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PIERO ANTINORI: IL VINO BUONO STA NELLA PAZIENZA RESPONSABILE

Con «4000 fiorini larghi e grossi» Niccolò Antinori, nel 1506, comprava un grande palazzo a pochi passi dall’Arno, gioiello architettonico del Rinascimento di 50 stanze, disegnato e costruito da Giuliano da Maiano nel 1461, poi ingrandito da Baccio d’Agnolo nel 1543. Presto Piazza San Michele Bertelde prendeva il soprannome, quindi il nome di Piazza Antinori. Durante il governo degli Asburgo-Lorena, nella seconda metà del ‘700, la famiglia ottenne il marchesato ed entrò a far parte del ristretto numero di famiglie fiorentine accolte a Palazzo Pitti durante il dominio asburgico della città. Nel dna di un discendente diretto, il marchese Piero Antinori, presidente della Marchesi Antinori, convivono secoli di storia: l’origine della famiglia in alcuni castelli medievali nella zona di Calenzano, il trasferimento a Firenze, lontani dalle guerre tra guelfi e ghibellini che notevoli danni apportarono alle campagne, l’inizio nel tessile - lungimiranza nel cinese - quando nel 1285 Filippo e Chiaro Antinori si iscrissero all’Arte della Seta, il passaggio al vino esattamente un secolo dopo, momento dell’iscrizione di Giovanni di Pietro Antinori, nel 1385, all’Arte dei Vinattieri. Dopo 26 generazioni, la produzione vinicola non ha avuto sosta e oggi è la terza più antica del mondo.
«La pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce», scriveva Jean-Jacques Rousseau. È in questo modo che cresce l’uva nei 2.300 ettari dei vitigni toscani e umbri e toscani e, nell’ultimo ventennio, californiani degli Antinori, cui si addice una struttura familiare e il rispetto per le leggi della natura, l’attenzione alla qualità, la riflessione e, soprattutto, una formula societaria lontana da ogni investimento di breve termine. Proprio un albero genealogico plurisecolare ha consentito agli Antinori di comprendere il valore delle radici, del territorio, della crescita e dell’alea insita in un’attività che trova vita nel tempo, maestro di attesa. Non delusa dai risultati: un fatturato consolidato di gruppo nel 2009 del valore di 119,6 milioni di euro (in bottiglie 18,375 milioni), con una quota di esportazioni pari al 58 per cento e 2.300 ettari vitati di proprietà nel mondo; una distribuzione a livello globale in Europa, Asia, Africa, Oceania, America settentrionale, centrale e meridionale. E un frutto dolce.
Domanda. Torna dal Vinitaly con le degustazioni di 6 vendemmie Solaia, uno dei vini più conosciuti nel mondo e vincitore nel 2000 della classifica «Wine Spectator». Ha dichiarato che per il vino italiano questo sarà l’anno della ripresa. Perché?
Risposta. Il 2009 è stato un anno difficile in tutti i settori, non esclusi quelli dell’agricoltura, della viticoltura e della produzione dei vini in generale, forse fra i più duri degli ultimi 40 anni con conseguenze globali che hanno coinvolto il turismo, l’attitudine del consumatore al risparmio, la preoccupazione per il futuro, l’incertezza, non da ultima la debolezza del dollaro che ha penalizzato tutte le esportazioni nelle aree connesse. Il Vinitaly del 2009 si era distinto, in effetti, per il tono minore di un evento che costituisce il barometro del settore; nell’edizione 2010 si è registrata non solo un’affluenza maggiore, ma un atteggiamento caratterizzato dalla propensione a concludere contratti. Ciò fa sperare che il 2010 possa essere un anno di rinascita. Occorre partire da un atto di fiducia perché, come spesso sostengo, dopo la pioggia viene sempre il sole.
D. I consumi vitivinicoli sono stati inficiati dalla congiuntura economica?
R. Mercati importanti come gli Usa hanno cominciato a riprendersi e molti operatori del settore, che nel 2009 avevano compiuto una politica di alleggerimento delle scorte, terminate queste ora sono costretti a riacquistare. Il consumo del vino non è diminuito, anzi è leggermente aumentato, sebbene a fronte di prezzi inferiori, ma a dimostrazione del fatto che il consumatore è sempre orientato a cercare un giusto rapporto fra qualità e prezzo. Prima, nei momenti di euforia, tale valutazione era meno sentita, oggi è tenuta più in considerazione.
D. Si può recuperare mercato attingendo dai consumi degli altri Paesi quando non travolti dalla crisi?
R. Il settore vitivinicolo non è maturo. Lo è in Italia e in Francia, tradizionali produttori, ma vi sono mercati che si trovano agli inizi di un lungo processo di abitudine al consumo durante i pasti, in maniera continuativa piuttosto che sporadica: sono i mercati emergenti, orientali ma anche il Brasile o alcune zone degli stessi Stati Uniti. In tali luoghi il potenziale di crescita è notevole. L’altra faccia della medaglia indica, invece, un mercato all’interno degli Usa che da quest’anno è il più grande nel mondo, impensabile 10 anni fa, non in una percentuale pro capite, bensì nel complesso.
D. Esportare vino in Oriente è una possibilità redditizia?
R. L’Oriente è un’area che ha le potenzialità per divenire un grandissimo cliente del vino. L’Italia si trova ancora in una posizione debole e questo, se da una parte può costituire un aspetto negativo, dall’altra assume valenza positiva poiché ciò consente di scalare mercati non ancora emersi. Abbiamo una posizione preminente nei mercati importanti - negli Stati Uniti siamo al primo posto come volume e valore di esportazioni, e primi in Germania, Austria e Svizzera; in Canada siamo al secondo posto, con una posizione invidiabile e un’immagine solida - mentre, nei mercati emergenti quali Cina, Giappone, Corea, India, ci troviamo in una fase di semina che richiede la costituzione e la promozione di un’immagine dalle stabili fondamenta, per costruire nel tempo i volumi che abbiamo altrove. La responsabilità sta nell’investire laddove il margine di sviluppo è ancora molto ampio e la nostra debolezza preminente.
D. Come presidente dell’Istituto del vino italiano di qualità Grandi Marchi ha dichiarato che il trend negativo non influisce in modo determinante sulle 17 firme icona dell’enologia nazionale. Esiste una competitività tra prodotti da bancone e vini di elevato livello sul piano dell’accessibilità?
R. Il consumatore tende ad abbassare ancora lo standard a cui era abituato, ma fra le categorie non si può parlare di competizione; sì, invece, che può verificarsi un travaso anche dovuto al fatto che ultimamente i vini di non altissima qualità sono in effetti migliorati: è un fatto che considero positivo poiché invoglia il consumatore all’acquisto. Se questi è in grado di comprare un prodotto buono a un prezzo accessibile ciò costituisce un incoraggiamento al consumo. Lo si è visto in tanti casi, anche diversi da quello merceologico del vino: il miglioramento della qualità media giova all’intero mercato. Abituatosi a un prodotto, il consumatore vorrà poi provare qualcosa di migliore, anche di più caro. È rilevante il fatto di avere un produzione locale, sia pure di non eccelsa qualità, che incrementi i consumi nel territorio: lo si è visto in California, ora probabilmente sta accadendo la Cina.
D. Il prodotto locale è utile al prodotto di livello superiore, nonché di lusso?
R. Proprio a tal proposito guardo allo sviluppo locale della produzione cinese con estremo ottimismo, poiché esso abitua i locali al vino dando loro la curiosità e il desiderio di provare qualcosa di diverso, di migliore, che provenga da lontano. Una produzione locale è sempre di grande aiuto perché, con i suoi prezzi accessibili, costituisce un incoraggiamento all’abitudine e crea mercato.
D. In che rapporti si trova la Marchesi Antinori srl con gli Stati Uniti?
R. Abbiamo da poco preso in carico la gestione della nostra società Antinori California, ma è da circa 17 anni che abbiamo le relative proprietà nella zona della prestigiosa Napa Valley, in cui produciamo vini principalmente per il mercato americano. L’operazione si trasforma per noi in una sinergia che consente la commercializzazione dei nostri prodotti negli Usa, dove abbiamo sia il vino importato che quello prodotto localmente, con due mercati diversi ma in parte intercambiabili: alcuni consumatori preferiscono il prodotto domestico, altri non disdegnano la novità. La sinergia è attiva anche nel senso di un vantaggio competitivo nella distribuzione e nella promozione del prodotto, che proviene dalla medesima famiglia e consente al canale della distribuzione di intervenire nei mercati anche nella fase della vendita. In questi anni la gestione è stata mantenuta dai precedenti proprietari americani, come stabilito nell’accordo di vendita, mentre ora abbiamo assunto la responsabilità e il controllo diretto, in parte ricominciando da zero con una nuova marca e un nuovo nome.
D. Diversificate i prodotti?
R. La strategia è avere varie fasce di qualità e di prezzo, anche se il nostro «entry level», ossia la fascia più bassa, è stabile su quello che gli americani chiamano «premium wine», un livello di per sé già elevato in ingresso. Non abbiamo il vino quotidiano ma manteniamo più fasce per due motivi: il primo, di natura commerciale, attiene al piacere, anche nostro, di bere secondo il gusto non solo una bottiglia di prestigio ma anche un vino più accessibile. Il secondo riguarda una questione produttiva: dinnanzi ad un’annata non eccezionale sono raggiunti elevati standard solo in alcuni vigneti, ed avere la possibilità di destinare parte della produzione a un livello differente aiuta un’impresa come la nostra che dipende da fattori esterni. In 1.500 ettari di vigneto questioni climatiche, meterologiche, talvolta di posizione, sono decisive per lo standard qualitativo. Oltre a ciò, l’altissimo livello è garantito dalla possibilità di selezionare, nell’ambito anche di uno stesso vigneto, tra diverse uve e destinarne solo una parte alla fascia altissima, la restante a una produzione di un livello leggermente inferiore.
D. Cosa pensa dei disciplinari italiani?
R. In Italia ragioni storiche e culturali inducono a dettare disciplinari molto rigidi, mentre altrove essi sono più elastici. Per fare un esempio, tradizionalmente il Barolo era fatto con il Nebbiolo; un disciplinare impone il 100 per cento di Nebbiolo senza considerare che, a seguito di un’annata sfavorevole, potrebbe ammettersi una certa flessibilità senza cambiare lo stile basilare del prodotto, che va salvaguardato. In effetti l’uso di un altro vitigno ha talvolta provocato un problema dal punto di vista dei controlli, laddove alcuni produttori, per cercare di garantire una qualità migliore, hanno inserito in minima parte uve non previste, scatenando polemiche. Il produttore, in realtà, tende a migliorare la qualità del prodotto e a soddisfare il consumatore, non a sorprenderne la buona fede; è l’eccesso di rigidità del disciplinare a condurre a tale distorsione. Non ritengo dovuta libertà incondizionata perché essa cambiarebbe le caratteristiche del prodotto, sì invece a quel minimo di flessibilità che ne consenta il miglioramento.
D. Riguardo al regolmento UE sull’etichettatura si è parlato di «cannibalismo» dei vini di qualità inferiori verso quelli superiori. Qual è il suo pensiero?
R. In Italia abbiamo una specie di piramide, al vertice della quale sono poste le DOCG, ossia le denominazioni di origine controllata e garantita. Sotto di esse si trovano le DOC, quindi le IGT, ossia le indicazioni geografiche tipiche, e i vini da tavola. Con la nuovissima normativa europea, non ancora entrata completamente in vigore, le IGT sono divenute IGP, ossia le indicazioni geografiche protette, equiparate in parte alle DOC in quanto facenti parte della categoria delle denominazioni di origine controllata o protetta ma con differenziazioni, soprattutto di ampiezza territoriale: in genere le IGP riguardano zone molto vaste, come la Toscana, per definizione protette e molto più vaste e pertanto, aventi disciplinari più elastici. Per questo motivo molti vanno nella direzione delle IGP che garantisce loro maggior flessibilità in ricerca e innovazione, dunque nel verso di un vino a volte diverso, se non migliore. La nuova denominazione IGP acquisterà sempre maggiore importanza per questo motivo ed entrerà in concorrenza con le DOP e con le DOC; è a mio parere una categoria importante poiché consente di innovare anche nei confronti della tradizione. Credo questo costituisca un passo avanti e non darà luogo ad alcun tipo di concorrenza, anzi creerà opportunità di miglioramento complessivo della categoria dei vini di qualità.
D. È quasi un millennio che la sua famiglia porta avanti la tradizione. In che modo è riuscita in tali, costanti risultati?
R. Se il prodotto porta il proprio nome maggiore è la responsabilizzazione e lo stimolo a migliorare. Per di più il nostro settore è, per definizione, caratterizzato da tempi molto lunghi e la struttura familiare è l’unica a garantire una visione di lungo periodo. Indubbiamente cerchiamo attività profittevoli e redditizie che ci consentano di investire, ma mai in un obiettivo di breve periodo; strutture societarie, quali le società quotate in borsa, sono obbligate, anche condannate a produrre risultati di breve periodo rispondendo agli analisti con i risultati del quadrimestre e alle conseguenze sul mercato delle azioni che obbligano inevitabilmente a compromessi. La visione di breve periodo è in contrasto con la natura stessa del nostro business: si pianta un vigneto oggi, i primi risultati si avranno in un decennio. La pazienza è basilare ed è un valore che si trasmette da generazione a generazione, con l’accettazione dell’alea della natura - un tempo sfavorevole, una grandinata che distrugge una produzione, una gelata primaverile che compromette parte della produzione - e delle azioni da intraprendere in tali casi, ad esempio la riduzione del 50 per cento di una produzione nel caso in cui il vino non sia buono; nel prendere delle scorciatoie senza rinunciare a un’annata, il compromesso finisce per compromettere e si perde in qualità. I tempi della natura vanno rispettati.
D. Come si compone la società?
R. Le mie figlie Albiera, Allegra e Alessia fanno parte, con me, del Gruppo, in una struttura familiare piuttosto semplice. Ho ereditato la mia azienda da mio padre come anche lui fece dal proprio.
D. Una storia ultracentenaria che comincia dalla seta e arriva sin qui: come?
R. Siamo partiti nel 1200 con la seta, i miei antenati erano di origine campagnola; poi, inurbati nella città di Firenze, sono diventati come tanti altri fiorentini dell’epoca produttori e commercianti di tessili e sete. Un’origine mercantile che si è tradotta in un passaggio, comune alle famiglie dell’epoca come i Medici e gli Strozzi, al settore bancario con il successo che portò Firenze ad essere il centro finanziario del mondo. Erano i banchieri fiorentini a fissare il prezzo dell’oro e i tassi di interesse internazionali con il fiorino. Altre vicende ne cambiarono il corso e le famiglie fiorentine si concentrarono nel settore agricolo. Per noi da quel momento si sviluppò la produzione vinicola; era il 1300 e solo intorno al 1500 essa divenne l’attività principale.
D. In che modo «coltivate» la cultura?
R. L’Accademia Antinori raccoglie e tutela le rappresentazioni artistiche legate alla campagna toscana in un lavoro di ricerca e studio che ha portato al restauro di opere d’arte, alla pubblicazione di cataloghi e libri, alla realizzazione di eventi e mostre; stiamo inoltre creando, annesso alla nuova cantina di Bargino, un nuovo museo, pronto a fine 2011.
D. Progetti per il futuro?
R. Abbiamo altre iniziative vinicole in Toscana, una vicino a Castiglion della Pescaia, dove una nuova cantina sarà pronta per la prossima vendemmia; l’altra a Sovana, vicino Pitigliano, in una zona vulcanica molto promettente.
D. Può, tra i tanti, fare il nome di un prodotto Antinori?
R. Oltre al pluripremiato Solaia, ho nel cuore - ma non è una novità - il Tignanello, un vino nato nel ‘71 quando da poco avevo preso la responsabilità dell’azienda e che ha rappresentato simbolicamente un giro di boa, tanto per la nostra azienda quanto per la viticoltura toscana e italiana, perché la sua vendemmia ha coinciso con l’inizio di quello che io chiamo il Rinascimento del vino italiano, dopo secoli di oscurantismo: un momento, 40 anni fa, in cui è iniziato il rinnovamento dei vini italiani da un punto di vista qualitativo. Nel 2004 abbiamo celebrato i 30 anni dall’uscita della prima bottiglia; ne ho appena bevuta una dell’81 ed era in ottime condizioni. Dopo 29 anni, era sempre giovane.

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