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Lamberto Dini: Governo Renzi? una scossa al potere, ma occorre continuarla

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Lamberto Dini è un dirigente d’azienda, economista e politico italiano; è stato direttore generale della Banca d’Italia, ministro del Tesoro dal 1994 al 1995, presidente del Consiglio dei ministri dal 1995 al 1996 e ministro degli Affari Esteri dal 1996 al 2001. Alle politiche del 1996, dopo il suo Governo tecnico, ha presentato una sua forza politica, Rinnovamento Italiano, che confluì nel 2002 nella Margherita, nelle cui liste è stato candidato nel 2001 e nel 2006. Alle politiche del 2008 si è presentato invece nella coalizione di centro-destra Il Popolo della Libertà.
 Compie studi tecnici brillanti presso l’ITI Leonardo Da Vinci di Firenze, nella cui Università si laurea in Economia e Commercio nel 1955 con 110 e lode. Dopo essersi perfezionato all’Università del Minnesota e del Michigan, entra nel Fondo Monetario Internazionale nel 1959, dove intraprende una rapida carriera, fino a diventare direttore esecutivo per l’Italia, Grecia, Portogallo e Malta dal 6 luglio 1976 al settembre del 1980.
Il 15 settembre 1979 è nominato dal presidente del Consiglio dei ministri Francesco Cossiga direttore generale della Banca d’Italia, con Carlo Azeglio Ciampi nominato governatore. Resterà in carica fino al 10 maggio 1994, quando si dimette per entrare nel primo Governo Berlusconi come ministro del Tesoro.
 Dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi, il 17 gennaio 1995 Dini è incaricato dal presidente Scalfaro di formare un nuovo Governo e riuscirà nel difficile compito di emanare una riforma delle pensioni.
La riforma Dini ha trasformato il sistema pensionistico italiano da un sistema di tipo retributivo ad un sistema che applica uno schema pensionistico con formula della rendita predefinita sulla contribuzione e sulla crescita e senza patrimonio di previdenza con il metodo di calcolo contributivo a capitalizzazione, simulata sulla crescita avviando la transizione dal modello previdenziale corporativo fascista al modello previdenziale universale.
Domanda. Lei, sen. Lamberto Dini, ha concluso nel 2013 da senatore del centrodestra il mandato politico. Quali sono stati in questi ultimi 2 anni i mutamenti più significativi nella politica e nell’economia italiana?
Risposta. Le elezioni del 2013 hanno dato una maggioranza al centrosinistra significativa alla Camera dei deputati grazie al premio di maggioranza, nonostante che il partito di Pierluigi Bersani avesse vinto le elezioni con un margine dello 0,5 per cento rispetto al centrodestra. Questo Parlamento ancora oggi è in funzione, ha dato vita  in particolare al Governo di Enrico Letta e a quello di Matteo Renzi. Quindi è con il Parlamento del 2013 che Renzi governa. Questo è il primo cambiamento di un presidente del Consiglio non eletto  che governa l’Italia in seguito della vittoria nelle consultazioni primarie che hanno eletto Renzi prima segretario del partito e poi presidente del Consiglio.
D. Non è anche un’anomalia, però?
R. Esatto, è il terzo Governo non eletto. Dopo quelli di Mario Monti e di Enrico Letta, quello di Matteo Renzi che effettivamente ha dato una scossa al sistema istituzionale avviando riforme, fortemente richieste dall’ex presidente della Repubblica, e che lui ha affrontato con determinazione. Una scossa a un sistema bloccato e inamovibile. Ciò non vuol dire che le riforme istituzionali siano tutte condivisibili e non presentino rischi. Di Renzi apprezzo il coraggio, la determinazione, la sua vitalità. Ha una visione forte del potere, che esercita con spregiudicatezza.
D. Una spregiudicatezza nel senso positivo?
R. Ha una visione forte, è un accentratore di potere, arriva al punto di togliere prerogative ai singoli Ministeri per accentrarle a Palazzo Chigi.
D. È una dittatura moderna?
R. No, ha una visione forte del potere, ma è un democratico e rispetterà le decisioni del Parlamento. Sappiamo che la democrazia vive di pesi e contrappesi e, se si guardano le riforme istituzionali approvate, in particolare l’Italicum, la legge elettorale, che prevede di dare una maggioranza del 55 per cento  dei seggi a un partito o a una coalizione che raggiunge il 40 per cento dei voti, oltre a prevedere  100 capilista nominati direttamente dai partiti. Ci troviamo così con un Parlamento di tanti nominati e non eletti direttamente dai cittadini, che naturalmente daranno fedeltà a chi li ha nominati. In una democrazia sarebbe invece importante avere il contrappeso di un Parlamento forte. Questa riforma approvata dal referendum costituzionale che si svolgerà nell’ottobre del 2016 ci consegnerà una Camera dei Deputati «debole», sparisce praticamente il Senato mentre si rafforza il potere del Governo a scapito del Parlamento. Negli Stati Uniti il presidente ha molti poteri ma deve confrontarsi con un Congresso eletto direttamente dai cittadini che rispondono agli elettori e, se il Congresso non ci sta, le iniziative del presidente non vanno avanti. Con questa riforma avremo quindi un Parlamento acquiescente alle decisioni del Governo. Renzi con questo sistema intende dare stabilità al sistema, visto che la nostra democrazia, dal dopoguerra in poi, ha prodotto 45 Governi, e nessun Governo ha avuto un orizzonte abbastanza lungo per portare avanti la propria azione. Nella misura in cui questo disegno raggiunge questo obiettivo va bene, ma non può farlo troppo e non dovrebbe farlo troppo a scapito dei pesi e contrappesi sui quali si regge una democrazia. Questo è il rischio.
D. Il suo Governo è stato riconosciuto come il più economo che vi sia mai stato a Palazzo Chigi perché nessun altro ha tagliato la spesa nello stesso modo. Cosa consiglierebbe al suo concittadino Matteo Renzi per risollevare l’Italia dalle difficoltà economiche?
R. Gli consiglio di avere più coraggio e di non guardare soltanto al consenso popolare. Alcune misure che ha adottato recentemente mirano al consenso e si potrebbe dire che hanno carattere elettoralistico. La concessione degli 80 euro al mese ai 10 milioni di cittadini che hanno un reddito mensile non superiore ai 1.500 euro gli ha permesso alle elezioni europee di raggiungere il 40 per cento dei voti, che poi secondo i sondaggi sono scesi notevolmente al 31 per cento. Ma che differenza c’è tra un cittadino che ha un reddito di 1.500 euro e uno che ha 1.600 euro? A quello di 1.500 diamo 1.000 euro in più e invece a quello che ha 1.600 niente.
D. Un limite bisognava porlo, solo che 80 euro sono niente.
R. Sono 1.000 euro all’anno. Sono misure discriminatorie che a me non piacciono. Prendiamo per esempio l’ultima idea di dare 500 euro a chi compie 18 anni per andare a teatro, così non c’è differenza tra il figlio di un ricco e il figlio di un operaio. Non so se è stata una misura per indurre le giovani generazioni a votare questo e non un altro partito. Si pensa forse che i giovani guardano più ai 5 Stelle che al Pd. I dubbi sono di questo genere. Anche la misura della parziale restituzione del costo della vita ai pensionati in seguito alla decisione della Corte Costituzionale, solo alle pensioni più basse è fortemente discriminatorio. Avrei preferito una rateizzazione cominciando dalle pensioni più basse e poi gradualmente a tutti gli altri pensionati, escludendo le pensioni molto alte. Consiglierei a Renzi di non preoccuparsi troppo del consenso e di affrontare veramente quelli che sono i nodi che impediscono alla nostra economia di raggiungere un iter di crescita sostenibile. A questo fine il Governo dovrebbe ridurre le imposte sulle imprese, sul lavoro e sulle famiglie. Ma per fare questo dovrebbe ridurre la spesa e la riduzione della spesa è un capitolo che il Governo non ha affrontato. Ha nominato due illustri professori per la spending review come Carlo Cottarelli del Fondo Monetario e poi Roberto Perotti professore alla Bocconi. Essi hanno elaborato proposte che Renzi non ha accettato sempre per il timore di perdere voti. Entrambi se ne sono andati. Per ridurre la spesa deve essere affrontato non solo il problema degli «sprechi» e dei troppi centri di acquisto dello Stato. Anche le Regioni sono ancora troppo numerose come pure le municipalizzate. Cottarelli aveva avanzato l’ipotesi di privatizzare le municipalizzate, spesso covo di clientelismo e di ridurre le Regioni a 5-6. La Francia l’ha fatto. Ripeto Renzi dovrebbe non preoccuparsi troppo del consenso di breve periodo ma guardare al vero risanamento dell’economia italiana, creare posti di lavoro e investimenti. Renzi dice che ci occorrono più investimenti esteri, ma se non ci sono le condizioni gli investimenti esteri in Italia non si fanno, c’è troppa burocrazia, il sistema giudiziario funziona con enorme lentezza, la tassazione è elevata, la burocrazia è opprimente. Il problema è sempre quello, di ridurre il perimetro dello Stato e della Pubblica Amministrazione per ridurne i costi. C’è bisogno di un dimagrimento dello Stato e se non si fa questo non si possono ridurre le imposte dati i vincoli europei, non si facilitano gli investimenti e se non si fanno gli investimenti l’economia italiana non crescerà. Oggi c’è una ripresina, benissimo, grazie al jobs act che è stato un fattore positivo ma poi nel corso del tempo non lo so; elimina i contributi sociali per i nuovi assunti e ciò non si può fare in eterno altrimenti il sistema pensionistico su cosa si regge? La nostra crescita nel 2015 è stata anche facilitata dal forte calo del prezzo del petrolio, dalla politica monetaria della Banca centrale e da un euro che si è deprezzato e che ha facilitato le esportazioni; ci sono stati quindi anche fattori esterni che hanno contribuito a questa ripresina che tuttavia rimane inferiore alla crescita degli altri Paesi europei e ciò vuol dire che il lento declino dell’Italia continua. Il Governo dovrebbe affrontare i problemi qui evidenziati senza preoccuparsi troppo dei consensi immediati. Le elezioni ci saranno nel 2018 e se a quel punto ci sarà un’economia risanata il Governo sarà più forte.
D. Sulla parte pensionistica si profilano e si propongono sempre tante e nuove idee: cosa proporrebbe Lei dopo 20 anni dalla riforma che porta il suo nome?
R. Il sistema previdenziale va bene così com’è nella sostanza. È stata alzata notevolmente l’età pensionabile che è a livello degli altri Paesi europei è in certi casi anche superiore. Il nostro sistema previdenziale è sostenibile nel lungo periodo. Se si guarda però al bilancio dell’Inps ci sono problemi connessi con l’assistenza e con le pensioni sociali che non hanno nulla a che vedere con un sistema previdenziale, ma sono soltanto un intervento dello Stato per  meno abbienti che dovrebbero essere finanziati dalla fiscalità. Ora abbiamo un presidente dell’Inps iperattivo che si permette di fare pubblicamente conferenze e proposte che non gli appartengono. Potrebbe farle ma in modo privato, scrivendo al Governo. Lui non è il ministro del Lavoro né fa parte del Parlamento. Le riforme le fa il Governo, non il presidente dell’Inps, il presidente dell’Inps dovrebbe occuparsi dei propri bilanci che non sono in buone condizioni, ma non voglio entrare nel merito. Delle proposte fatte dal presidente dell’Inps Tito Boeri se il Governo può trovare le risorse per i primi anni, sarebbe quella di introdurre una flessibilità in uscita e di dire a coloro che vogliono andare in pensione prima che possono uscire con una penalizzazione della pensione sulla base di un calcolo attuariale di equilibrio nel lungo periodo. Quando il signor Boeri dice che per sostenere coloro che perdono il lavoro a 55 anni si dovrebbero tagliare le pensioni al di sopra dei 3 mila euro, ricordiamo che chi perde il lavoro a 55 anni è ancora in età lavorativa, ci saranno le indennità di disoccupazione, non è un fatto previdenziale ed è qundi una proposta inaccettabile. Anche l’ultima proposta di Boeri di ridurre le pensioni di coloro che sono andati in pensione con il sistema a ripartizione sarebbe ingiusta e avrebbe l’effetto di far perdere voti e le elezioni al Governo che la adottasse.
D. Quali sono le differenze tra quello che è stato il suo mondo politico e quello attuale? Non crede che nella politica di oggi si sia raggiunto un dilettantismo e un malaffare che si vanno diffondendo in tutti gli ambiti?
R. Temo molto questo fatto. Mi pare vi sia oggi molta meno professionalità che si guadagna con anni di lavoro e di esperienza. Questa immissione nel Governo e nel Parlamento di persone con poca esperienza e con molto dilettantismo è un pericolo. Anche su questo il presidente del Consiglio dovrebbe riflettere, al di là di un rinnovo e di un cambiamento generazionale. Quando dice che la nostra classe insegnante è in età molto più avanzata che in altri Paesi, capisco questo fatto, però questo problema come lo risolvi? Mandando in pensione insegnanti che hanno 55 anni? L’idea di rinnovare la classe dirigente è valida, ma attenzione a non sacrificare professionalità di cui il Governo avrebbe molto bisogno.
D. La crisi in corso s’iscrive nell’irreversibile slittamento della forza economica da Occidente a Oriente; uscire dall’euro sarebbe una soluzione plausibile dato che gli euroscettici stanno avendo sempre più consensi?
R. No, sarebbe un errore grave. Gli euroscettici sono cresciuti perché l’Europa non è stata capace di darsi una politica capace di mettere fine alla recessione in tempi brevi. Si trascina dal 2007-2008 e l’Italia ha perso 10 punti di prodotto interno rispetto al 2007, abbiamo una disoccupazione elevata e i vincoli europei  impediscono di svolgere una politica macroeconomica espansionistica. Ma uscire dall’euro per l’Italia sarebbe un tragedia.
D. E perché?
R. In primo luogo perché l’Italia ha beneficiato enormemente dell’entrata nell’euro. 
D. Però c’è stata una valutazione non corretta.
R. Quello è stato negoziato e non c’era modo di ottenere di più come tasso di cambio. Entrare nell’euro ha portato ad una forte riduzione dei tassi d’interesse che non avremo mai potuto ottenere e questo è stato un grande beneficio avendo l’Italia un debito pubblico estremamente elevato. Dal 1995, quando è stato stabilizzato al 125 per cento del Pil, siamo entrati nell’euro e in quegli anni è sceso fino al 103 per cento, nel 2007 poi è risalito a seguito della recessione. Uscire dall’euro sarebbe un grave errore anche perché l’Italia ha una società che non ha dimostrato grande disciplina, specialmente nella finanza pubblica. Si è sempre cercato di coprire i mali della società attraverso una maggiore spesa pubblica e oggi ci troviamo al livello di debito pubblico che abbiamo, il 40 per cento del quale è detenuto all’estero. Se l’Italia uscisse dall’euro che cosa succederebbe al debito pubblico italiano? Ci sono dei professorini che dicono il contrario; dicono che, tornando alla lira, si faciliterebbero le esportazioni attraverso svalutazioni e inflazione, ma ciò significa ridurre fortemente i redditi reali. Prima di poter beneficiare di un aumento delle esportazioni si creerebbe una situazione esplosiva nel Paese. La lunga recessione è anche responsabilità della Germania che ha imposto austerità invece di accettare una politica espansiva. Per rispettare i vincoli di bilancio nazionale sarebbe stata necessaria una politica d’investimenti finanziati direttamente dall’Europa. A livello nazionale non possiamo finanziare gli investimenti nel bilancio dello Stato che sono scesi a livelli minimi, compresi quelli per ricerca, sviluppo e innovazione, molto importanti per la crescita della produttività. Quindi sarebbe stata necessaria una battaglia per far sì che l’Europa finanziasse gli investimenti infrastrutturali, nelle telecomunicazioni, in nuove tecnologie, in tutto quello che l’Europa oggi è piuttosto carente. L’Europa tecnologicamente parlando è rimasta molto indietro, e non sarebbe strano che fosse l’Europa ad erogare questi finanziamenti.
D. A quale politico consiglierebbe di far leggere il suo ultimo libro «Una certa idea dell’Italia. Cinquant’anni tra scena e retroscena della politica e dell’economia»? Quale politico, anche del passato, sarebbe in grado di risollevarci?
R. Questo libro io l’ho mandato sia al presidente del Consiglio che al presidente Silvio Berlusconi.
D. L’hanno letto?
R. Non lo so, ne dubito. Nel biglietto che ho scritto a Renzi ho osservato che nel capitolo riguardante il Governo ci sono notazioni critiche; deve prenderle però come uno stimolo perché ha tutta la capacità di poter fare meglio e di essere domani il più grande presidente del Consiglio non solo fiorentino, ma non ha risposto. Invece al presidente Berlusconi ho scritto «Caro Silvio, ricordo una frase che disse Dante: tanti eran i giusti, ma non si sono intesi, con stima e amicizia». Per quanto riguarda la seconda domanda invece non vorrei fare nomi, ma ci sono persone di grande esperienza. In ogni caso un politico che potesse portare avanti l’idea di un’Italia liberale, di un’economia liberale e di una democrazia liberale è quello di cui avremmo bisogno.
D. L’Italia sta sprofondando o ha toccato il fondo e si prepara alla risalita? Il nostro futuro avrà una prospettiva rosea?
R. Sulla base delle politiche attuali la ripresa dell’Italia sarà molto lenta e rimarrà al di sotto di quella degli altri Paesi. Ci sono anche fattori strutturali che portano a questo, a parte l’inefficienza della burocrazia, il malaffare, la corruzione,  la mafia.
D. Come si fa a debellare tutto questo?
R. Il malcostume dovrebbe essere penalizzato maggiormente e la repressione dovrebbe essere più forte.  Il malcostume nella vita pubblica è molto diffuso, basti guardare cos’è successo nel Comune di Roma, un fenomeno allucinante. A parte questi fattori, è la struttura della nostra economia basata sulla piccola e media impresa che non ha le risorse per fare innovazione, ricerca e sviluppo. Di conseguenza la produttività della nostra economia è bassa. Ci manca la grande impresa che può operare nell’alta tecnologia e fare innovazione nei settori di punta come l’informatica. In queste condizioni siamo destinati a un crescita relativamente modesta anche negli anni a venire. La preoccupazione è che i nostri figli non avranno il benessere che abbiamo goduto dagli anni 60 in poi.
D. Da uomo della diplomazia, come ha vissuto gli attentati terroristici dello scorso novembre in Francia?
R. Con un’angoscia terribile e con rammarico perché il sorgere dell’Isis che dà un’interpretazione estremista e fondamentalista dell’Islam prendendo e rielaborando certe parti del Corano che è stato scritto 1.400 anni fa; il mondo è cambiato da quell’epoca. La Chiesa si è molto adattata nel corso del tempo all’evolversi della società. Oggi, i fondamentalisti intendono distruggere i valori cristiani e occidentali. L’Isis avrebbe dovuto essere affrontato molto prima, e questo lo dico anche nel mio libro. Oggi l’Isis ha occupato una parte della Siria e dell’Iraq con il rischio di arrivare fino a Baghdad. Era necessaria una grande coalizione con in testa Russia e Stati Uniti con il sostegno di tutti i principali Paesi della zona per distruggere l’Isis che è il nemico comune, anche degli stessi Paesi arabi. Si sta ora cercando di mettere insieme questa grande coalizione. Il presidente Obama dice che l’Isis va distrutto. Ma dovevamo aspettare i massacri di Parigi? Dico io, l’Occidente è stato capace di imporre pesantissime sanzioni alla Russia per il suo intervento in Ucraina, pesanti sanzioni finanziarie all’Iran per il suo programma nucleare, ma come mai non siamo capaci di impedire il finanziamento dell’Isis?
D. Ma l’Isis è un problema religioso o economico-finanziario?
R. Il Califfato unisce stato e religione ed è quest’ultima che detta le leggi.
D. In sostanza è una guerra religiosa?
R. Sì, creare uno Stato estremista islamico, dove tra l’altro il ruolo delle donne è inesistente.
D. Da che parte dovrebbe stare l’Italia? Dalla parte della Russia o degli Usa?
R. Renzi ha assunto una posizione di grande prudenza. L’Italia è impegnata internazionalmente e abbiamo molti militari in numerosi teatri e la decisione di questi giorni di mandare i nostri soldati in Iraq per proteggere una grande diga va nella buona direzione. Renzi ritiene che  senza una strategia precisa i bombardamenti non siano risolutivi. L’Isis è anche a Sirte, a 100 chilometri dall’Italia, e noi abbiamo molti obiettivi sensibili. Quindi prudenza finché non ci sarà una strategia molto precisa.
D. Quali sono le mosse che l’Italia dovrebbe attuare per riacquistare un ruolo di primo piano in ambito europeo?
R. L’Italia riguadagnerà credibilità internazionale quando avrà un’economia sana  e una crescita sostenibile.
D. È favorevole alle sanzioni comminate dall’Unione Europea al presidente russo Putin dopo le vicende ucraine? L’Europa non corre di nuovo il rischio di dividersi in due blocchi?
R. L’Italia anche su questo prende una posizione di maggiore prudenza. Recentemente ha chiesto di ridiscutere le sanzioni alla Russia che hanno effetti negativi sulla nostra economia e sulle nostre esportazioni; gli effetti economici di queste sanzioni gravano solo sui Paesi europei.      

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