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Corsera Story. Un cronista? Due uova all’iphone e una banana

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L’opinione del Corrierista

Era una valida, irripetibile, velocissima categoria di giornalisti quella che, con il rapido sviluppo delle tecnologie telematiche e informatiche, sembrava in procinto di scomparire, stranamente oggi questa categoria invece - quella dei cronisti - sembra dare segni di vita.
Cercando di continuare a guardare tutto ciò che avviene intorno a noi, con l’occhio, appunto, del cronista incallito, qualche settimana fa sono stato invitato a cena in casa di amici, gente altolocata intellettualmente e culturalmente. Sapevo già che gli inservienti immigrati dai Paesi del Terzo mondo, occupati in bar, ristoranti, pizzerie ed altri esercizi gastronomici, e non solo loro, lavorano ormai quasi esclusivamente stringendo, quanto meno, un iphone, o un cellulare o un altro apparecchio. Che ci debbono fare? Trasmettere notizie? Forse anche questo.
Ma quella sera, a me, cronista pressoché a vita, di tutto, di «Bianca», di «Nera», di Spettacolo e di altro, quel pranzo ha insegnato più di quanto avevo appreso in precedenza in campo gastro-alimentare; quel pranzo mi ha insegnato che si può anche cucinare, impartire e ricevere lezioni, perfino di gastronomia.
Indistintamente tutti i giornalisti, a qualunque settore si applichino, dovrebbero rallegrarsi e collaborare per questa ricomparsa sulla scena dei giornalisti, o meglio della mitica figura del cronista, invece sembra che questo non avvenga. Forse è uno dei risultati negativi della televisione o meglio del modo con cui viene rappresentato il cronista e in generale il giornalista dalle televisioni; comunque è un fatto che la figura di questi professionisti sta riapparendo rapidamente, ed è importante che questo avvenga.
La prima nozione che appresi fu quella relativa all’esistenza, quanto meno, del guardaroba elettronico, anzi meglio «on line», un sistema per individuare immediatamente dove, nella confusione, finiscono capi di vestiario, cappotti, borse, ombrelli, bastoni, pacchi; figuriamoci pellicce. A Roma solo in alcuni ristoranti funziona oggi un sistema elettronico di memorizzazione degli ordini degli avventori e, ovviamente, dell’«Addition», il conto detto alla francese.
Nell’attesa del pranzo quella sera mi resi conto anche dell’esistenza in autorevoli magioni della più facoltosa società romana, di apparati elettromeccanici che assicurano al cliente la massima sicurezza; insomma un servizio completo di comunicazione di alta qualità. Credo che smisi di pensare ai bucatini all’amatriciana teleguidati, al plotone di camerieri e di guardarobiere abilmente manovranti il web tramite l’iphone; strumento che oggi aiuta persino a stabilire i quantitativi di cibo da cucinare ed altro.
Alle decine di giornalisti e quindi di cronisti, che frequentavano le redazioni dei giornali intorno a Piazza San Silvestro a Roma, dove ogni giornale di provincia aveva una redazione propria, si affiancavano le centinaia di redazioni dei grandi giornali come il Tempo, il Messaggero, il Momento-sera, il Secolo d’Italia, il Giornale d’Italia, che erano giornali romani; e ai quali si univano anche le loro edizioni straordinarie.
Frequentato da tutte le «firme» dell’epoca - tra le ultime quelle di Corrado Alvaro, di Vincenzo Cardarelli e di tanti altri nomi illustri del giornalismo, della letteratura, della poesia, negli anni Cinquanta il vecchio Caffè Aragno fu ribattezzato Alemagna dal nuovo gestore che era il fabbricante degli squisiti Panettoni Motta; il quale volle ispirare l’arredamento allo stile dei templi assiro-babilonese, con prevalenza di oro e verde smeraldo. Ma questo influì poco su abitudini, costumi e gusti dei romani che frequentavano il Centro Storico e in particolare Palazzo Marignoli, che era anche sede del prestigioso Circolo della Stampa; questo vi determinava una maggiore affluenza di giornalisti, cronisti e loro ospiti; nel Circolo, oltre a dettare le corrispondenze ai giornali di tutto il mondo, si giocava anche a carte. Il mio giornale, cioè il Corriere della Sera, aveva una sede di proprietà, in Via della Mercede 27.
Il mio capo-cronista di Momento sera Mario Bernardini, qualche settimana dopo la mia assunzione, mi incaricò di scrivere il primo articolo sul cosiddetto «Quadrilatero di scorrimento», decisione presa dal Comune per alleggerire il traffico già allora caotico. Ho trascorso tanti anni in quel solenne e invidiato grande recinto, tuttora esistente, detto anche il «Quadrilatero della Stampa»: Via del Tritone,Via dei Due Macelli, Via del Corso, Largo Chigi, Piazza San Claudio.
Io ero entrato nel settimanale satirico «Cantachiaro», pubblicato nell’immediato dopoguerra e per qualche anno diretto dallo scrittore e umorista Vincenzino Talarico. Solo dopo oltre un anno l’editore Realino Carboni mi versò, e all’insaputa dei colleghi, stipendi di 30 mila lire mensili. Non si doveva far conoscere l’importo per non suscitare le gelosia del Filippino, cioè del giovane giornalista Ferruccio Ferrari Pocoleri, che da 7 o 8 anni compiva tre volte al giorno il giro degli ospedali a caccia di fatti di «nera», ed aveva realizzato anche clamorosissimi scoop, come il caso Sotgiu.
Un giorno l’editore Carboni e il direttore Marco Franzetti ristrutturarono il Gruppo, io fui promosso capocronista e nominato anche caporedattore della Terza Pagina, dove sostituii Enzo Nasso. Dal 2 gennaio 1946 il mio stipendio salì a 50 mila lire, sempre sotto l’occhiuto controllo di Onorato Carboni, fratello dell’editore e direttore finanziario del Gruppo e che Arnaldo Geraldini, ex direttore del Momento-sera, scherzosamente chiamava l’unico Onorato della famiglia; compenso esiguo rispetto alle 14-16 ore di lavoro giornaliere. Nella sede del Momento-sera situata all’inizio della cosiddetta Galleria del Tritone o dei Due Macelli che univa le due strade, c’era un baretto che frequentavo all’ora del pranzo.
Vedendo un giovane magrissimo, sempre indaffarato e con poche lire in tasca - consumavo solo cappuccini offerti dai colleghi molto più grandi - provvedeva il bravo gestore cuocendomi e offrendomi per pranzo due uova al tegamino e una banana. Era la mia colazione. Il successivo spuntino della giornata mi veniva offerto dal gestore del night «Sherazade» di Via Monte Brianzo dove quasi tutte le sere trovavo anche il collega Giulio Isidoro Citti, appartenente ad una ricca famiglia toscana produttrice di ottimo olio di oliva. Citti aveva lavorato prima a Momento-Sera, poi al Tempo.

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