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Corsera Story. Comincia (o finisce) dal Corriere la crisi dei giornali?

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L'opinione del Corrierista

Da quanti anni si assiste a prospettive di divisione sindacale dei giornalisti, che sono tutti riuniti in un’unica organizzazione, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana? Non ricordo il numero, ricordo solo la fondatezza alcune volte dei motivi di tale minaccia e la sua rapida scomparsa. Tale divisione non è mai avvenuta, anche se la categoria ha sempre mostrato notevole vitalità, vivacità e attività associativa e sindacale. Qual è il fattore ricompattante? Certamente l’evoluzione politica del Paese.
Quando entrai nella categoria, la sua maggioranza, i suoi leader, le sue «firme», esprimevano orientamenti conservatori, di destra; con l’arrivo del ‘68 e del Movimento studentesco la prevalenza delle idee e della leadership passò alla sinistra. Ci fu addirittura un corrispondente da Londra del Corriere della Sera, Piero Ottone, espressione del giornalismo più conservatore e retrivo, il quale, d’accordo con l’editrice miliardaria Giulia Maria Crespi, amica del leader della contestazione giovanile Mario Capanna, alimentò il complotto per licenziare il direttore Giovanni Spadolini, massimo alfiere italiano del liberalismo ottocentesco e numero uno della storiografia sul nostro Risorgimento.
Assunse la successione lo stesso Piero Ottone che abbandonò metodi, idee e abitudini stile Regent Street per fare concorrenza, da sinistra, all’Unità, organo del PCI, e addirittura a Lotta Continua, voce degli extraparlamentari di sinistra, facendo guadagnare oltre 100 mila giovani lettori al vecchio Corriere. Ma il sindacato non si spaccò, né si spaccò quando fu gambizzato Indro Montanelli, né quando fu ucciso Walter Tobagi, nonostante l’aspra contesa sorta tra PCI e PSI quando quest’ultimo fu accusato di aver tradito la sinistra e abbracciato la DC.
Non è da sottovalutare, nelle vicende sindacali dei giornalisti, il ruolo dei grandi editori, interessati ad avere dinanzi un fronte sindacale unico, anziché due, tre o quattro. Ma di fatto una spaccatura anonima era avvenuta con lo sviluppo della categoria dei giornalisti assunti dalla Rai-Tv a causa dei progressi della televisione e della riforma dell’ente, che fu un’apparente riforma ma in realtà una super lottizzazione con entrata di molti altri giornalisti, in quota ad esempio del PRI che, dapprima escluso, con Ugo La Malfa  segretario e pluri-ministro, fu uno dei maggiori artefici e beneficiari della stessa riforma.
Il risultato fu che la sinistra prevalse con la costituzione di un sindacato di fatto autonomo e separato, l’Usigrai, che condizionava tutte le scelte della FNSI. Ma i fattori di trasformazione non erano che all’inizio. Dovevano ancora svilupparsi le emittenti radiotelevisive private che immisero nel mercato migliaia di nuovi giornalisti veri o presunti; le scuole di giornalismo che attraevano gli studenti debolucci in altre scienze, scuole istituite e gestite dagli stessi rappresentanti sindacali dei giornalisti; dulcis in fundo, la rete, internet, i computer, con l’immissione di altre migliaia di unità nella categoria, addette sia al vero giornalismo sia ad attività di servizio nelle reti tv e web.
Ora siamo arrivati a quello che, parallelamente, è avvenuto nella politica. Anche tra i giornalisti si sono verificati casi di reati, appropriazioni di fondi, cattiva gestione da parte degli organismi rappresentativi. E anche questi organismi sono diventati una meta per molti, più sensibili verso le proprie fortune che verso la difesa dei colleghi, anche a costo di delegare le condizioni di lavoro e di vita dei veri giornalisti ad impiegati, consulenti, estranei.
Con l’arrivo della crisi economica si sta toccando il fondo. Migliaia di operatori del settore sono stati e saranno espulsi da aziende economicamente marginali o pseudo giornalistiche; pensiamo alle piccole agenzie di notizie, a quelle di pubblicità, agli addetti stampa proliferati abnormemente in questi ultimi anni a servizio e parallelamente ai politici. Comuni, Province, Regioni ed altri enti pubblici in Italia sono circa 10 mila, se ognuno licenzia anche un solo addetto stampa, abbiamo oltre 10 mila disoccupati in più nei comparti della grande stampa cartacea e delle principali reti radiotelevisive.
Il malessere non poteva non aumentare, il sindacato non poteva continuare a nascondere, come sempre ha fatto, le grandi contraddizioni che coltiva in seno. Politici-editori hanno alimentato le condizioni di sottomissione o addirittura di schiavitù della categoria; il degrado peggiore è avvenuto nelle emittenti televisive, lottizzate tra partiti come quelle pubbliche, o in mano non a redazioni ma a bande scatenate di avventurieri, mercenari e sicari. Ora sembra arrivato il redde rationem.
Si leggono, nei siti maggiormente interessati al destino della categoria, pesanti critiche alla bozza di contratto che Franco Siddi, Segretario nazionale della FNSI, ha concordato con gli editori: «A Roma le contestazioni al contratto sono arrivate non solo dai giornalisti non contrattualizzati, da quelli che fanno parte della Commissione contratto e dai Comitati di redazione, ma perfino dall’Associazione Stampa Romana, ossia dagli stessi dirigenti che hanno dato alla categoria il contratto ora scaduto, che hanno mandato al macero i diritti della stessa e quelli dei lettori e che hanno permesso agli editori di sbarazzarsi di quasi 700 giornalisti, con i risultati che vediamo anche nei conti dell’Inpgi», ossia delle pensioni future. E la conclusione: «Se questa dirigenza sindacale non è in grado di garantire la tutela dei diritti dei suoi rappresentati, è meglio che passi il testimone».
Questo, come al solito, non avverrà, ma la stessa prudenza devono avere i vertici ad esempio del RCS Media Group, proprietario del Corriere della Sera: in un momento in cui, in campo politico e altrove, sembra che tutto cambi o debba cambiare, non è consigliabile cambiare anche la direzione del maggiore giornale italiano, che tutto sommato soddisfa la massa dei suoi lettori. Al massimo vanno ridimensionati o evitati presunti rimedi per salvare il giornale. Come l’eccessivo frazionamento delle cronache politiche; l’attribuzione ad ogni singolo redattore della competenza su un singolo personaggio politico; una cronaca con dettagli che rasentano il pettegolezzo, la diceria, il lavatoio pubblico; la dedica di intere pagine, per oltre metà coperte di foto, ad un solo peregrino argomento ecc. Più serietà e austerità migliorano sia i bilanci finanziari, sia gli articoli e la credibilità.  


         Victor Ciuffa

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