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Corsera Story. La Grande Bellezza? Sì, ma che c’entra la Dolce Vita?

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L'opinione del Corrierista

Il film «La grande bellezza» del regista Paolo Sorrentino avrà avuto tutti i requisiti per meritare il maggior premio cinematografico americano per un film straniero prodotto nel 2013, ossia l’Oscar; ma parlare, come si sta facendo, di una prosecuzione della Dolce Vita non è affatto il caso. Perché ogni paragone, ogni accostamento, sono non solo gratuiti ma del tutto errati. Non soltanto «La Dolce Vita» intesa come film di Federico Fellini ed Ennio Flaiano, ma anche come fenomeno di costume, come periodo storico esistito a Roma e vissuto o quanto meno conosciuto dai romani. Con l’ambiente della Dolce Vita, poi, quello della Grande Bellezza non è affatto paragonabile. La Dolce Vita è stata la Dolce Vita, la Grande Bellezza è la Grande Bellezza. Chi tenta, o vuole, o è convinto di poter accostare i due film, i due periodi storici distanti quasi 60 anni, i due ambienti, cioè quello di ieri ormai quasi inesistente e quello di oggi, o sbaglia clamorosamente dimostrando quanto meno che non conosce e non sa nulla della vera Dolce Vita, o è consapevolmente in malafede. Perché la tentazione di sfruttare l’enorme successo del film di Fellini e dell’ambiente della Roma postbellica per pubblicizzare un film di oggi può essere, ovviamente, grande. Quello di Sorrentino magari sarà, anzi probabilmente è il migliore di tutti i film prodotti l’anno scorso fuori degli Stati Uniti e candidati all’Oscar, ma non ha nulla a che vedere né con il mondo di Fellini, né soprattutto, con Via Veneto, con la cafè society, la jet society, le magioni principesche, i ristoranti alla moda, i night club più chic, le terrazze romane fiorite e profumate dell’epoca. Prima di tutto perché l’ambiente umano romano, anzi italiano, era completamente diverso, non solo fisicamente ed esteticamente ma soprattutto culturalmente e spiritualmente. Saranno state molto meno diffuse le lauree, ma sicuramente erano diffuse più cultura, più saggezza, più sapere umanistico rispetto ad oggi. Le maestrine dalla penna rossa erano molto più colte delle laureate «magistrali» in leggins o minigonna di oggi. Tutti erano più motivati nel lavoro, nello studio e nella carriera. Si era appena all’inizio di quella lunga deriva morale che, alimentata sempre più dal diffondersi di sostanze nocive, ha finito per indurre perfino ragazze di 13 o 14 anni a prostituirsi con anziani per procurarsi oggetti griffati. All’epoca i politici fungevano da occhiuti guardiani della morale. C’erano anche gli scandali, ma in ambienti ristrettissimi e gli autori venivano travolti, se scoperti, da un enorme clamore. Così avvenne per il caso Montesi scoppiato nel 1953 nell’esclusivissimo Circolo della Caccia dedicato a Sant’Uberto, protettore dei cacciatori, con sede a Capocotta. C’erano i rigori della legge, ovvero il carcere per i consumatori anche di minime quantità di stupefacenti, e il primo scandalo in materia che portò in galera principi, duchi, marchesi e divi del cinema, avvenne, a ridosso di Via Veneto nel 1956, due anni prima che a Fellini balenasse l’idea del suo fantasioso film. La vera Dolce Vita era cominciata lentamente proprio in quell’anno e scoppiò nel 1958, avendo come epicentro Via Veneto e protagonisti in prevalenza play boy internazionali, affermati attori, celebrate e disinvolte vamp hollywoodiane. E via via soppiantò lo stravagante ma modesto fenomeno dell’esistenzialismo alla romana, imitazione casereccia di quello autentico imperante a Parigi teorizzato in filosofia da Jean Paul Sartre, interpretato in musica da Juliette Greco, descritto in letteratura da Françoise Sagan, autrice del libro «Bonjour tristesse» che vendé un milione di copie. E pensiamo alle moltitudini di turisti provenienti da ogni parte d’Italia e del mondo che invasero Via Veneto nei mesi e negli anni successivi all’uscita del film di Fellini, per assistere agli immaginari scandali della Roma-bene detta anche Roma-male, e la Fontana di Trevi per localizzare il peccaminoso bagno della giunonica Anita Ekberg. Un film, quello di Fellini, fatto di azione, movimento, sorprese, fantasia, susseguirsi di ambienti, corse, inseguimenti, miracoli e fattacci. Un film, La Grande Bellezza, lento, quasi da indurre lo spettatore a rinunciarvi. Ma l’Oscar? Possibile che gli americani l’abbiano sopravvalutato? Oggi non siamo più in quel mondo ingenuo di 60 anni fa, popolato dalle eroine di Grand Hotel per sartine, dalla «realtà romanzesca» dei racconti di Pitigrilli sulla Domenica del Corriere. Oggi anche i più ingenui sanno che i premi ai migliori libri, alle migliori canzoni, ai migliori vini, ai migliori film vengono assegnati in base ad accordi tra pochi editori, case musicali, cantine, case cinematografiche. Accordi che prevedono un premio «una volta a me, un’altra a te, una terza a lui», anche a prescindere dal valore dell’opera. Ricordo quando andavo, alle 6 del mattino, all’ippodromo romano di Villa Glori per aiutare un mio zio e i suoi stallieri a sgambare, ossia ad allenare i cavalli della sua scuderia di trotto. Ogni giorno di gara si distribuivano decine di premi ai vincitori delle varie corse che si svolgevano. A settimana conclusa, le migliori scuderie avevano riempito il carniere di premi, in denaro; altre non avevano incassato nulla. Come avrebbero pagato avena e fieno per cavalli, compensi per fantini, salari per stallieri ecc.? M’accorsi che ad ogni fine settimana anche cavalli e scuderie meno famose avevano vinto qualche corsa e potevano campare. A volte però vedevo qualche driver in corsa frustare ingiustamente non il proprio, ma il cavallo di un rivale. Innervosito, quel cavallo «rompeva», cioè passava dal trotto al galoppo, e il giudice di gara dall’altoparlante lo dichiarava squalificato. Altre volte vedevo un sulky in corsa accostarsi troppo a un altro, fino ad urtare con la propria ruota destra quella sinistra, o viceversa, del rivale, il cui cavallo «rompeva» e l’altoparlante lo squalificava e faceva uscire dalla pista. Capii come funzionava il mondo, o almeno certi mondi. Nessun paragone con il cinema. Ma l’ultimo Oscar era stato vinto dal cinema italiano una quindicina di anni fa. In questo lungo periodo quanti film americani erano stati proiettati in Italia? La Grande Bellezza ha vinto l’Oscar per il suo valore intrinseco. Ma se fosse dipeso da me, gli avrei dato anche un secondo Oscar, per il bel titolo attribuitogli nella versione italiana.


         Victor Ciuffa

Tags: Aprile 2014 Roma Corsera story Victor Ciuffa Corriere della Sera Corrierista Dolce Vita via Veneto

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