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Corsera Story. Paradossi, equivoci, errori, inesattezze dei giornalisti di oggi

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L'opinione del Corrierista

Forse sarà sempre stato così, ma è anche vero che, per quel che io ricordo, nel Corriere della Sera dagli anni 50 in poi, ossia quando vi ho lavorato, questo non succedeva. Questo che cosa? L’inattendibilità della stampa dovuta al ripetersi in ogni giornale di una serie di paradossi alla lunga squalificanti, che generano sfiducia nei lettori, certamente in quelli più acculturati, che sono i più. Buona parte dell’odierna inattendibilità della stampa, e ancor più della televisione, è dovuta certamente all’appartenenza dell’editore e dei giornalisti a partiti politici, o quanto meno alle loro simpatie politiche, spesso finalizzate ai propri interessi di carriera o di guadagno.
Molto spesso le testate, le società, gli stabilimenti, le redazioni sono di proprietà di organizzazioni politiche, per cui dai loro giornali è vano attendersi obiettività, rigore e precisione. Ma questo non esclude che i giornalisti alle loro dipendenze debbano essere colti, preparati, comunque a conoscenza delle regole della lingua italiana. Purtroppo non è così, e una delle principali cause è stata la surrettizia e strisciante riforma delle modalità di accesso alla professione giornalistica.
Se un tempo si diventava giornalisti solo dopo aver ottenuto un contratto di praticante da un editore e dopo aver svolto un tirocinio di ben 18 mesi in una vera redazione imparando tutti i modi di svolgere questa attività ovviamente nel rispetto della deontologia professionale, successivamente, con la creazione di scuole e corsi di giornalismo, si è inserita una scorciatoia grazie alla quale si può diventare giornalista professionista superando, è vero, un esame, ma senza avere un contratto di lavoro, senza tanta cultura e soprattutto senza un’esperienza professionale.
Come se, per diventare medico, bastasse frequentare un corsetto solitamente organizzato dagli stessi Ordini dei medici, da un’Università, ma anche da non qualificati gruppi o da singoli privati, senza l’obbligo di frequentare  ospedali, corsie, camere operatorie, obitori. Quotidianamente si trovano nei giornali esempi di tale superficialità e pressappochismo non sempre sincero, spontaneo, disinteressato.
Per dimostrare che è proprio così basta leggere appunto i giornali o ascoltare conduttori e conduttrici di programmi televisivi. Un argomento che si ripete sempre è, ad esempio, l’abusivismo edilizio, pratica illegale ma sulla quale si scatenano giornalisti pseudo ambientalisti, ufficialmente a favore della giustizia e nell’interesse della collettività, mentre si tace che dietro di loro sono schierati i grandi costruttori edilizi che vedono sfuggire lentamente dalle loro mani, e dai loro portafogli, centinaia di migliaia di metri cubi da costruire, in quanto realizzati da singole persone, famiglie, piccole imprese.
E questo perché in più di un caso gli editori di questi giornali anti-abusivi possiedono anche le azioni di grandi imprese di costruzione. Per cui i loro dipendenti giornalisti sono capaci anche di inventare argomenti e slogan ad effetto, ad esempio il «consumo dei suoli», come se l’Italia fosse l’isoletta di Ponza o Ventotene. Ma hanno mai viaggiato in aereo per rendersi conto che, a parte l’illegittimità degli abusi edilizi, il terreno verde, agricolo, vincolato, in Italia è sconfinato?
Un altro argomento su cui questi attuali giornalisti sono preparatissimi è costituito dall’attacco forsennato contro le botticelle romane per difendere quelle «povere bestie» che sono i cavalli da maltrattamenti, crudeltà,vessazioni dei loro proprietari, i vetturini romaneschi. Oltre a mobilitare, all’interno dei vari giornali, qualche giornalista in difficoltà quindi speranzoso di essere chiamato in un’altra testata, sono state fatte costituire appositamente associazioni animaliste, cioè pattuglie anti-botticelle con lo scopo di difendere i cavalli ma di offendere e provocare i loro proprietari, accusati perfino di non dare acqua sotto il solleone ai loro fedelissimi collaboratori.
C’è da rabbrividire a pensare con quale malafede vengono combattute queste battaglie apparentemente a fin di bene. Sono state pubblicate, dai giornali interessati, anche peregrine proposte di proibire le botticelle e sostituirle con automobiline elettriche per trasportare i turisti. A parte il fatto che, se le loro denunce fossero fondate, occorrerebbe abolire tutte le gare ippiche, del trotto e del galoppo, ma anche le scuole di equitazione e i carabinieri e i corazzieri del Quirinale a cavallo. Nessuno di tali paladini però ha compiuto un’inchiesta per appurare che l’offensiva anti-botticelliana aveva ed ha tuttora lo scopo di eliminare i cavalli e di liberare le stalle di cui i vetturini usufruiscono, consentendo di compiere grandi operazioni immobiliari dal momento che quelle stalle sono nel Centro storico di Roma, e che editori di giornali sono anche costruttori non di case ma di interi quartieri.
Quanto sopra per quel che riguarda paradossi ed equivoci. Per quello che concerne errori ed inesattezze dei giornalisti di oggi si potrebbe scrivere non un libro ma una collana sul linguaggio usato da chi non conosce un termine né i suoi sinonimi. Da anni viene usato come «jolly» il termine «approccio» e conseguentemente il verbo «approcciare»; oggi non c’è una frase che non contenga il termine «percorso»: un corso di studi diventa un percorso; rendere omaggio diventa omaggiare; finire o concludere diventa finalizzare e conclusione diventa l’orribile «finalizzazione»; revisionare diventa rivisitare, individuare si trasforma in identificare e diffondere in veicolare.
In tv si sentono anche «stabilizzarsi» anziché «stabilirsi», ristrutturare invece di ricostruire. È degli ultimi mesi la formula «Il presidente Enel» anziché dell’Enel e simili. Un inquinamento della lingua italiana dovuto ad assonanza o piuttosto ad ignoranza, Nei giorni scorsi «la ministra» dell’Istruzione ha invitato gli insegnanti a non dare, per le vacanze natalizie, compiti agli alunni, e gli alunni a leggere un libro. Consiglio, anzi ordine, che andrebbe girato a politici e soprattutto a conduttori e conduttrici tv. C’è l’esempio degli economisti: nonostante i tanti libri di Economia politica, Politica economica, Scienza delle finanze, Storia e Politica monetaria ecc., non indovinano una ricetta per uscire dalla crisi. Così i costituzionalisti: chi suggerisce di imitare un Paese, chi un altro. Nessuno pensa a riproporre la Costituzione italiana del 1948 che ci ha evitato nuove dittature, ha creato benessere per oltre 60 anni e c’è stata invidiata.
        Victor Ciuffa

Tags: Gennaio 2014 Victor Ciuffa Corriere della Sera Corrierista giornalisti

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