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dino scanavino: la cia chiede che si mettano in «campo» incentivi per l’agricoltura

Dino Scanavino, presidente della Cia, Confederazione Italiana Agricoltori

E' vero che l’agricoltura può essere il motore trainante della rinascita italiana? Terreni incolti, crisi degli agricoltori, impossibilità di fare investimenti, zero incentivi ai giovani. Non si può nemmeno comprare un trattore nuovo, e le città esplodono oltre i propri confini, mangiando i terreni agricoli, mentre i consumatori mangiano organismi geneticamente modificati provenienti dagli Usa. Chiediamo delucidazioni a Dino Scanavino, presidente della Cia, Confederazione Italiana Agricoltori, una delle più grandi organizzazioni professionali agricole europee. Gli iscritti sono coltivatori diretti e imprenditori agricoli a titolo principale.
Domanda. L’agricoltura chiaramente è un settore strategico per la ripresa economica. Quali sono le sue potenzialità oggi?
Risposta. È ormai quasi un luogo comune credere che l’agricoltura, come il settore agroalimentare o del turismo, possano essere il traino su cui camminano le prospettive di ripresa del nostro Paese. Da una parte ne siamo onorati, ma dall’altra parte sentiamo la grande responsabilità, e devo dire che il settore ha dimostrato di avere effettivamente vitalità. Abbiamo trascorso un’annata agraria 2013 favorevole dal punto di vista climatico e dal punto di vista dei mercati, che ci ha fatto pensare che in effetti potevamo farcela; poi il 2014 è stato un anno devastante nel senso della meteorologia e dei mercati, che già in condizioni normali davano poche soddisfazioni. In più la chiusura della frontiera russa ci ha destabilizzato totalmente. Da quel momento abbiamo capito di essere completamente soli perché, al di là di alcune questioni che sono state recepite a livello istituzionale, come con la legge di stabilità incidente anche sul lavoro che noi abbiamo valutato positivamente, sull’impostazione strategica da dare al settore agricolo e agroalimentare non c’è stato nessun segnale positivo da parte del Governo: ci siamo pagati da soli la crisi russa perché le risorse che sono state destinate sono state prelevate dal plafond agricolo a livello comunitario e non c’è stato a livello nazionale un adeguato sostegno in termini di promozione.
D. La situazione non sta cambiando?
R. Pare che uno stanziamento stia per essere messo in campo dal ministro Maurizio Martina, dal Mise e dal settore agricolo congiuntamente. Non abbiamo avuto alcuna attenzione rispetto alla necessità di avere un sollievo dal punto di vista fiscale, mi riferisco all’Imu, e non riusciamo a far comprendere le ragioni di una protesta dell’agricoltore che oggi è in una condizione in cui non si può permettere di pagare ancora, avendo avuto dal 2012 al 2014 un aggravio fiscale di 600 milioni di euro, che arrivano con l’Imu a 800 milioni. So che c’erano situazioni che andavano messe a punto, non ci siamo opposti all’Imu e ai fabbricati abitativi perché è giusto che gli agricoltori come gli altri cittadini diano un contributo. Ma di fatto le tasche degli agricoltori hanno subito un aumento dell’imposizione fiscale. Inoltre, sui terreni abbiamo avuto due volte consecutive la riduzione dell’assegnazione del gasolio agricolo, e una serie di disincentivi che vanno esattamente nella direzione opposta a quello che si è detto fino ad ora.
D. Quali sono le cause più conclamate di questo crollo?
R. La crisi economica generale e la chiusura delle frontiere russe hanno mandato in crisi il settore lattiero-caseario, strategico per l’agricoltura, il settore agroalimentare, quello dei cereali e anche dei vini che, pur non essendo soggetti a embargo, tuttavia scontano l’impoverimento della popolazione russa, la sua diversa propensione all’acquisto. Lo stesso mercato cinese ha un’economia che, pur crescendo del 7 per cento, non è più a due cifre come è stata fino a qualche anno fa.
D. In che modo intervenire?
R. In un mercato di questo genere, se vogliamo puntare sull’agroalimentare e sull’agricoltura come settori strategici, bisogna fare politiche diverse. Questo è il messaggio che dobbiamo dare. Tutti noi ci mettiamo a disposizione adesso che il piano di sviluppo rurale sta avanzando, parlo della nuova programmazione comunitaria, e da qui in estate potremmo verosimilmente avere i bandi aperti, per cui è un’occasione straordinaria. Anche in questo caso gli stanziamenti sono importanti ma presuppongono un cofinanziamento che vada oltre l’imprenditore, ossia una politica del credito soprattutto per i giovani e garanzie affinché le banche possano finanziare la parte non coperta dall’Unione Europea, sugli investimenti strutturali delle imprese perché queste siano in grado di restare sul mercato e favorire l’aggregazione e aumenti di efficienza del sistema della filiale agroalimentare, così facendo passi in avanti. Al di là della distribuzione solerte delle risorse europee e dell’alleggerimento della burocrazia, ci vuole un progetto di garanzia e di credito, per i giovani in particolare.
D. Anche perché dalle statistiche risultano essere ancora pochi gli agricoltori giovani?
R. Sono pochi, ma poiché sono molto incentivati da questa nuova programmazione, noi immaginiamo una crescita, anche perché dai dati della facoltà di Agraria risultano molti studenti giovani, e crediamo che aderiranno volentieri alla nuova programmazione. Sono necessarie misure di accompagnamento, che consentano, a chi è a fine carriera, di lasciare l’azienda a un giovane senza perderne la proprietà, anche perché un giovane non può comprare un’azienda agricola e se non è ricco di famiglia non avrà le risorse per compiere un investimento del genere; deve avere la terra non come strumento patrimoniale ma come strumento di lavoro su cui innestare l’attività e mettere a frutto il proprio ingegno e la propria capacità imprenditoriale. Ci sono una serie di iniziative che necessitano di una programmazione seria che agevoli l’agricoltura perché questa diventi il motore trainante della nuova economia.
D. La Cia, che lei rappresenta, come pensa di muoversi nei riguardi della questione Imu?
R. Abbiamo ovviamente incontrato più volte il Governo, abbiamo segnalato le nostre necessità, e ora siamo sul piede di guerra, e uniti ai nostri colleghi di Agrinsieme e Confagricoltura abbiamo lanciato una proposta di sensibilizzazione, non proprio di protesta, andando in piazza, andando dai prefetti, mobilitando i sindaci. Ma non è solo l’Imu, è l’Imu con tutte le cose che ho detto, di fatto i 7 punti che abbiamo lasciato al Governo con la Conferenza economica di novembre 2014 di Agrinsieme. In quell’occasione abbiamo consegnato ai cinque ministri presenti, in modo molto costruttivo, non tanto le nostre richieste, ma le nostre proposte. Gli agricoltori sono pragmatici per natura, ce l’hanno nel Dna, non chiedono ciò che non si può attuare, ma cose attuabili che presuppongono anche i nostri sacrifici: non chiediamo la luna e siamo convinti che in una situazione come quella che viviamo non possiamo pretendere tutto gratis e subito; ma ci sono cose che non costano, come gli alleggerimenti burocratici, l’accompagnamento, un sistema di controlli più agile, che chiarisca i gineprai legislativi per i quali si corre sempre il rischio di essere sanzionati. Ecco, questi sono atti a costo zero. Uno Stato efficiente, un sistema che ci metta in condizione di competere con gli europei alle stesse loro condizioni, non appesantiti, è già un elemento che ci darebbe molto slancio.
D. L’Europa in questo aiuta?
R. Sta facendo la propria politica, noi ormai abbiamo una programmazione avviata e sulla quale abbiamo discusso molto, abbiamo ottenuto cose chieste ma abbiamo dovuto rinunciare ad altre. Questo fa parte di una negoziazione tra 28 Paesi che affermano ciascuno proprie necessità, bisogni e diritti: la programmazione fino al 2020 è fatta, ora si tratta di attuarla. Le risorse sono molte e bisogna spenderle bene, e diciamo che l’Unione europea deve accompagnare; poi c’è una serie d’iniziative costantemente in atto. A parte l’Unione europea, noi partecipiamo all’organismo che raggruppa tutte le organizzazioni di rappresentanza agricola d’Europa, diamo il nostro contributo, abbiamo eccellenti rappresentanti anche nel Parlamento europeo, c’è gente che conosce l’agricoltura e che ha a cuore le sorti del Paese, sono politici bipartisan di destra e di sinistra. Così possiamo fare un buon lavoro con l’Europa, che è un po’ la nostra piazza: è l’agricoltura, prima di qualunque altro settore, che ha fatto l’Europa unita; abbiamo una propensione europeista veramente spiccata, e noi della Cia siamo stati europeisti convinti anche quando gli altri avevano dubbi. Non è che non ci siano problemi, ma non si può pensare ad un’altra dimensione che non sia quella europea.
D. E la presidenza italiana del semestre europeo ha aiutato?
R. Diciamo che purtroppo è venuta in un momento in cui erano da costruire le strutture, in cui non c’era il commissario, e quando è stato nominato la presidenza italiana era finita. È ovvia la difficoltà di sviluppare politiche efficaci in presenza di un commissario italiano a mandato scaduto, in attesa della nuova nomina. Oltre a ciò, la presidenza italiana è stata molto impegnata sulla questione dell’Expo, elemento di grande forza nel quale tutti concorriamo e in cui siamo tutti presenti; abbiamo fatto anche noi degli investimenti economici su questa grande iniziativa, e ci aspettiamo che costituisca anche una spinta al made in Italy, una costruzione di relazioni di carattere economico, commerciale e industriale che sostengano il progetto agroalimentare come elemento di crescita.
D. A suo avviso, e tenendo conto che l’agricoltura è il tema dell’esposizione, arriviamo preparati all’Expo?
R. Il settore dell’agroalimentare si è molto internazionalizzato, con una forte propensione all’export e alle collaborazioni con il mondo già da tempo; questo dovrebbe aiutarci. Noi lavoriamo già a nutrire il pianeta, bisogna capire come questo elemento, che non è solo elemento economico e commerciale ma ha anche una forte implicazione sociale ed antropologica, può avvantaggiare chi oggi nel mondo ha difficoltà a nutrirsi, e così portare beneficio a tutti quei Paesi che oggi producono più di quanto si consumi, e il sovrappiù si butta perché non abbiamo il denaro per pagarlo. Quindi ecco la necessità di avere una redistribuzione della capacità di approvvigionarsi di materie prime e anche di coltivare in loco e diventare non soggetti assistiti, bensì soggetti attivi su cui si può investire. Anche noi agricoltori possiamo investire per fare il nostro stesso bene, ma soprattutto il bene di quelle popolazioni indigenti. L’economia del mondo è molto attenta al fatto che l’Africa abbia un impulso di crescita perché trainerebbe il prodotto di tutto il mondo, per cui da questo Expo potrebbe nascere un progetto che ci proietti nei prossimi anni a sostenere la crescita di quella parte del mondo, per sostenere la nostra.
D. Cosa può dire del problema della lotta alla mafia nel settore?
R. La Cia ha presentato poco tempo fa un dossier sulla criminalità nelle campagne, un tema di grande attualità che si sta sviluppando in modo drammaticamente veloce. Tale criminalità non è solo quella che, soprattutto nelle regioni del Sud ma anche al Nord, si verifica quotidianamente come abigeato, furto di trattori, intimidazioni: è il governo dei mercati da parte della criminalità. Il senatore Giuseppe Lumia ha presentato un’interpellanza in questi giorni su alcuni dei più grandi mercati ortofrutticoli d’Italia, denunciando non le infiltrazioni mafiose, ma proprio la gestione e il controllo totale dei commerci; questo è uno dei pesi che noi abbiamo e che altri non hanno, e da soli non riusciamo sicuramente a reagire pur facendo la nostra parte. C’è poi il sistema del riciclaggio del denaro illegale e della successiva produzione e commercializzazione di prodotti a prezzi bassi rispetto al mercato, perché ovviamente lavora a costi diversi rispetto ai nostri. Le grandi qualità e capacità produttive degli agricoltori non possono essere schiacciate da chi ha usato la propria terra in un modo così devastante. Noi crediamo che in tutto il Sud d’Italia in particolare, che è il più colpito da questo problema, ci siano grandi potenzialità, in una terra che produce quasi spontaneamente alta qualità, quindi bisogna liberare gli imprenditori agricoli da questa piaga, e bisogna farlo presto.
D. E in che modo?
R. Su questo ovviamente non abbiamo ricette, bisognerebbe intensificare l’attività d’intelligence più che di repressione, che va bene ogni tanto quando i giudici colpiscono perché segnalano che c’è attenzione. Ma è necessario lavorare sui gambi vitali del settore economico individuando la testa, e non il corpo dell’animale perché se non colpiamo la testa non ci libereremo mai.
D. Per quanto riguarda la salvaguardia del territorio, i terreni a poco a poco diminuiscono?
R. Questo è un altro tema importantissimo. Stiamo sviluppando come confederazione l’iniziativa «Territorio come destino», finalizzata a compilare un documento che esporremo anche all’Expo perché possa essere, se del caso, utilizzato nella carta di Milano. L’iniziativa si sta sviluppando in tutta l’Italia, una carovana è partita da Torino ed è passata per Bologna, Firenze, l’Appennino, Napoli, per tornare a Firenze il 9 di marzo con i ministri Gian Luca Galletti e Maurizio Martina. Riteniamo che l’agricoltura e la qualità della vita delle persone sia legata a un’attenzione al territorio, e un progetto deve coinvolgere urbanisti, amministratori pubblici e programmatori perché ogni parte del territorio abbia la propria dignità. Le città anticamente avevano le mura, oggi dobbiamo dare loro mura urbanistiche, cioè una linea oltre la quale la città non può andare e fuori della quale ci sia l’agricoltura; oggi non è così perché attorno alle città c’è un’agricoltura che attende di essere urbanizzata e quindi non ha dignità. Il buon governo di una città si esprime anche con il rispetto della periferia, cioè di quello che non è più città; l’agricoltura deve dialogare con la metropoli ed essere l’elemento di collegamento tra il territorio e la produzione alimentare e i cittadini che vivono all’interno di quella linea urbanistica. Questo è un elemento che non vediamo nella programmazione, la legge sulla tutela del consumo del suolo deve essere più incisiva, e ritorniamo al tema della tassazione di terreni in aree ex svantaggiate oggi meno svantaggiate ma solo per legge perché in realtà lo sono quanto prima. Tassare certe aree e certi terreni equivale a incentivarne l’abbandono, che porta ai disastri che nel 2014 abbiamo visto copiosi dal Nord al Sud d’Italia, sicuramente frutto dell’incuria, e non solo degli eventi straordinari.
D. Questo tema è legato alla difesa della biodiversità?
R. La biodiversità è l’elemento che più caratterizza l’agricoltura italiana, noi abbiamo più denominazioni di origine di tutti, abbiamo i vitigni autoctoni, i francesi ne hanno 3 mentre noi ne abbiamo 300, se non sfruttiamo questi elementi e non li difendiamo dall’omologazione, se non li rendiamo segni distintivi dell’agricoltura italiana, non possiamo rafforzare la nostra competitività.
D. Siete stati soddisfatti del Jobs Act?
R. Ci sono alcuni elementi che sono venuti incontro anche a nostre specifiche richieste, e purtroppo in questi giorni abbiamo avuto una decurtazione delle risorse che sono state utilizzate per coprire il minor gettito dell’Imu nella prima riduzione; il Jobs Act metteva l’agricoltura tra le imprese agevolate per l’assunzione a tempo determinato, ma siamo rimasti senza fondi perché sono stati utilizzati per coprire il minor gettito dell’Imu.
D. Un commento sul trattato internazionale del TTIP, Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti?
R. Noi abbiamo sempre una visione positiva sulle aperture, tuttavia bisogna stare attenti perché le nostre denominazioni e le nostre indicazioni geografiche devono essere protette. Possiamo aprire sicuramente un mercato, dovremo cambiare qualche privilegio con qualche concessione di carattere commerciale agli americani, altrimenti non sarebbe un negoziato, ma vi sono questioni strategiche come il riconoscimento delle nostre indicazioni geografiche, il perpetuare il divieto delle importazioni di carne scongelata dagli Stati Uniti o un’attenzione specifica verso gli organismi geneticamente modificati, che potranno arrivare dagli Usa ma che devono essere chiaramente etichettati in modo che i consumatori sappiano che quel cibo contiene Ogm, sapendo che noi in Europa e in Italia in particolare non ne coltiviamo e continueremo a non farlo. Riteniamo che la biodiversità possa essere il nostro marchio distintivo, e gli Ogm possano essere il segno dell’omologazione e possano arrecare un danno.
D. Per la nuova Pac invece sono più le ombre o le luci?
R. C’è una programmazione ormai che abbiamo negoziato molto, risorse ve ne sono molte. Sul primo pilastro e cioè sui pagamenti diretti, avremmo voluto più chiarezze e disponibilità a comprendere la particolarità dell’agricoltura mediterranea, abbiamo perso qualche colpo ma dobbiamo farvi fronte.   

Tags: Marzo 2015

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