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STEFANO PILERI: ITALTEL, LA RICONVERSIONE PASSA SUL FILO DELLE TELECOMUNICAZIONI

Stefano Pileri, Amministratore delegato di Italtel

Stefano Pileri è amministratore delegato di Italtel, l’azienda italiana che progetta, realizza e gestisce alcune delle più grandi reti di telecomunicazione del nostro Paese di fonia, dati e video e che conta tra i propri clienti operatori e grandi organizzazioni pubbliche e private. In oltre 90 anni di vita l’Italtel ha contribuito a creare la storia delle telecomunicazioni in Italia e giocato un ruolo da protagonista in molti paesi esteri. Il merito di Italtel alla fine del secolo scorso è stato quello di essere l’attore primario della prima digitalizzazione delle telecomunicazioni italiane, convertendo alla nuova tecnologia le centrali telefoniche allora elettromeccaniche, ma anche di essere stata la prima azienda al mondo ad aver trasformato il primo minuto di traffico da commutazione di circuito a commutazione di pacchetto (VoIP) per le grandi reti.
Oggi Italtel sviluppa e realizza prodotti e soluzioni per reti e servizi di telecomunicazione di nuova generazione, basati sul protocollo IP. Offre prodotti proprietari, servizi di ingegneria e consulenza sulle reti, soluzioni quali VoIP, UC&C, videocomunicazione in HD, soluzioni per l’interconnessione, Data Center di Nuova Generazione e soluzioni per il Mobile Broadband e l’Internet of Things. Conta circa 1.300 addetti, di cui circa 200 all’estero. Oltre che nelle tre sedi di Settimo Milanese, Roma e Carini (Palermo), all’estero il Gruppo opera in Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna, Polonia, Grecia, Belgio e America Latina (Argentina, Brasile, Colombia, Perù, Ecuador), tramite sedi secondarie, società controllate o partner locali.
Entrato in Italtel nel settembre del 2010, in una situazione molto complessa sia dal punto di vista industriale che finanziario, l’ing. Pileri si è cimentato in un impegnativo turnaround ed è riuscito in quattro anni a risollevarla. A inizio 2013 si è concluso un processo di ristrutturazione finanziaria, iniziato nel 2011, che ha permesso il rafforzamento della situazione patrimoniale e la riduzione del debito finanziario. La maggioranza dell’equity (il 64 per cento) è oggi detenuta da un pool di banche di cui è capofila Unicredit. Tra gli altri azionisti, l’americana Cisco con il 32,7 per cento e Telecom Italia scesa al 3 per cento. Da due anni Italtel è in costante crescita e le previsioni per la fine del 2015 appaiono decisamente rosee. Il Gruppo ha infatti chiuso l’esercizio 2014 con un fatturato consolidato pari a 400,2 milioni di euro (+7 per cento rispetto ai 374,2 milioni di euro del 2013) ed il fatturato estero è stato di 175,1 milioni di euro.
Domanda. Il 2015 potrebbe essere il vostro anno zero con la previsione di tornare all’utile dopo 15 anni. Quali solo le tappe di questa marcia?
Risposta. Il 2013 è stato l’anno della svolta per Italtel. Quest’anno pensiamo di aumentare i ricavi del 14 per cento, e per la prima volta le previsioni ci dicono che torneremo all’utile. Il percorso è stato complesso e sfidante perché se andiamo a confrontarci nei 3 anni di ristrutturazione aziendale dal 2012 al 2014, abbiamo ridotto il personale di ben 500 unità, cioè del 30 per cento. Tutto questo l’abbiamo ottenuto però senza licenziare nessuno e confrontandoci con il sindacato lealmente ma con vigore da entrambe le parti, dando scivoli di accompagnamento all’uscita o ricollocazione lavorativa. Nonostante la forte riduzione attuata, la crescita cumulata in 2 anni è stata del 20 per cento a testimonianza che l’azienda nell’ultimo biennio marcia veramente bene. Non a caso stiamo suscitando interesse sul mercato.
D. State cercando nuovi investitori?
R. Il piano industriale fatto a sostegno del rifinanziamento del 2012 indicava che a 18 mesi dalla firma dell’accordo di ristrutturazione dei debiti, l’azienda, se avesse seguito il solco del piano, si sarebbe dovuta presentare ad attrarre degli investitori più stabili rispetto alle banche.
Questo è stato ottemperato «à la carte», quindi l’azienda ed i suoi azionisti hanno scelto JP Morgan come banca d’affari internazionale che ci segue in tale percorso, e tale scelta è dovuta al fatto che stiamo guardando con molta attenzione agli investitori esteri.
D. Tra i problemi Italtel, lei ha spesso ammesso ancora una certa fragilità finanziaria. Di cosa si tratta e come superarla?
R. Partendo dal dato che indica il debito netto a fine del 2014 in 182 milioni di euro, se andiamo a rapportare uno dei parametri che si usa per calcolare il rating delle aziende, quindi debito netto diviso Ebitda (organico) ottengo un parametro di circa 5,4 che è elevato perché in una normale situazione finanziaria, questo parametro dovrebbe essere inferiore o eguale a 2,5. Invece con l’Ebitda, e con l’approssimazione di cassa che genero, pago gli interessi ma non riesco a ripagare il debito che mi rimane costante. In questo senso, tecnicamente si può parlare di fragilità finanziaria, che comunque lentamente è destinata a migliorare in quanto raggiungeremo il valore 2,5 nel 2017.
D. Cosa prevede il vostro recente accordo con l’indiana Tech Mahindra?
R. Tech Mahindra è un’azienda di circa 98 mila persone che fattura 3 miliardi di dollari e che, soprattutto, è parte della galassia del grande gruppo industriale indiano Mahindra & Mahindra che dà lavoro ad oltre 200 mila persone e fattura qualcosa come 16,5 miliardi di dollari. Già attiva nel nord Europa, Tech Mahindra ha deciso di sbarcare nel meridione del nostro continente, in Spagna ed in Italia. Nel nostro Paese ha scelto Italtel come partner. L’accordo strategico di alleanza industriale ha per noi, anche, una forte motivazione commerciale. Gli indiani infatti ci hanno aiutato nella ristrutturazione industriale perché hanno assorbito 40 delle 500 persone che da noi erano in esubero e che così continuano a lavorare nello stabilimento di Settimo Milanese. L’altra colonna portante di tale accordo è che l’azienda asiatica ci sta aiutando nella realizzazione di alcune parti di software mirati alla virtualizzazione ed al cloud, che restano proprietà intellettuali Italtel, ma sono sviluppati congiuntamente.
D. Tra i vostri mercati di riferimento esteri, Europa ed America Latina, quale è il più proficuo?
R. Indubbiamente oggi l’America Latina, perché rappresenta una grande area geografica in buona espansione ed è il nostro motore di crescita. Comunque abbiamo accelerato i nostri investimenti anche in Europa. Per capirci, lo scorso anno, su un totale del 7 per cento di crescita, in quella zona abbiamo ricavato un aumento del 13 per cento del nostro mercato estero.
D. Voi siete partner di «secondo livello » di Expo 2015. Cosa significa tra investimenti, lavoro e ricavi?
R. Le telecomunicazioni di Expo 2015 sono gestite da un triangolo importante e composito di aziende. I due partner ufficiali di primo livello sono Telecom Italia e Cisco. Entrambi hanno poi chiesto ad Italtel di essere loro partner per Expo. Questo comporta che, anche noi, con le nostre competenze specifiche, ci occupiamo dell’operatività di progettazione, configurazione, installazione, attivazione e gestione. È una grande sfida perché questi sei mesi sono un vero «work in progress» che ci mette giornalmente alla prova e, certamente, rappresentano una vetrina internazionale ineguagliabile.
D. In merito al piano strategico varato dal Governo sulla Banda Ultralarga (Bul), che ruolo giocherà Italtel?
R. Anzitutto, in qualità di esperti del settore, siamo stati consultati più volte dal Governo nei vari passaggi progettuali del Piano Strategico governativo sulla Banda Ultra Larga, importante perché conferma la volontà di raggiungere gli obiettivi dell’Agenda digitale europea. Questa prevede, entro il 2020, l’accesso del 100 per cento delle famiglie italiane ad un servizio di tlc almeno a 30 megabit (Mbps) al secondo di velocità e che almeno metà degli italiani possa acquistare un servizio alla velocità di 100 megabyte al secondo. Il Governo punta ad ottenere che dal 2020, l’85 per cento degli italiani possa accedere al servizio di 100 Mbps, mentre il 100 per cento della popolazione possa ottenere almeno 30 Mbps, così che la combinazione di queste due cose possa consentire effettivamente che il 50 per cento degli italiani acquisti entro il 2020 un servizio a 100 Mbps. Per ottenere questo, sono stati stanziati 7 miliardi di euro di finanziamenti di cui due a livello regionale con i Fondi Europei di Sviluppo Regionale (Fesr e Feasr) e 5 con il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (Fsc). A tali Fondi Pubblici debbono aggiungersi investimenti privati per 5 miliardi da parte degli operatori di telecomunicazioni. L’esecuzione di questo piano dovrebbe riguardarci, perché, anche se noi non mettiamo i cavi in fibra ottica, che rappresenta il lavoro primario, la fibra «spenta» va accesa con l’ausilio dell’elettronica, cioè il software per i servizi. Noi, quindi, entreremo in gioco nella seconda fase.
D. Come vede la forte difesa del doppino di rame quale vettore della Bul italiana da parte di alcune aziende di telecomunicazioni che sostengono ad oltranza il vecchio cavo telefonico, il cui segnale non riesce a superare i 30 Mbps?
R. Dobbiamo riprendere il gusto di guardare ad investimenti che abbiano un termine di rientro di oltre 10 anni, nel mondo delle infrastrutture non si può fare diversamente. È anacronistico pensare di fondare una strategia a lungo termine su una rete, quella di rame, sicuramente ben mantenuta ma strutturalmente destinata a logorarsi. Ben venga, quindi, il piano del Governo che ha scelto di pensare al lungo termine, per il beneficio, soprattutto, delle nuove generazioni. Questo significa fibra ottica fino a casa, agli uffici, alle antenne. Una volta realizzata, avremo una struttura, una spina dorsale delle telecomunicazioni del Paese che durerà più di 100 anni e che ingloberà l’ammodernamento delle reti mobili che oggi sono 4G, e che saranno 5G fra qualche anno. Osservo che Telecom Italia e gli altri Operatori italiani hanno risposto a questa «sollecitazione» del Governo velocizzando i propri piani di investimento nell’ottica di un più veloce sviluppo della fibra verso le case.
D. In merito ai vari operatori interessati al prossimo cablaggio dell’Italia, che si attuerà con la regia del Governo, si è aperta una «questione Metroweb». Come interpreta il clamore attorno alla vicenda?
R. Metroweb è una realtà importante perché dispone della rete di Milano, dove ha cablato oltre 600 mila unità immobiliari, come anche di una parte della rete ottica di Genova, e perché sta costruendo una rete importante a Bologna e a Torino. In più, tale azienda è di proprietà del Fondo strategico italiano e del Fondo per gli investimenti F2i, entrambe strutture della Cassa Depositi e Prestiti.
La «bramosia» degli operatori intorno a Metroweb è nata proprio perché il Governo ha dato le direttive del cablaggio ottico di tipo FTTH (Fiber to the Home) e/o FTTB ossia (Fiber to the Building) all’85 per cento entro il 2020. C’è da segnalare però che tale azienda, oltre ad essere specializzata in cablaggio di FTTH, ha sicuramente degli azionisti capaci che hanno una visione di lungo termine proprio perché, già contigui allo Stato, ora lo sono anche al Governo.
D. Avete sviluppato un prodotto che misura la qualità dell’esperienza video, vendendolo a diversi operatori, ma che ha suscitato l’interesse anche di Sky, Mediaset e Rai. Di cosa si tratta?
R. La nostra azienda si sta specializzando nel software, nell’intelligenza delle reti e nei nuovi servizi video, e le reti, aumentando sempre più in velocità, sono il miglior mezzo per far passare il video e la televisione. Abbiamo sviluppato in questi tre anni una suite completa per consentire la comunicazione multimediale sul protocollo IP su rete mobile, fissa e WIFI. Per le reti video abbiamo sviluppato un « software agent » capace di intercettare i flussi video misurandone i parametri fondamentali. Il sistema si chiama i-Quality Assurance Center (iQAC) ed aiuta ad assicurare la qualità del servizio video, monitorando «hand-to-hand» la trasmissione stessa, quella cioè che arriva ai clienti dai vari «broadcaster» e agendo in modo continuo per rilevazione e comprensione di eventuali difetti video. Grazie al nostro supporto, gli operatori possono intervenire nel modulare al meglio l’emissione del segnale.
D. Altra vostra area di attenzione è oggi l’Internet of Things. Perché l’IoT è così strategico per Italtel?
R. La categoria emergente degli utilizzatori delle reti Internet di tutti gli operatori del mondo sono i sensori, e ve ne sono di ogni genere. Tra i tanti, le telecamere di controllo, le «on board unit car» montate sulle auto moderne, le stampanti 3D e, nella telemedicina, i misuratori di battito cardiaco o del livello di glucosio nel sangue. I sensori ci aiutano anche nel controllo della produzione in agricoltura o nell’efficienza energetica o per misurare la stabilità delle infrastrutture. Di questi oggetti, in tutto il mondo ve ne sono oltre 2,5 miliardi, ma nel 2020 si stima che si oltrepasserà la soglia dei 25 miliardi. Nello specifico, stiamo lavorando sull’efficienza energetica (Smart Grid), la telemedicina e la stabilità delle infrastrutture, abbiamo sviluppato una nuova piattaforma che concentra e analizza i dati dei sensori, e li spedisce ai centri di elaborazione dove si estraggono statistiche utili allo sviluppo di varie strategie.
D. Come vede il fenomeno Netflix, la piattaforma televisiva americana che sbarcherà prossimamente in Italia e che già impaurisce majors, telco e pay tv?
R. Oggi la curva di crescita del traffico sulle reti mondiali è del +25 per cenmisurato l’anno nei prossimi 5 anni. Soltanto per le reti mobili, la curva arriva a +65 per cento l’anno. Una buona parte di questa esigenza di crescita è data dal fenomeno Netflix, con la cui spinta è previsto che il traffico mensile generato passerà entro il 2018 dagli attuali 40 a ben 140 exabyte. Ebbene, questa previsione di forte aumento del traffico è fatta perché si pensa che tra tre anni l’80 per cento del traffico delle reti sarà esclusivamente video. Italtel, allora, dà il migliore benvenuto a Netflix, perché tale nuova ondata video porterà una crescita di esigenze e quindi di lavoro per noi. E per tutto il settore.
D. Come è cambiata e come giudica Telecom Italia, dai tempi in cui vi lavorava ad oggi?
R. Rispetto a una Telecom di qualche anno fa, quando la sua presenza nel mondo era molto più diffusa, noto che oggi l’azienda sia un po’ più locale, più italiana e - parimenti - molto più brasiliana e orientata al mercato sudamericano. Detto questo, alla luce del piano industriale strategico presentato dall’amministratore delegato Marco Patuano a febbraio del 2015, noto con piacere sia il progressivo miglioramento di ricavi e margini dai servizi di telecomunicazioni e sia la forte volontà di tornare ad investire, di puntare sulle nuove tecnologie, sulla trasformazione della cultura aziendale e, per quello che è possibile, sulla parte internazionale. Complimenti quindi a Telecom Italia.

Tags: Giugno 2015

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