Il nostro sito usa i cookie per poterti offrire una migliore esperienza di navigazione. I cookie che usiamo ci permettono di conteggiare le visite in modo anonimo e non ci permettono in alcun modo di identificarti direttamente. Clicca su OK per chiudere questa informativa, oppure approfondisci cliccando su "Cookie policy completa".

  • Home
  • Interviste
  • massimo masi: uilca, le banche devono aiutare i giovani, rinnovarsi, rifare i contratti
  • 008

massimo masi: uilca, le banche devono aiutare i giovani, rinnovarsi, rifare i contratti

Massimo Masi, segretario generale della Uilca

Nelle prossime settimane arriverà un provvedimento sul credito: non abbiamo avuto paura di intervenire sul numero di parlamentari, non avremo paura di farlo sul numero dei banchieri», ha dichiarato il premier Matteo Renzi lo scorso gennaio. Proprio in questo momento di estrema tensione, che ha visto il settore mobilitato per un ennesimo sciopero, quello del 30 gennaio, contro le rotture delle trattative per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro, questa dichiarazione rischia di infiammare ulteriormente la miccia nei rapporti con l’Abi, l’Associazione delle banche italiane, «ma la preoccupazione più grande resta il rischio di ulteriori esuberi nel settore», ha dichiarato Massimo Masi, segretario generale della Uilca-Uil Credito Esattorie e Assicurazioni, il sindacato dei lavoratori delle imprese operanti nel settore bancario, assicurativo ed esattoriale che fa capo all’Unione italiana del lavoro, ovvero la Confederazione meglio conosciuta come Uil.
Bolognese, con quarantadue anni di militanza nella Uilca, Masi ha ricoperto la carica prima di componente della Segreteria di Bologna e a soli 31 anni è stato eletto segretario generale dell’Uilca dell’Emilia Romagna. Entrato nella Segreteria nazionale nel dicembre del 1999 con il ruolo di segretario organizzativo, è stato eletto segretario generale il 13 marzo 2008 e confermato, per il secondo mandato, lo scorso 3 ottobre. L’organizzazione si è costituita nel gennaio del 1998 in seguito alla fusione dell’Uib (Unione italiana bancari) e dell’Uilass (Unione italiana lavoratori delle assicurazioni); a queste nell’aprile del 2000 si è aggiunta la File (Federazione italiana lavoratori esattoriali). «La differenza tra noi della Uilca e i rappresentanti di altri sindacati sta nel fatto che noi siamo per assumere i giovani, facendoli entrare nel mondo del lavoro vista la gravità dei dati occupazionali che ogni giorno i media ci forniscono», ha dichiarato Masi.
Domanda. Che cosa è in sostanza la Uilca?
Risposta. È l’organizzazione sindacale della Uil che riunisce i lavoratori che operano nel settore del credito, finanziario, delle concessionarie esattoriali e delle assicurazioni. Essa raggruppa gli iscritti tra i bancari, oltre 43 mila tesserati per il 2014, in generale il «financial credit» che è diviso tra le banche dell’Abi e le Casse rurali della Banca di credito cooperativo (Bcc), quindi gli esattoriali, gli assicurativi e le Autorità; e, dal 21 gennaio scorso, anche la Feder-prom, Federazione sindacale dei promotori finanziari e degli operatori dei mercati mobiliari, di più recente costituzione.
D. Qual’è in dettaglio la funzione svolta dalla Uilca?
R. Quella di difendere gli interessi di questi lavoratori; essa è firmataria di numerosi contratti nazionali e aziendali.
D. Lo scorso gennaio lo sciopero generale di tutta la categoria è stato programmato per sostenere il diritto al rinnovo del Contratto collettivo nazionale di lavoro, e contro la decisione adottata unilateralmente dall’Abi di dare disdetta e non applicare i contratti collettivi di lavoro dal primo aprile prossimo. Nel dettaglio, che cosa sta avvenendo?
R. È il secondo sciopero. Il primo è stato attuato il 31 ottobre 2014, quando è stato disdetto il contratto; lo sciopero è riuscito e abbiamo chiuso tutte le pendenze che all’epoca avevamo, cioè quella del fondo di solidarietà che supplisce alla cassa integrazione ed è applicato da oltre 50 mila lavoratori. Pur avendo presentato la piattaforma, come previsto nell’accordo raggiunto con l’Abi dopo lo sciopero, oggi ci troviamo esattamente nella stessa situazione del 31 ottobre scorso: lo scontro è sul contratto, perché la controparte ha posto pregiudiziali senza arrivare a una seria trattativa, imponendoci di modificare il calcolo del Trattamento di fine rapporto e abolire o sostituire gli scatti d’anzianità. Questa operazione costerebbe ai lavoratori circa 350-400 euro all’anno; ad un giovane costerebbe circa 112 mila euro per tutta la vita. Anziché favorire i giovani e l’occupazione, come dichiarano, queste parti puntano a bloccare, in realtà, il Tfr e gli scatti d’anzianità, così colpendo proprio i giovani. È la politica che segue l’Abi, e alla quale credo sia giusto opporsi in maniera anche molto energica, come stiamo facendo in questi giorni.
D. Il vostro sindacato ha la forza sufficiente per contrastare una decisione così sfavorevole per i giovani?
R. Noi siamo il sindacato che, per la prima volta nella storia, ha chiesto 170 euro di aumento nel presentare la piattaforma, per poi ridurre la nostra stessa richiesta economica a circa 120 euro, senza una contro richiesta, quando ci siamo resi conto che l’inflazione, da allora ad oggi, è diminuita. Dimostriamo così che il problema non è l’aspetto economico delle nostre richieste, sebbene siamo ancora molto lontani da ciò che vogliamo, ma il nuovo modo di lavorare in banca, poiché constatiamo che sugli scatti, sul Tfr, sull’area contrattuale, l’Abi vuole avere mano libera per poter delocalizzare e appaltare molte lavorazioni.
D. Cosa fate per i giovani?
R. Innanzitutto abbiamo un Fondo per l’occupazione nutrito da una giornata di lavoro più il 4 per cento dello stipendio del top management. Ciò ha consentito la buona occupazione, cioè contratti a tempo indeterminato per circa 9 mila giovani soprattutto nel Sud, attraverso questo meccanismo: il Fondo prevede un’agevolazione che consente, al momento dell’assunzione in banca, di ottenere un anticipo di circa 7 mila euro per pagare i contributi dovuti dal datore, con l’impegno che, trascorsi i 3 anni di apprendistato, sia garantito il mantenimento del posto di lavoro; se il giovane non viene confermato, la banca è tenuta a restituire i soldi da noi anticipati. Siamo a un livello di ottenimento del 98-99 per cento. Abbiamo chiesto che, oltre all’assunzione, sia risolto anche il problema dei cinquantenni: perché non ci innoviamo? Ossia: esce una persona che ha già una certa età e può andare in part-time, entra un giovane cui sono pagati i contributi attraverso il nostro Fondo. Ma le banche non rinnovano.
D. Che tipo di banca vorreste?
R. Oltre alla piattaforma, abbiamo presentato alla controparte un modello di banca che a noi piacerebbe, una banca meno finanziaria, più portata verso la piccola e media impresa, la famiglia e il rilancio dell’economia. Abbiamo avanzato alcune proposte che hanno suscitato qualche contrasto tra i lavoratori perché abbiamo detto: meno cassieri, più consulenti, più back office anche uniti tra banche, da una parte per contenere il costo del lavoro, dall’altra per liberare le risorse utili ad aiutare l’economia. Le banche ci hanno risposto che a se stesse pensano da sole. Noi sappiamo che la responsabilità della mala gestione è di dirigenti oggi altamente pagati, i più pagati rispetto a tutto il sistema economico: sono costoro ad aver provocato il grande problema delle banche italiane, ma nessuno si è mai dimesso. Vogliamo fare un altro tipo di banca, e la questione è molto politica e poco economica, ecco perché tutta questa difficoltà.
D. Si può affermare che esistono delle banche migliori di altre?
R. Certamente, per questo chiediamo una contrattazione nazionale per tutti, affiancata da una forte contrattazione aziendale. Ci rendiamo conto che esistono in Italia due portaerei, l’Unicredit e l’Intesa, e tante banche locali come le Popolari che forniscono un quinto della redditività italiana; e ci sono poi alcune banche in grande difficoltà, come Carige, Montepaschi, Banca delle Marche, alcune anche commissariate. Vien da sé che i problemi non possono essere affrontati nello stesso modo, i contratti nazionali possono risolvere alcune questioni generali ma i problemi locali sull’andamento delle banche devono essere gestiti a livello aziendale. Siamo per una forte contrattazione, e non possiamo permettere che le banche creino contratti di prossimità, che non sono contratti nazionali.
D. A che punto è arrivata questa discussione?
R. La trattativa non è mai stata avviata e questo è il dramma. Ci siamo visti tante volte con i loro rappresentanti, ma con le pretese che muovono non può certo partire il rinnovo di un contratto.
D. In questo particolare periodo va considerata anche la forte crisi in cui versa l’Italia, mentre si espongono le proprie richieste. Come equilibrare le esigenze?
R. È vero, ma non abbiamo nessuna intenzione di andare a mediare con il Ministero del Lavoro perché siamo in compagnia di altri 8 milioni e mezzo di lavoratori che sono senza contratto, quindi non siamo soli. Il problema è che oggi bisogna affrontare i problemi per quello che sono; è chiaro che il Jobs Act avrà riflessi anche su questo nostro contratto, ma è altrettanto chiaro che è necessario sedersi e confrontarsi con l’Abi per affrontare i riflessi della nuova legge. Il nostro Fondo per le assunzioni è abbastanza simile a quello ideato dal presidente del Coniglio Matteo Renzi, ma parte da presupposti diversi, e cioè dal mantenimento immediato del contratto a tempo indeterminato; è chiaro che questo può portare problemi ed appesantire l’aspetto cooperativo, ma è al pari importante che l’Abi cambi molto rapidamente, o si va verso uno scontro epocale, non economico, ma politico, che verte sul modo in cui si opera in una banca.
D. Quale sarebbe il Paese a cui ispirarsi?
R. Io mi ispiro solo al mio Paese, perché i modelli stranieri non mi soddisfano. Ogni Paese ha la propria consuetudine bancaria e la realtà è che qualcuno vuole importare dei modelli anglosassoni in Italia, dove non hanno ragione di essere. Ad esempio, nel Nord un cliente entra in banca e vorrebbe già essere uscito senza nemmeno entrarvi; le filiali spesso sono senza cassieri, mentre nel Sud la banca è un centro di aggregazione, vi circola tanta moneta e vi sono cassieri: come si può impostarvi un modello che viene da altri Paesi europei? Siamo troppo diversi, anche nell’uso della moneta elettronica, ancora limitato da noi rispetto agli altri Paesi. Il mio modello di riferimento è quello di una banca che non soltanto compia le operazioni, ma che fornisca anche un servizio alla clientela, che sia un centro di assistenza alle imprese e alle famiglie. Credo, infine, che le banche italiane abbiano delle responsabilità per la mancata ripresa economica e che non stiano compiendo il loro compito.
D. Si è di recente riunito il Direttivo nazionale Uilca del Banco popolare di Milano: dopo il consolidamento economico, occorre quello della governance. Qual è il punto?
R. Anche qui abbiamo un sistema falsato. Non è vero che la Bce ce l’ha con le banche popolari italiane, e non è vero che in Europa non esistono banche popolari quotate; c’è qualcuno che sta distorcendo la realtà. Il problema delle banche popolari, e soprattutto della Popolare di Milano, è uno: noi siamo disponibili a firmare i contratti anche compiendo sacrifici, ma vogliamo risultati certificati. Come si certificano i risultati? È necessaria una maggiore contrattazione aziendale con la presenza del lavoratore e del sindacato nei consigli di negoziazione. Nelle banche popolari siamo abbastanza avvantaggiati perché c’è molta di questa presenza; le Popolari italiane hanno una fetta notevole di tutta l’attività, vanno incrementati i loro servizi verso il territorio, la piccola impresa, la famiglia, l’artigiano. Quindi vogliamo sviluppare una minore attrazione verso la finanza e una maggiore attrazione verso il mondo produttivo. Per la Banca popolare di Milano, il bilancio 2014 dovrebbe chiudersi positivamente e questo segna un’inversione di tendenza rispetto all’anno precedente. Il risultato, se confermato, premia quanto ad immagine il nuovo indirizzo dato dal consigliere delegato, ma anche il grande sforzo e i sacrifici compiuti dai lavoratori della Bpm. Occorre una redistribuzione degli utili non solo agli azionisti ma soprattutto a coloro che hanno conseguito tale risultato, cioè ai dipendenti. Siamo molto attenti ad allontanare coloro che si sono distinti in una gestione non limpida; i dati economici sono molto positivi rispetto ad altre banche, ma il nuovo assetto deve essere rigovernato e risistemato, e i lavoratori devono essere coinvolti perché detengono il maggior numero di voti e quindi possono far approvare le regole.
D. È stata proposta una «Fondazione» tra i dipendenti della Bpm; cosa si è detto nel Direttivo?
R. Sono emerse perplessità perché non sono ancora chiare le finalità, gli scopi e il reale uso di questo strumento. È stato dato mandato alla Segreteria nazionale di analizzare, attraverso un apposito laboratorio, le potenzialità di forme partecipative per fare riemergere tra i soci dipendenti la coscienza del ruolo cooperativistico.
D. In tema di banca di credito cooperativo, l’ennesimo invito alla responsabilità compiuto dalle organizzazioni sindacali ha avuto, come risposta da Federcasse, l’ufficializzazione del recesso dai contratti integrativi regionali e di tutte le società.
R. Il 13 gennaio si sono riunite le Segreterie nazionali per programmare le iniziative che contrasteranno con determinazione la deriva regressiva per tutto il tempo che sarà necessario e ben oltre le assemblee di bilancio di primavera. A questa fase ne seguirà una seconda già in corso di preparazione, che prevederà ulteriori proteste compreso lo sciopero, e e analizzerà contraddizioni, sprechi, responsabilità gestionali e sacche di privilegi, che saranno rese pubbliche individuando specifici momenti di interlocuzione anche istituzionali, comprendendo le assemblee sociali di primavera.    

Tags: Febbraio 2015 lavoro sindacato banche Uilca Massimo Masi

© 2017 Ciuffa Editore - Via Rasella 139, 00187 - Roma. Direttore responsabile: Romina Ciuffa