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Corsera Story. Basta bombe? Ma non bastano ora anche ciance?

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L’opinione del Corrierista

Qualcuno deve pur dire ai giornalisti televisivi, che non sono neppure stampa, che usurpano questa qualifica perché per il 90 per cento sono politici camuffati più o meno legittimamente, correttamente e moralmente. Diciamo chiaramente quello che pensiamo; cioè che occorre scrivere o pronunciare il meno possibile, nel nostro lavoro, la parola «guerra». Perché il diavolo, a forza di invocarlo ed evocarlo, alla fine appare. I veri e anziani giornalisti italiani non vogliono assolutamente la guerra, per nessun motivo: neppure per il petrolio della Libia che «naturaliter» comunque apparterrebbe anche all’Italia: lasciarci coinvolgere in qualche modo in azioni belliche significherebbe innanzitutto distruggere la nostra categoria e, prima ancora, la nostra libertà di stampa. Decidano loro, i Paesi possessori di petrolio, con chi condividerlo, che farne, come spartirlo, e in cambio di che. Stiamone fuori altrimenti addio libertà di pensiero, addio giornalismo, addio cronaca. Noi non intendiamo spartire anche le guerre per il petrolio, per ottenere l’energia che occorrerà per combaterle, per riprendere lo sviluppo dell’umanità intera: sviluppo economico, materiale, culturale, civile.
Immaginiamo quello che succederebbe alla stampa italiana ma anche europea e internazionale. Abbiamo avuto un’anticipazione, per quanto riguarda l’Italia, in una nota diffusa via rete contenente citazioni e riassunti di giudizi espressi e diffusi, ovviamente via web, sulle stragi compiute a più riprese da esponenti di Paesi «presunti» avversari. Quella guerra «digitale» si è subito propagata via rete con la diffusione in un’accozzaglia di Paesi, schieramenti, legionari, volontari, combattenti, giornalisti, conduttori televisivi, opinionisti. Le armi usate? Le stesse munizioni, gli stessi mezzi usati da chi aveva dovuto o era stato tenuto ad assumere e manifestare una posizione su fatti gravissimi riguardanti l’umanità intera, ma senza averne attendibili affidamenti e incarichi.
Per capirlo basta leggerne qualche brano. Ad esempio. «Attentati Parigi, Canale5 mette l’informazione in mano a Barbara D’Urso. Paolo Romani: ‘Inadeguata e insopportabile’. E Twitter si scatena.
Quando succedono fatti gravissimi come quelli di Parigi i mezzi di comunicazione sono i primi ad essere investiti da una responsabilità ancora maggiore rispetto al solito. Ogni parola pesa tonnellate e l’interesse alle questioni in ballo deve essere ancora più misurato. Se poi parliamo della televisione, medium con il più alto tasso di invasività, la faccenda diventa ancora più complicata. E mentre da Parigi arrivavano notizie terribili, ricostruzioni faticose, testimonianze strazianti e immagini scioccanti, sui social network teneva banco un dibattito accesissimo sulla scelta di Canale5 di affidare la copertura dei fatti, nelle giornate di sabato 14 e domenica 15 novembre, a Barbara D’Urso. Sabato pomeriggio l’ammiraglia Mediaset ha trasmesso uno speciale Pomeriggio 5 (in un giorno della settimana in cui abitualmente non va in onda), con la D’Urso in evidente difficoltà nel raccontare vicende terribili avvenute solo poche ore prima.
Mentre su tutti gli altri canali la copertura era affidata alle testate giornalistiche o comunque a giornalisti attrezzati professionalmente, su Canale5 veniva proposto un format di infotainment provocando le ire di spettatori e commentatori sui social (Twitter su tutti). Il Tg5 è stato relegato in un angolino, con brevissime finestre informative della durata inferiore ai cinque minuti, a interrompere di tanto in tanto la discussione intavolata dalla D’Urso.
Collegamenti che non funzionavano, frasi e faccette di circostanza, Vittorio Sgarbi che dava della «capra» a una ragazza musulmana che, in studio, cercava di spiegare come la vera religione islamica non avesse nulla a che fare con la barbarie terrorista.
Una mossa azzardata e sbagliata, dunque, quella di Canale5. E si sperava che, dopo la riprova dell’inadeguatezza di Barbara D’Urso nell’affrontare temi così delicati, il giorno dopo, cioè domenica 15 novembre, si sarebbe corso ai ripari con una copertura giornalistica degna dei momenti gravi e tesi che stiamo vivendo. Speranze mal riposte, visto che dopo il Tg5 delle 13, la linea è andata a una puntata speciale di Domenica Live, con Barbara D’Urso ancora una volta nel ruolo scomodo di moderatrice di un dibattito serissimo. In studio c’era anche Claudio Brachino, direttore di Videonews (la testata giornalistica che fa da cappello ai programmi della D’Urso), e lo stesso Brachino a un certo punto della discussione si è fatto scappare quanto segue: «Sono in studio proprio per cercare di dare un senso al dibattito».
Un tutoraggio inutile, però, visto che il risultato è stato persino peggiore di quello del giorno prima. E se poi tra gli ospiti ci sono Matteo Salvini, Magdi Allam e Vittorio Sgarbi (rieccolo), il rischio di una discussione superficiale e all’insegna di argomenti populisti buoni solo a strappare applausi diventa triste realtà.
È esattamente quello che è successo, con Claudia Fusani ed Emiliano Liuzzi, unici ospiti a tentare di intavolare una discussione seria, rispettosa dei fatti gravissimi che stavano accadendo nel mondo. Il resto era la solita bagarre, con il pubblico in studio che tributava rumorosissime ovazioni alle argomentazioni di Salvini e, soprattutto, con una conduttrice che non riusciva ad imprimere una direzione al dibattito. Basti pensare che l’intervento più significativo di Nostra Signora delle Faccette è stato un «Basta bombe! Basta bombe! Basta bombe! Basta bombe!» ripetuto ad libitum.
Nel frattempo, Sgarbi tuonava contro gli ospiti di fede islamica: «Noi cristiani siamo come gli Ebrei, l’Islam è come Hitler!». E non poteva mancare il servizio sulle «Profezie di Oriana Fallaci» che somigliava a uno dei soliti servizi di Voyager sulle profezie di Nostradamus. Nessun approfondimento, nessuna riflessione ragionata sulle cause e le conseguenze dei fatti parigini. Il solito circo Barnum televisivo che banalizza e appiattisce tutto. Sui social network, nel frattempo, era partito persino un hashtag per chiedere alla D’Urso di non sfruttare mediaticamente la notizia della morte di Valeria Solesin, arrivata proprio in quei minuti. Ma l’attacco più duro nei confronti di Barbara D’Urso è arrivato qualche ora più tardi, sempre via Twitter, firmato niente di meno che da un esponente di spicco di Forza Italia, Paolo Romani: «D’Urso sei inadeguata e insopportabile. Occupati di amori, canti, balli e pettegolezzi, non di problemi seri». victor ciuffa

Tags: Dicembre 2015 televisione Corsera story Victor Ciuffa Corriere della Sera Corrierista politica

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