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Hans Noel: Trump contro Clinton, il punto a due mesi dalle elezioni americane

Hans Noel, professore della Georgetown University di Washington

Lo scorso luglio, invitato dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, è intervenuto a Roma Hans Noel, professore della Georgetown University di Washington. Materia di insegnamento di Noel è la scienza politica riferita in particolar modo ai partiti e alle metodologie elettorali. Insieme a Marty Cohen, David Karol e John Zaller, Hans Noel è uno degli autori dell’autorevole «The Party Decides: Presidential Nominations Before and After Reform», pubblicato nel 2008 dall’University of Chicago Press e d’allora uno degli studi più celebrati dall’Accademia statunitense. Le elezioni primarie di quest’anno si sono soprattutto contraddistinte per la difficile dialettica intercorsa tra i vertici dei due grandi partiti e un paio di outsiders forti di un grande appoggio popolare come Bernie Sanders e Donald Trump. Alla vigilia della fasi finali di questa lunga e combattuta stagione elettorale, l’incontro con Hans Noel è interessante occasione di dibattito.
Domanda. Cosa significa il titolo del suo libro «The Party Decides»?
Risposta. Il titolo si contrappone a un libro molto conosciuto chiamato «Letting the People Decide. Dynamics of a Canadian Election» scritto a proposito delle elezioni federali canadesi del 1988. Volevamo evidenziare che i leader di partito e le elite influenzano le decisioni e non le lasciano semplicemente agli elettori. La bozza era inizialmente intitolata «Beating Reform» ma abbiamo avuto la sensazione che fosse troppo forte. I partiti non avevano completamente sconfitto le riforme disposte da ormai diversi decenni per ridurne il potere: erano meramente e ampiamente riusciti a resistere ad esse. Nel trattare di come un partito sceglie un candidato, e ponendo l’enfasi sul fatto che è il partito e non i semplici votanti a scegliere un candidato, «The Party Decides» può essere letto in un senso più generale. Nel libro non abbiamo messo in discussione il ruolo svolto dagli elettori negandolo completamente. Piuttosto, sosteniamo che, quando ne hanno uno, i leader di partito modellano l’ambiente e avvantaggiano il loro candidato preferito in modo tale che sia questi a vincere. Tuttavia, il partito in questi ultimi tempi non ha sempre avuto un candidato preferito ed è stato pertanto meno in grado di «decidere» il risultato delle elezioni. In breve, il titolo sottolinea il sempre sottovalutato ruolo dei leader di partito nel processo di nomina.
D. Hillary Clinton è sempre stata «il candidato inevitabile»?
R. «Inevitabile» può suonare troppo forte. Lo era anche nel 2008, e perse. Ma nel 2008 c’era un altro candidato credibile che aveva ampio supporto all’interno del Partito Democratico. In realtà, quell’anno ci furono altri due insider credibili, Barack Obama e John Edwards, mentre il sostegno di cui godeva Hillary Clinton era molto meno forte di quanto non sia stato quest’anno. Da allora, Hillary Clinton ha fatto quello che tutti gli ex candidati come lei dovrebbero fare, ossia impiegare il proprio tempo e le proprie energie per conquistare il partito e convincerlo di essere ancora una buona scelta. Hillary Clinton ha puntato al sostegno delle persone che hanno appoggiato Obama tanto che ancora prima di annunciare la sua candidatura, era chiaro come la maggior parte dei componenti del partito erano ormai disposti ad appoggiarla. A quel punto, la candidatura di Hillary Clinton è diventata abbastanza «inevitabile».
D. Perché il Partito Repubblicano non ha fermato Donald Trump?
R. In breve, si può dire che il Partito Repubblicano si è diviso in un’ala ideologica: la maggioranza degli appartenenti alla quale apprezzavano Ted Cruz, e in un’ala pragmatica, in larga parte disposta a sostegno di Jeb Bush. I sostenitori di Ted Cruz però odiavano Jeb Bush, così come quelli di Jeb Bush odiavano Ted Cruz. Plausibili candidati di compromesso, come Scott Walker e Marco Rubio, non sono risultati sufficientemente attraenti per i componenti di questa o di quella fazione tanto che questi ultimi sono rimasti come bloccati, incapaci di cambiare la propria scelta iniziale. Donald Trump ha approfittato di questa situazione di stallo, facendo appello agli elettori della componente ideologica e a quelli non inquadrati all’interno di una vera e propria corrente. Se il Partito Repubblicano non fosse stato inizialmente diviso, probabilmente tutto questo non si sarebbe verificato. Quando il partito ha preso coscienza del problema, era ormai troppo tardi per fermare Donald Trump. Il meccanismo che descrivo nel mio libro, ossia leader di partito che dal principio si uniscono in coalizione intorno a un candidato per aiutarlo a vincere, è molto più difficile dopo l’inizio delle elezioni primarie.
D. Il Partito Democratico ha fermato Bernie Sanders?
R. Penso di sì. È plausibile che Sanders avrebbe perso anche se importanti esponenti di partito non avessero fatto quello che hanno fatto per aiutare Hillary Clinton; Sanders però ha entusiasmato molti democratici e ha avvicinato al meccanismo elettorale molti nuovi elettori. Però, il partito ha agito sottilmente per aiutare Hillary Clinton. Non che abbia commesso nulla di illegale: i documenti diffusi da Wikileaks sul Democratic National Committee (DNC) sono molto fuorvianti e nell’insieme sembrano dimostrare che Sanders non piaceva ad alcuni funzionari per lo più di basso livello nel DNC tanto da aver fatto un po’ di brainstorming per capire cosa potevano fare per fermarlo ma il loro intervento non sembra sia stato determinante. Quello che è stato davvero importante è stato l’aiuto offerto a Hillary Clinton dalla leadership del partito stato dopo stato. Quando si va in un nuovo stato con la necessità di capire come vincere, aiuta avere vicino persone ricche di esperienze e conoscenze dirette. Tutte queste persone si sono messe al servizio di Hillary Clinton perché appoggiata dalla leadership del partito. Questo le ha permesso di condurre la campagna al meglio perché grazie al partito aveva intorno le persone volta per volta migliori. Il supporto offerto a Hillary Clinton dal partito si è anche tradotto in voti. Gli elettori che si identificano con il Partito Democratico erano quasi automaticamente propensi a votare per Clinton, mentre Sanders è soprattutto la scelta degli outsider.
D. Cosa hanno cambiato le primarie del 2016? Come hanno inciso sulle convenzioni politiche statunitensi?
R. Sotto molti aspetti, Donald Trump rappresenta semplicemente un qualcosa d’insolito. Se non ci fosse stato un candidato come lui, così famoso e schietto, qualcun altro avrebbe approfittato del vuoto creato dalla scissione dei repubblicani per affermarsi e rendere la situazione del Partito Repubblicano ancora più confusa e disordinata. Ma il successo di Trump rende evidenti molte cose: dimostra che l’unità apparente del Partito Repubblicano intorno a un’ideologia conservatrice era un’illusione. Molti elettori repubblicani non sono affatto ideologici, e questo significa che possono resistere al nucleo ideologico del partito. Inoltre, credo che significhi che i cambiamenti oggi in atto nella comunicazione politica possono aiutare i candidati a resistere ai propri leader di partito.
D. È arrivato il momento di un terzo partito nazionale?
R. Non credo sia questione se sia giunto o meno il momento per un terzo partito nazionale. Le istituzioni politiche degli Stati Uniti non sono ben disposte nei confronti di un terzo partito. Non solo usiamo il sistema elettorale maggioritario uninominale, che tende a incoraggiare il bipartitismo, ma abbiamo anche il Collegio Elettorale, che è un sistema maggioritario uninominale ancora più potente. È quasi impossibile per un terzo partito ottenere una maggioranza, pertanto sia gli elettori sia i politici scelgono saggiamente di votare e di legarsi a uno dei due grandi partiti tradizionali. Ma le fratture che stanno dividendo la base elettorale repubblicana sembrano indicare come al giorno d’oggi tali istituzioni non sono più una buona idea. Sembra però improbabile che gli Stati Uniti potranno mai cambiarle. Pertanto, piuttosto che pensare di cambiare le istituzioni è probabilmente meglio proporsi di adattare i nostri partiti alle istituzioni esistenti.    

 

di Giosetta Ciuffa

Tags: Settembre 2016 Giosetta Ciuffa usa

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