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Ambasciatrice Catherine Colonna: la Francia sta all’Italia come l’Italia sta alla Francia

Catherine Colonna,  ambasciatrice di Francia in Italia

L'Ambasciata di Francia in Italia rappresenta una struttura di circa 180 agenti in totale, e ciò la colloca tra le principali rappresentanze diplomatiche francesi nel mondo. Essa è situata nel centro di Roma, ospitata nel rinascimentale Palazzo Farnese  nell’omonima piazza dal 1936, con una concessione di 99 anni. L’attuale ambasciatrice Catherine Colonna è arrivata a Roma il primo settembre scorso. «La relazione italo-francese va ben oltre i soliti rapporti esistenti tra due Paesi vicini–dichiara–. La Francia e l’Italia sono l’una per l’altra il secondo partner per gli scambi commerciali: la Francia è il secondo Paese investitore in Italia e l’Italia il terzo in Francia. Numerose e fruttuose sono le cooperazioni in tutti i settori: lavori comuni per la ricerca spaziale, futura linea ad alta velocità Lione-Torino, diploma di maturità italo-francese Esabac, ma anche decine di festival e di mostre reciproche, sono alcuni esempi che dimostrano l’intensità dei rapporti bilaterali. Queste relazioni risalgono a molto tempo fa: sono il risultato di una lunga storia comune e di una profonda e reciproca amicizia».
Secondo l’ambasciata francese, la Francia e l’Italia hanno avuto scambi per circa 70 miliardi di euro nel 2014, circa 200 milioni di euro di scambi quotidiani. Per quanto riguarda i progetti di creazione di posti di lavoro in Francia, l’Italia è il terzo Paese nel mondo dopo gli Stati Uniti e la Germania. Solo nel 2014 l’Italia ha creato 89 nuovi progetti. I posti di lavoro creati o mantenuti, sempre nell’anno appena trascorso, sono 1.685. Oltre ai grandi gruppi, non si deve prescindere dalla presenza in entrambi i Paesi di centinaia di piccole e medie aziende, sia imprese italiane in Francia, sia imprese francesi in Italia che, da entrambe le parti delle Alpi, rappresentano una fitta rete di siti di produzione, di centri decisionali e di punti di vendita.
Forte è la presenza francese in Italia che risale a molto tempo fa: alcune aziende si sono stabilite nella penisola da più di cento anni. In termini settoriali, i servizi rappresentano i tre quarti del totale degli investimenti. Le aziende francesi sono fortemente rappresentate anche nel settore della grande distribuzione italiana, nell’energia e nell’industria. Non sono da meno gli altri settori chiave nell’amicizia italo-francese: turismo, sicurezza e giustizia, difesa e armamento, cultura, linguistica ed educazione, ricerca e innovazione, cooperazione spaziale, fiscalità, trasporti, energia, ambiente, agricoltura.
Tutti temi che l’ambasciatrice Colonna affronta in questa intervista a Specchio Economico, che chiarisce maggiormente, anche sul terrorismo, l’idea di «laicità» in Francia (giorni fa un Tribunale ha fatto rimuovere una statua di Giovanni Paolo II e a una ragazza musulmana indossante una lunga gonna nera non è stato consentito di accedere in aula); i rapporti con gli Usa rispetto ai prodotti d’origine europea e ad altro; la posizione sugli sbarchi clandestini in Italia che, poi, finiscono per costituire un problema anche francese.
Domanda. In occasione della visita del presidente Giorgio Mattarella a Parigi, il vostro presidente François Hollande ha citato nel proprio discorso l’Expo 2015 di Milano e la COP21, conferenza delle Nazioni Unite sul clima prevista a dicembre a Parigi, come occasioni di collaborazione tra i nostri Paesi. Cosa vi aspettate?
Risposta. La visita del presidente Mattarella ha costituito un momento importante, in quanto con essa abbiamo compiuto un altro passo avanti rispetto al summit svoltosi il 24 febbraio scorso soprattutto sul tema del clima, tema centrale accanto ad altri argomenti che abbiamo affrontato. A Parigi nel dicembre prossimo si terrà uno specifico incontro sul clima: non sarà solo un summit francese ma delle stesse Nazioni Unite, quindi chiamerà in causa tutti gli altri Paesi dell’ONU. La responsabilità climatica ricade su tutti i Paesi del mondo, non solo sulla Francia. Il 24 febbraio scorso insieme a Matteo Renzi, Hollande e gli altri nostri ministri abbiamo immaginato una prima riunione, rappresentativa di una proposta da parte dell’Italia alla Francia di tenere un incontro di preparazione ad alto livello in Italia, forse a Milano dove sono già presenti almeno 140 Paesi che stanno già parlando di un tema molto simile a quello della protezione del pianeta e del clima. Anche in seguito agli interventi di Matteo Renzi e del Papa, notiamo come oggi ci sia consenso nel Paese perché Milano possa costituire un punto di riflessione e di accordi. Dopo la visita del presidente Mattarella, il ministro dell’Ecologia, dello Sviluppo sostenibile e dell’Energia Ségolène Royal ne ha parlato a Firenze al ministro dell’Ambiente italiano Gian Luca Galletti ribadendo l’intenzione di realizzare questa preriunione.
D. Dopo il recente lancio del satellite Sicral 2, lo scorso 24 aprile, come procederà la collaborazione spaziale italo-francese?
R. Il campo spaziale è un buon ambito di cooperazione tra l’Italia e la Francia, soprattutto con i satelliti e i lanciatori. Durante il vertice del 24 febbraio sono stati firmati vari accordi, tra cui tre riguardanti avvenimenti spaziali per l’osservazione della Terra. Francia e Italia, insieme, partecipano a programmi spaziali europei. Vorrei citare un progetto importante per l’indipendenza spaziale europea quale Ariane 6, che permette di trasportare satelliti di peso notevole in orbita.
D. Il TTIP, trattato di partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, è volto ad integrare i mercati europeo e americano riducendo i dazi doganali e rimuovendo in vari settori le barriere non tariffarie. Qual’è la vostra opinione?
R. Parlo sinceramente: una cosa che non mi piace molto è quando la posizione europea viene presentata come una posizione difensiva. L’Europa ha da guadagnare quanto gli Stati Uniti in tale trattativa: dipende dal contenuto. Abbiamo degli interessi offensivi, nel senso che abbiamo interesse a chiedere agli Stati Uniti di aprirsi. Si dice sempre che gli americani sono aperti mentre l’Europa è chiusa, ma la situazione è molto diversa per quanto riguarda le norme amministrative e le barriere non tariffarie. Gli Stati Uniti in questo campo hanno sviluppato una tecnica molto sottile e a loro favore, quindi sono loro in realtà ad essere molto chiusi adottando norme protettive per il loro mercato. Ma gli europei, e soprattutto la Francia e l’Italia in campo alimentare, devono assicurare che i loro prodotti doc vengano rispettati.
D. Sul tavolo del TTIP c’è la questione, delicatissima, delle indicazioni geografiche (Ig): gli Usa, infatti, non le riconoscono ed utilizzano nomi italiani per prodotti dei loro territori. Per il diritto europeo dunque, si tratta di prodotti contraffatti: come si potrebbe risolvere?
R. La stessa Commissione europea che si è incaricata delle trattative deve occuparsi di farle rispettare. C’è tutto da vincere nella trattativa sul TTIP, dipende solo dal contenuto, non dalla posizione. Noi dobbiamo proteggerci e non intendiamo assolutamente allentare il livello di protezione nel campo ambientale, e soprattutto le norme sociali in campo lavorativo.
D. L’ultima legge francese sulle intercettazioni è del 1991, quando non esistevano cellulari né internet. Come sempre quando si parla di informazioni personali, il nuovo progetto di legge francese sulla sorveglianza ha acceso molte polemiche: approvato dall’Assemblea Nazionale per adeguare gli strumenti anti-terrorismo dopo gli attentati di Parigi, e in passaggio al Senato, esso è molto contestato con l’accusa di imporre una sorveglianza di massa. Ritiene che la proposta di legge sia necessaria ai fini della sicurezza nazionale e della lotta contro il terrorismo?
R. Il dibattito esiste da molto, soprattutto dall’11 settembre 2001, perché dopo l’attentato alle Torri Gemelle gli Stati Uniti hanno adottato norme molto intrusive in nome della sicurezza nazionale e della protezione del Paese, secondo noi con troppi mezzi intrusivi soprattutto informatici. Ora gli europei non vogliono arrivare a questo squilibrio, ma è necessario trovare un equilibrio tra più sorveglianza e rispetto della persona privata. Una certa protezione è comunque necessaria dal momento che i terroristi fanno ampio uso di internet e della rete per la propaganda; e su internet troviamo anche come costruire una bomba artigianale. Dallo scorso ottobre in Francia è stata adottata una legge volta a una maggiore sorveglianza sulla rete e che autorizza le intercettazioni telefoniche in misura molto maggiore rispetto a quanto fosse consentito in precedenza. L’Italia ha adottato più o meno la stessa procedura. Internet non può essere un luogo dove tutto è permesso, senza protezione contro la violenza o il terrorismo.
D. Il ministro dell’Economia Emmanuel Macron ha presentato il 30 aprile a Roma una serie di progetti italo-francesi nell’ambito del piano Juncker, dal nome del presidente della Commissione europea, e del rilancio dell’industria manifatturiera europea. Può parlarne?
R. Anche nel summit del 24 febbraio abbiamo tenuto una seduta speciale riguardante l’economia e il piano Juncker; i nostri due Paesi vogliono che il piano sia immediato e inizi subito, e per questo possiamo, senz’attendere, agire con la Banca Europea d’Investimento e con le Casse Depositi nazionali, la Cassa Depositi e Prestiti (CDP italiana) e la Caisse des Dépôts (CDC), presenti in parte al summit. Su questa base i due ministeri dell’Economia sono incaricati di lavorare insieme per realizzare un progetto in comune per velocizzare l’iter.
D. Fornendo una nave e un aereo, avete raccolto l’invito a collaborare maggiormente con «Triton», l’operazione di sicurezza delle frontiere dell’Unione europea condotta dall’agenzia Frontex. Ritenete sia uno sforzo sufficiente, quando non lo era neanche Mare Nostrum, a risolvere l’emergenza sbarchi?
R. No, non è sufficiente. È il Consiglio europeo che ha deciso di rinforzare l’operazione Triton sotto la spinta dell’Italia ma anche sotto l’appoggio molto forte della Francia. Ho parlato personalmente con il presidente François Hollande e conosco la sua posizione. La Francia ha fornito una nave ed è stato il primo Paese europeo ad essere operativo. Bisogna rinforzare Triton, ma questa è solo una piccola parte del problema in una risposta globale che ancora non c’è; oltre al problema dell’immigrazione, si sottolinea quello del traffico di esseri umani. Non c’è un’unica soluzione, bisogna tener conto di parecchi elementi, non si può solo pensare alla ripartizione dei migranti una volta sbarcati poiché il problema nasce al momento della loro partenza. E non bisogna solo occuparsi della loro salvaguardia successiva allo sbarco, ma anche dei mezzi di trasporto con i quali viaggiano e le condizioni di arrivo. Bisogna occuparsi dei trafficanti e dei problemi connessi quali il riciclaggio o le relazioni politiche con i Paesi di passaggio come ad esempio la Libia, nella quale passano più del 90 per cento degli scafisti, o di coloro che provengono da zone dove sono in atto dei conflitti come Siria, Somalia, Nigeria, Costa D’Avorio. E queste persone devono essere avvertite già nel loro Paese, prima di imbarcarsi, del fatto che al termine del viaggio potrebbero essere maltrattate e uccise: hanno bisogno di queste spiegazioni.
D. Soprattutto ci vorrebbe un accordo tra i nostri Paesi e i Paesi di provenienza di tali immigrati?
R. Esatto, ogni maglia della catena ha un problema da risolvere. Quando queste persone salgono su una barca, hanno già pagato, quindi la famiglia all’origine è stata già oggetto di racket, ed è questo che bisogna condannare: al trafficante è indifferente che la barca affondi o non affondi. Proprio sul tema del dialogo con i Paesi d’origine è in discussione il piano di Federica Mogherini, alto rappresentante per la politica estera dell’Ue.
D. La Francia ha criticato il fatto che l’Italia raccogliesse i migranti perché poi essi possono arrivare in territorio francese e stabilire cellule terroristiche. Come mai però non è stato fatto nulla per fronteggiare questa emergenza prima d’ora, lasciando l’Italia sola nel tentativo di salvare vite umane, secondo quanto ammesso anche da Stéphane Le Foll, portavoce del Governo?
R. Ciò fa parte del passato, ora siamo avanti. Il problema è che ad un certo punto per l’Italia è stato difficile prendere e schedare tutti i migranti perché il flusso era continuo, e non tutto è stato fatto bene. Oggi tutta l’Europa vi è vicina.
D. Cosa fa la Francia in materia di ricerca e sviluppo e di innovazione?
R. Storicamente la Francia dispone di infrastrutture di eccellenza nell’ambito dell’innovazione e della ricerca. Si è inoltre dotata di mezzi molto efficienti a favore della ricerca e dello sviluppo come il «Credito d’imposta ricerca» che, creato nel 1998, costituisce il trattamento fiscale più vantaggioso per la R&S a livello mondiale per le imprese, con 20 mila beneficiari. Il Governo francese ha scelto di porre ancor più scienza e innovazione al centro della propria agenda politica, con l’obiettivo di contribuire al risanamento industriale del Paese. Ha così lanciato, nel 2013, 34 piani industriali in settori che diffondono innovazione, con un’interesse particolare sui numeri, in particolare su oggetti connessi, automobile del futuro ecc. Tale piano ha aperto la via alla «riconquista industriale». Per accelerarla, oggi, questo piano è stato reso ancora più leggibile con il lancio, il 18 maggio scorso, di 9 soluzioni per l’industria del futuro, considerando tutte le opportunità offerte dal digitale. Ha creato il label French Tech che sostiene gli ecosistemi di start-up numeriche con finanziamenti notevoli, circa 200 milioni di euro, e Parigi accoglierà nel 2016 il più consistente incubatore numerico del mondo nella Halle Freyssinet. Nel complesso, la Francia dedica il 2,23 per cento del proprio prodotto interno alla ricerca e all’insegnamento superiore, e costituisce una delle principali terre di accoglienza per gli investimenti esteri in materia di ricerca e sviluppo, con un aumento del 18 per cento nel 2014.
D. Negli ultimi giorni il Tribunale di Rennes ha deciso che la statua di Giovanni Paolo II, eretta in una piazza della città bretone, dovrà essere rimossa, mentre a Charleville-Mézières, ad una studentessa minorenne che indossava una lunga gonna considerata segno di appartenenza alla religione musulmana, pur essendosi scoperta il capo, è stato rifiutato per due volte l’ingresso in classe: questo perché la ricerca di una laicità può essa stessa trasformarsi in intransigenza verso i simboli religiosi?
R. Non bisogna parlare di poca o di tanta laicità. La laicità è unica, è un principio, e una persona può credere o non credere nel proprio Dio ed è libera di pensare. Religione e organizzazione politica, civile e sociale in un Paese sono due cose diverse; se Dio esiste o non esiste, è una funzione esistenziale, non è il modo di organizzazione di uno Stato: è questa la laicità. E in Francia, rispetto all’Italia, si fa la differenza: in Francia nella scuola pubblica non c’è il crocifisso perché essa è laica, e va bene a tutti, è normale. Quando ci sono manifestazioni che vogliono imporre il loro modo di pensare al Paese influendo sulla società, è la religione ad attaccare la laicità, non il contrario. Non c’è strumentalizzazione della religione.
D. Si sta realizzando la TAV Torino-Lione, per unire in una rete stradale l’Europa, accorciare le distanze, aumentare il commercio. Gli 87 Comuni francesi interessati dall’infrastruttura non si sono opposti; invece in Italia, più che in Francia, è presente il dissenso «No Tav» per il timore su sostenibilità e utilità dell’opera.
R. Sono arrivata da poco meno di un anno e non ho assistito al periodo violento dei «No Tav» ma ne ho sentito parlare. Mi sembra che abbiamo compiuto passi avanti rispetto al vertice del 2012 e la firma di Parigi avrà conseguenze positive nei due Paesi, sia perché è un’opera utile dal momento che in mezzo vi sono le Alpi, sia perché aumenteranno gli scambi commerciali ma rispettando l’ambiente e facendo diminuire l’inquinamento. Circolano troppe auto e camion sulla strada.
D. Quali le riforme in atto in Francia?
R. Il Governo sta attuando una politica di riforme ambiziosa concentrata sulla competitività delle imprese per creare posti di lavoro. Negli assi principali, citerei innanzitutto il controllo dei conti pubblici: un abbassamento di 50 milliardi della spesa pubblica programmato in 3 anni, dal 2015 al 2017, che permetta di realizzare 40 miliardi di sgravi fiscali per le aziende, tramite, tra l’altro, credito d’imposta, competitività, lavoro. Altra riforma riguarda lo sviluppo dell’investimento a livello sia nazionale sia europeo: a livello nazionale ho già evocato i piani industriali definiti nei settori portatori di innovazione, e a livello europeo la Francia intende attuare velocemente il piano Juncker attraverso una serie di progetti strutturanti. Ancora, la liberazione delle forze produttive con la Loi Macron riguardante, tra le altre riforme, la liberalizzazione del trasporto in pullman, l’estensione della possibilità per i commerci di aprire la domenica, la crescita della trasparenza e l’abbassamento dei prezzi degli atti di ufficiali giudiziari e notai. E lo «choc della semplificazione», 200 misure che mirano ad alleggerire e semplificare le procedure tramite l’amministrazione elettronica. Non da ultima la riforma del dialogo sociale, che amplifica la rappresentanza agli impiegati delle imprese molto piccole e mira a rendere il dialogo sociale già più vivo ed efficace. I primi risultati di tale politica sono incoraggianti sia a livello di budget, con una riduzione del deficit del 4 per cento del 2014 in luogo del 4,4 per cento previsto, sia a livello delle prospettive di crescita con un aumento dello 0,4 per cento nel 2014, più 1 per cento previsto nel 2015 con già un primo trimestre eccellente a più 0,6 per cento, sopra le previsioni, e più 1,5 per cento nel 2016.      

Tags: Giugno 2015

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