestito. La funzione delle banche è sancita dalla Costituzione, ma non viene svolta; esse devono dividersi i compiti, ma rastrellano solo soldi. Per questo non si ha voglia e interesse a riconoscere le rappresentanze sociali che mettono in guardia le persone da ciò che distrugge la democrazia.
D. É ancora utile l’unità sindacale?
R. È utile per svolgere una funzione maggiore. Per fare funzionare il pluralismo italiano, che è fatto di più culture sindacali, ognuno deve rispettare l’altro, predisporsi a un incontro di mediazione. Quando una parte settaria si irrigidisce, l’altra parte non si unisce ad essa. Spero che l’educazione al pluralismo sia sempre più presente.
D. Cosa propone la Cisl per favorire i rapporti tra sindacati e lavoratori?
R. Mentre tanti parlano di riorganizzarsi, noi l’abbiamo già fatto. La Cisl ha celebrato il congresso l’anno scorso, ha ridotto le proprie strutture territoriali da 124 a 58, accorpandole. È un’operazione faticosa eliminare tanti posti di responsabilità. Ma gli addetti hanno coperto altri spazi, le categorie da 17 stanno diventando 7, per avere una dimensione più snella ma anche più autorevole per affrontare i vari problemi. Non vediamo fare questo da altri. Ho visto giornali esaltare il Piano che vorrebbe attuare la Confindustria, appena inferiore a ciò che noi abbiamo fatto già l’anno scorso.
D. Aumentano disoccupazione giovanile, nomadismo e precarizzazione. Le scarse risorse disponibili sembrano destinate a finanziare prevalentemente chi non lavora: Cassa integrazione in deroga, scivoli, prepensionamenti. Perché?
R. C’è stato un grande dibattito su come sconfiggere la disoccupazione. Secondo me, il fine è stato propagandistico, e da 4 o 5 anni è così. Si dice che modificando le regole del lavoro si avranno più posti di lavoro; non c’è nulla di più falso. I posti di lavoro si hanno quando le imprese investono.
D. Ma le imprese come possono investire se sono tartassate dal Fisco?
R. Non investono soltanto a causa della tasse troppo alte, ma anche per la giustizia lenta, le infrastrutture sfavorevoli, la logistica inesistente, i servizi troppo cari e inefficienti, l’energia costosissima. Sono i punti da mettere sotto osservazione da parte del Governo centrale e locale, ma nessuno parla del potere locale anche se la sua spesa ha raggiunto il 60 per cento della dimensione economica pubblica. Ci si esercita sulle norme del lavoro, un Governo scrive una norma scavalcando le parti sociali. Quando noi ci incontriamo con la Confindustria, non ci sono di mezzo ideologie; fissiamo norme che durano sempre molto tempo. Quando la politica scavalca le parti sociali, le ideologie prevalgono perché non è assente una visione della vita; come direbbe Luca Ricolfi, gli italiani sono divisi in due gruppi di opinione sociale storicamente opposta. Finito un Governo, subentra un altro che riscrive le norme, mentre le imprese hanno bisogno di certezze. Le norme sul lavoro non fanno crescere l’occupazione, possono aiutare, ma sono altre le cause. Servono soluzioni banali, il dibattito è semplice, perché non se ne occupano? Da 20 anni ciò non avviene, il malfunzionamento è diretto in gran parte dalla rendita, nessuno vuole misurarsi con essa, nessuno vuole sparare contro i detriti accumulatisi in un ventennio. E tutto finisce in chiacchiere e populismo.
D. Non c’è via di scampo?
R. Finché non si rimettono i piedi per terra e non si fanno programmi di lunga durata, si beffa la gente, ma questo contribuirà alla maturità degli italiani; più soffriranno, prima diventeranno maturi. La questione delle tasse e al centro della nostra attenzione; esse si riducono solo riducendo i costi, aumentando la ricchezza, tagliando la spesa pubblica improduttiva, rompendo questo circuito vizioso, eliminando la corruzione e l’inefficienza, tornando a dimensioni più ristrette e sobrie delle amministrazioni. Questo ci porterà a pagare meno tasse.
D. Ma quali tasse bisogna tagliare?
R. Sono convinto che bisogna ridurre le imposte dirette e aumentare quelle indirette, perché è vero che tramite i consumi esse gravano su tutti, ma i ricchi consumano più dei poveri, e in tal modo si ristabilisce la progressività, principio in base al quale ognuno deve pagare in ragione di quello che ha. E in quel caso pagherebbero anche gli evasori totali e i criminali. Esistono evasori che non pagano nulla ma comprano moltissimo, e questo è il sistema più diffuso in Europa; per questo sono rimasto stupito quando l’Unione Europea ci ha ripetutamente invitato a ridurre le imposte sul lavoro anziché ad aumentare quelle indirette.   

Tags: Luglio Agosto 2014 lavoro sindacato Cisl

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