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Corsera Story. Via Solferino rivede qualche peccato (veniale)

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L’opinione del Corrierista

Sono trascorsi vari mesi dal cambiamento del direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli. Scorrono veloci le settimane con il nuovo, Luciano Fontana, ma certamente è ancora presto per esprimere un giudizio e in particolare per confrontare il Corriere di prima con quello di dopo il cambiamento. Occorre infatti ben più tempo per manifestare anche una sola impressione comparativa tra il «vecchio» e il «nuovo corso», ammesso che già si possa. Oltre ai lunghi anni trascorsi nel Gruppo, prima di assumere la direzione una prima volta, de Bortoli aveva svolto una «gavetta corrieristica» nel Corriere d’Informazione, giornale del pomeriggio del Corriere, sotto la guida illuminata e altamente professionale del vicedirettore Gaetano Afeltra. Un maestro, Afeltra, di cui non so se il Gruppo Rcs, in questi ultimi 25 anni, tranne de Bortoli, ne abbia avuti altri come lui. Mi sembra di no.
Ma, anche se è ancora presto per uno o più giudizi sul giornalismo corrieristico del 21esimo secolo, all’occhio di giornalisti corrieristi ed ex corrieristi non possono sfuggire, se ci sono, consistenti novità, nuovi stili, tendenze, modi di fare il Corriere. E più in particolare non sfugge se i suoi giornalisti e collaboratori studiano, osservano, interpretano e rappresentano ai lettori le nuove realtà.
Ma se è vero che in quel Giornale lo stile di lavorare viene individuato e battezzato come il «Corrierismo», bastano poche settimane e pochi segnali per capire se il Corriere della Sera diretto da Luciano Fontana è lo stesso o diverso, e in che cosa e perché, da quello di de Bortoli. Un’eventuale diversità spiegherebbe anche perché questa proprietà abbia compiuto questa sostituzione nonostante le eccellenti prove di qualità e i soddisfacenti risultati nel numero dei lettori e negli utili conseguiti, grazie anche al lavoro di Fontana nella sua qualifica di vicedirettore e dello staff giornalistico di vertice. Ma il tema delle nomine di direttori di giornali e di emittenti radio-televisive andrebbe approfondito, ma richiederebbe un’intera collana di libri.
Basta ricordare il licenziamento anticipato, nel 1982, dell’illustrissimo Giovanni Spadolini. Il quale, come ebbi modo di apprendere lavorando al suo fianco durante tutta la durata della sua direzione, era prima di tutto un professore universitario e uno storico; anche se prima del Corriere aveva diretto un altro importante quotidiano, «Il resto del carlino» di Bologna. Ma per essere un vero giornalista non basta «firmare», cioè dirigere un giornale, bisogna guardare prima non alle colonne stampate, ma all’evolversi della società di riferimento. In questi primi mesi di nuova direzione, nel Corriere sta cambiando qualcosa? Certamente, sta cambiando molto, anche se la massa dei lettori non se ne accorge sempre e subito.
Finora, nei pochi mesi della direzione di Fontana, ha cominciato a rivedere alcune opinioni, impostazioni, giudizi propri su persone, su avvenimenti, Paesi, idee e teorie e filosofie, talvolta accettando quelle di propri giornalisti. Ha cambiato ad esempio la propria posizione proprio sulla vicenda della direzione di Spadolini, dedicando il primo novembre scorso un’intera pagina, firmata da uno dei suoi migliori inviati speciali, cioè Antonio Ferrari, a Giulia Maria Crespi, figlia di uno dei tre mitici fratelli che furono proprietari ed editori del Corriere fino al 1974: Mario, Aldo e Vittorio.
Ho assistito nel Corriere a quelle vicende e trepidazioni per le verità via via apprese e vissute da dentro. Ricordato il proprio fedelissimo rapporto con il Corriere che dura da oltre 40 anni, Ferrari confessa che «non può non sentire affetto per questa signora borghese che ha vissuto, dall’interno, prima ragazzina silente poi protagonista, gran parte delle tumultuose vicende», la cui verità però è spesso diversa rispetto a quella raccontata dai suoi giornali e periodici; ma in tanti anni non si trovava un giornale che la pubblicasse, forse per la solidarietà tra editori.
La verità su Spadolini e Giulia Maria è questa. Alla fine della direzione di Alfio Russo, ne1 1972 Spadolini aveva accettato l’incarico di direttore per 8 anni, eventualmente rinnovabili o prorogabili. Ma qualcuno, impegnato nella gestione de Il Giorno, quotidiano finanziato dall’Eni e quindi dello Stato e dei politici, e la cui gestione era in pratica affidata al Psi, diffuse la voce che i conti del Corriere non erano così soddisfacenti e che gli eredi Crespi cercavano un’occasione favorevole per vendere.
Sorse l’ipotesi di un intervento dello Stato, attraverso una società a partecipazione statale. Si attribuiva all’Eni il presumibile interesse a realizzare quell’acquisto. La soluzione non poteva lasciare indifferente il direttore Spadolini, rappresentante dei potentati dell’economia privata. Ma gli furono attribuiti interventi per favorire l’Eni.
Non occorreva altro per licenziarlo. Scomparsi Aldo e Vittorio, era in vita solo Mario Crespi, padre di Giulia Maria Crespi, molto anziano; ma tra gli eredi dei tre grandi fratelli ormai cresceva la discordia. Un giorno, arrivando in ufficio in Via Solferino a Milano, Spadolini trovò una lettera di licenziamento. Successore fu nominato Piero Ottone che in quei giorni aveva trascorso le vacanze con Giulia Maria e con il suo yacht in Costa Azzurra.
Sulla Signora circolavano molti racconti che le attribuivano un’amicizia sentimentale con un esponente della sinistra extraparlamentare, Mario Capanna, alla ribalta della cronaca e della politica per la sua partecipazione al Movimento studentesco. Chi fu sostituito a Spadolini? Un giornalista della residua destra liberaloide come Piero Ottone? Il quale, però, appena assunta la direzione del Corriere, s’affrettò a dare una vigorosa sterzata a sinistra alla tradizionale linea politica del giornale tanto che il Corriere di Ottone aumentò di qualche migliaio di copie le vendite, facendo concorrenza, da sinistra, perfino a Lotta Continua.
All’interno del Corriere, sindacalmente, il Comitato di redazione finì per essere diretto da Raffaele Fiengo, passato al Corriere tramite la Tribuna Illustrata che, prossima a fallire, fu acquistata dal Corriere per sostituire la Domenica del Corriere ritenuta strumento di produzione di pubblicità ben più ricca delle manchette con le scritte «Diventare più alti» e «Seni sviluppati». A che portò il licenziamento di Spadolini? Alla chiusura della Tribuna e del ricco, frizzante, libero e indipendente Corriere d’Informazione. E alla vendita del Corriere ai potentati Agnelli, Moratti, RCS.

Tags: Novembre 2015 Corsera story Victor Ciuffa Corriere della Sera Corrierista via Solferino Spadolini

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