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FILIPPO BERSELLI: LA NUOVA, ANZI LA VECCHIA, AMICIZIA ITALIA-USA

Sottosegretario alla Difesa con la delega agli Armamenti, l’on. Filippo Berselli è protagonista, in questi mesi, di una serie di incontri con i rappresentanti del suo settore sia dei Paesi dell’Unione europea sia degli Stati Uniti. Tra gli argomenti principali il ruolo dell’industria della difesa italiana nei grandi programmi in elaborazione a livello internazionale per la costruzione di nuovi sistemi d’arma, in particolare aerei. Un tema importantissimo per l’economia italiana in generale, in relazione alle commesse derivanti alle aziende nazionali, all’occupazione, al riconoscimento dell’altissima qualità dei nostri prodotti. Ma di rilevante interesse anche e soprattutto nell’attuale situazione internazionale, che ha visto l’Italia confermare la propria solidarietà e il proprio appoggio agli Stati Uniti nel compito di assicurare, nelle aree di crisi, il ristabilimento della pace, il ritorno alla normalità e lo sviluppo economico e sociale delle popolazioni interessate. In questa intervista il sottosegretario Berselli illustra le iniziative e gli obiettivi del Governo italiano.

Domanda. A che punto sono i rapporti di collaborazione con gli Stati Uniti?
Risposta. Al di là dei risultati concreti che l’industria italiana potrà conseguire, il recente incontro di Washington ha rappresentato un passaggio molto importante nel campo delle relazioni tra l’industria italiana e quella statunitense. L’industria italiana è impegnata in programmi di grande rilievo, ad esempio nella realizzazione dell’aereo C27J e del JSF. Essa già partecipa attivamente ai programmi della Boeing, ma ora si tratta di chiarire se questo avverrà anche per la realizzazione del nuovo aereo annunciato dalla società americana.
D. In che cosa è consistito e quali i risultati dell’incontro?
R. Era la prima volta che i rappresentanti di tre Ministeri - Attività produttive, Affari esteri e Difesa -, si muovevano insieme per sostenere l’industria italiana. A Washington erano presenti infatti, per il primo, il ministro Antonio Marzano e il sottosegretario Mario Valducci; per il secondo il sottosegretario Mario Baccini; per la Difesa ero presente io su delega del ministro Antonio Martino. Inoltre il capo di Stato Maggiore della Difesa - direttore nazionale degli Armamenti -, il segretario generale e un foltissimo numero di industrie, non soltanto quelle grandi come la Finmeccanica e le aziende collegate, ma anche piccole e medie imprese. In occasione di tale incontro, abbiamo messo in evidenza come l’industria italiana si attenda, da parte degli Stati Uniti, un atteggiamento di maggiore considerazione rispetto a quanto non sia avvenuto in passato.
D. In che cosa dovrebbe tradursi, in pratica, una maggiore considerazione?
R. Mi riferisco alla precedenza che noi ci aspettiamo nell’acquisto da parte americana di aerei come il C27J; o di elicotteri dell’Agusta-Westland, che sono prodotti eccellenti e che sappiamo interessino addirittura la Presidenza degli Stati Uniti. Mi riferisco più in generale alla possibilità per le nostre industrie, che hanno già costituito in passato delle joint venture con società americane, di crearne altre, all’insegna della massima collaborazione tra i due Paesi. Nel mio intervento nell’incontro di Washington ho ricordato come in Europa di volta in volta siamo stati accusati, senza alcun fondamento, di filo-americanismo e quindi di antieuropeismo, o di anti-americanismo. Siamo stati accusati di antieuropeismo per non aver aderito al programma per la realizzazione dell’aereo A400M, per aver acquistato dai costruttori Usa il C-130J e per l’interesse dimostrato per il JSF e il Tanker. Come se il tasso di europeismo si misurasse sull’adesione a questo o a quel programma di cooperazione industriale. Quelle scelte sono state da noi fatte non in chiave antieuropea, ma in considerazione degli interessi strategici delle nostre Forze Armate, e con enormi sforzi di bilancio. Come può essere definito antieuropeo un Paese come l’Italia, che è tra i soci fondatori dell’Unione europea? O come può essere accusato di anti-americanismo un Paese legato da un’amicizia storica agli Stati Uniti?
D. L’Italia continuerà a partecipare a programmi sia europei sia americani?
R. L’industria italiana è caratterizzata da eccellenza qualitativa; nello scenario mondiale non è una grande industria, ma partecipa a programmi sia europei sia transatlantici, e questo deve continuare a farlo perché noi abbiamo la necessità di operare a 360 gradi, di approfittare di tutte le occasioni di cooperazione industriale che si presentano, che provengano sia dagli Stati Uniti sia dall’Unione europea. Cogliamo le opportunità che ci vengono proposte di volta in volta. La cooperazione con gli Stati Uniti è una scelta naturale. È però essenziale che questa nostra posizione riceva sostegno dagli Usa, e questo può avvenire in vari modi.
D. In quali modi, in particolare?
R. Innanzitutto con l’acquisto di prodotti italiani competitivi, quali l’aereo da trasporto tattico C27J prodotto dall’Alenia e dalla Lockheed Martin; l’elicottero Agusta-Westland US-101, il cannone Oto Melara 76 SR, che verrebbe prodotto negli Usa in collaborazione con la General Dynamics OTS. Agli Stati Uniti chiediamo, inoltre, di evitare gli ingiustificati protezionismi che hanno adottato in passato e che permangono tuttora; di garantire la massima e reale concorrenza, che non sempre si è avuta; di autorizzarci ad esportare in Usa prodotti di alta tecnologia italiani contenenti parti di produzione americana; di avviare attività di ricerca congiunte; di favorire la collaborazione tra ditte americane e italiane per lo sviluppo di sistemi, sottosistemi, equipaggiamenti; di non opporsi al trasferimento effettivo delle tecnologie; infine di garantire le compensazioni industriali tra i due Paesi.
D. Quali risposte avete avuto?
R. Politicamente il nostro intervento a Washington è stato molto importante. Fin dall’inizio dell’iniziativa ho fatto presente, tuttavia, che non ci si doveva e poteva attendere, da quell’incontro, chissà quali risultati immediati, perché l’obiettivo era soltanto quello di avviare un discorso che necessariamente richiederà nuovi appuntamenti e ulteriori tappe; si tratta, infatti, di programmi a lunga scadenza, molto onerosi. Quindi il nostro compito era quello di avviare un rapporto su binari che non erano quelli abituali degli Stati Uniti, che sono stati sempre molto restii nell’accettare accordi di cooperazione industriale comportanti il trasferimento delle loro tecnologie. Noi riteniamo, invece, che il trasferimento delle tecnologie debba rappresentare un elemento di fondamentale importanza.
D. Sull’atteggiamento Usa può influire la posizione assunta dal Governo italiano nelle recenti crisi internazionali?
R. Prima ancora di andare a Washington ho fatto presente che l’incontro si inquadrava in un momento in cui le relazioni tra i due Governi sono buone, quindi in una fase particolarmente positiva dei rapporti fra l’Italia e gli Stati Uniti. E ho messo in evidenza come questa straordinaria situazione non possa non avere favorevoli conseguenze, anche in campo industriale, tra i due Paesi. Questo è assolutamente vero, e il Governo americano non può non tenerne conto.
D. C’è un rapporto con l’invio del contingente italiano in Iraq?
R. Il Governo italiano ha inviato il contingente in quel Paese non per ottenere vantaggi nella contrattazione industriale. L’ha fatto perché, essendo alleati leali, ha ritenuto di sostenere, con un’iniziativa umanitaria, gli Stati Uniti nell’azione diretta a garantire all’Iraq un futuro di pace e di sviluppo: non certo per stabilire rapporti privilegiati in campo industriale. È ovvio che, avendo rapporti straordinariamente positivi con gli Stati Uniti messi ancora più in evidenza dal disimpegno spagnolo, tutto ciò può favorire, e non certo danneggiare, le relazioni industriali tra l’Italia e gli Stati Uniti. È una conseguenza abbastanza naturale, anche per il fatto che quelle italiane sono industrie di eccellenza.
D. Il merito di nuove collaborazioni è principalmente delle industrie italiane?
R. Noi non andiamo a proporre accordi industriali con aziende fuori mercato o non concorrenziali. Certamente le nostre industrie non hanno le dimensioni di altre europee o transatlantiche; non possono confrontarsi con la Boeing o con Lockheed Martin, però è altrettanto vero che sono di altissima qualità e questo viene riconosciuto a livello internazionale; quindi logicamente esse si aspettano una particolare attenzione. E il Governo italiano, a sua volta, si attende una particolare attenzione dal Governo e dall’industria americana. Se così non fosse, non si spiegherebbe come mai i rappresentanti di ben tre Ministeri si siano mossi per andare a Washington.
D. Quali sono i rapporti e le iniziative in atto con i Paesi dell’Unione Europea?
R. All’incontro che abbiamo avuto recentemente a Singapore con i rappresentanti dei Paesi di quell’area geografica hanno partecipato ben quattro viceministri europei delegati dai rispettivi Governi al settore degli armamenti; il risultato è stato non solo positivo, ma molto significativo perché per la prima volta quattro grandi Paesi europei, dotati di altrettante importanti industrie a livello continentale, si sono mossi insieme per sostenere un prodotto europeo, in particolare l’aereo Efa. L’incontro è stato il risultato di una mia personale iniziativa.
D. Qual è stata la sua proposta?
R. La partecipazione agli incontri di tutti i rappresentanti dei Governi interessati. Ritengo infatti che, se vogliamo sostenere le esportazioni, dobbiamo affidare ogni mercato geografico non al rappresentante di un solo Paese, ma anche agli altri. L’intervento di tutti accresce la credibilità dell’offerta, che aumenta se è sostenuta da tutti i Governi. I nostri partners hanno compreso l’importanza della mia proposta, e la prova generale è avvenuta a Singapore, dove la simultanea presenza di quattro Governi ha suscitato una notevole impressione in quei governanti. Un giornale locale ha pubblicato una fotografia dei quattro, e debbo dire che si è raggiunto anche un buon risultato di immagine.
D. A che punto è la dismissione del patrimonio immobiliare della Difesa?
R. Possediamo tanti immobili, ma ci troviamo in questa situazione: a causa della prevista abolizione della leva obbligatoria, nel settore si è verificata di fatto una specie di rivoluzione. In alcune regioni d’Italia verremo a possedere un numero esuberante di alloggi, in altre pochi. Nel Nord-Est del Paese, ad esempio, non avremo più il problema della carenza, ma in altre zone la situazione è diversa. È chiaro che dove gli alloggi scarseggiano dovremo, compatibilmente con i limiti di bilancio, finanziarne la costruzione di nuovi. È difficile convertire le caserme.
D. Come sono impiegati i proventi delle dismissioni di beni?
R. Non vanno al Ministero della Difesa ma a quello dell’Economia; dovremo pertanto ottenerne la restituzione, ma il meccanismo non è automatico. Però è chiaro che la disponibilità di alloggi costituisce un problema centrale. La recente legge che ne ha favorito l’acquisto da parte dei militari ha assicurato la tranquillità a chi ha avuto la possibilità di comprarli. In vista dell’abolizione della leva obbligatoria, gli investimenti nella Difesa dovrebbero essere indirizzati in gran parte all’acquisto di alloggi, un’operazione doverosa, diretta a favorire l’arruolamento nelle Forze Armate.
D. La disponibilità o meno di alloggi favorirà l’arruolamento di volontari?
R. Ho sempre sottolineato l’aspetto della cosiddetta qualità della vita. Investire in alloggi significa non solo eliminare una preoccupazione per i militari, e già questo sarebbe uno scopo più che sufficiente; ma anche favorire l’arruolamento volontario dei giovani perché, se essi sanno che svolgendo per un certo periodo attività militare hanno la certezza di un alloggio in grado di ospitare loro e le loro famiglie, se ne avvantaggerebbe moltissimo l’arruolamento. Quindi da un lato faremmo stare meglio i militari, dall’altro con questa prospettiva favoriremmo l’arruolamento volontario.
D. Allora non è necessario vendere?
R. Se non affrontiamo e non risolviamo il problema, l’abolizione della leva obbligatoria desterà preoccupazioni non facilmente superabili. Quando la riforma sarà stata completamente attuata, tra Esercito, Marina e Aeronautica ammonteranno a 190 mila i militari in servizio; rispetto ad oggi diminuiranno il numero e le esigenze. Esistono strutture che non servono più, che già non sono utilizzate a prescindere dalla riforma; che cosa possiamo farne? Dobbiamo venderle. Le dismissioni procedono, pur tra notevoli difficoltà perché vendere caserme non è come vendere appartamenti, occorre seguire procedure diverse. Cerchiamo di favorire, incentivare, accelerare questo processo, perché mantenere immobili che non servono non comporta solo immobilizzazioni di capitali ma anche spese, dovendo provvedere alla loro manutenzione e alla sorveglianza, affinché non costituiscano un pericolo.
D. Come sta affrontando il Ministero il pericolo di attentati?
R. Stiamo facendo il massimo possibile, ma certo non possiamo prevedere tempi, modalità e luoghi di un eventuale attacco. Abbiamo individuato un certo numero di siti «sensibili» che presidiamo, ma ve ne sono migliaia; pensiamo a quanti ve ne sono solo a Roma. Dobbiamo sperare che i terroristi non programmi attentati in Italia, ma dobbiamo soprattutto contare su Servizi molto efficienti, in grado di prevederli, di anticiparli, di stabilire da dove potrebbero partire, comunque nella consapevolezza che si può ridurre il rischio ma non eliminarlo. Abbiamo Servizi efficienti, ma quando un attacco terroristico viene sferrato è difficile evitarlo. Il presidente del Consiglio ha invitato i cittadini a collaborare, se essi segnalano a Polizia o Carabinieri qualsiasi aspetto anormale che vedono, possono contribuire a sventare attacchi. Il cittadino non deve chiudersi in casa, deve invece aiutare a ridurre al minimo il rischio.

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