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Corsera Story. L’intervista ad Alberto Sordi: Roma ha questi guai perché è troppo ospitale

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L’opinione del Corrierista

dal «Corriere della Sera», Mercoledì 15 febbraio 1978

I mali di Roma sono come le malattie dell’uomo: molti incurabili, qualcuno si riesce a combattere, ma se ne scoprono sempre di nuovi. Più gli anni passano, più diventano cronici, ma non letali. La città continua a vivere, anzi a crescere. Le previsioni pessimistiche si rivelano fallaci. Ma oltre al fatalismo, ci sono altre terapie valide? Abbiamo chiesto il parere a docenti universitari, industriali, scrittori, registi, religiosi. Oggi è la volta di un attore che interpreta nella vita, non solo sullo schermo, il ruolo dell’autentico romano.
Domanda. Perché Roma è malata?
Risposta. Perché è ospitale. Accoglie troppa gente.
D. È un difetto?
R. Alla fine della guerra si pensava che si spopolasse. Invece s’è gonfiata, scoppia.
D. Perché doveva spopolarsi?
R. Perché è una città esclusivamente residenziale. Tranne attori, politici, burocrati, chi ci vive non lavora.
D. Perché non lavora?
R. Lavorare non va a genio ai romani. Non esiste un’altra città come Roma, in cui si può vivere senza lavorare.
D. Altrove non ci sono vagabondi?
R. Sì, sono concentrati tutti qui.
D. Che accadrà?
R. Se dipendesse dai romani, niente. Hanno un’indolenza innata.
D. La violenza di questi giorni?
R. Per scatenare violenza occorre energia. Non è certo fornita dai romani.
D. Il romano subisce iniziative altrui?
R. Per indolenza si abitua a tutto.
D. È il suo carattere naturale?
R. Non parla neppure un dialetto. Parla un italiano da indolenti. Dice fero invece di ferro, perché non gliela fa. Così, guera; figuriamoci che guerra gli va di fare.
D. Non c’è un dialetto romanesco?
R. Se ci si mettesse un po’ di energia, parlerebbe un italiano perfetto, perché non ha inflessioni. Superiore al toscano, che ha le aspirate. Nel cinema i migliori doppiatori sono romani.
D. Cosa rifiutano i romani?
R. Il lavoro fisico.
D. Lei si sente romano?
R. Io sono tipicamente romano. Faccio il mio lavoro per vocazione, come i preti, i frati. Sono spinto a lavorare da grande amore e passione.
D. Se non facesse l’attore?
R. Non potrei fare altro. Starei tutto il giorno a letto.
D. Non ci sono romani attivi?
R. I romani non eccellono per impegno; né producono quando sono costretti. Lavorano due giorni e quattro si riposano. I risultati sono aleatori.
D. Quali attività preferiscono?
R. I ministeri, il cinema, il commercio. Il bar possono gestirlo, non è fatica. La trattoria no, i trattori sono tutti toscani, veneti, emiliani. Se c’è un romano, lo trovi a mangiare, seduto coi clienti. Qualche portierato: si sta tutto il giorno su una sedia.
D. Un panorama così sconfortante?
R. Bisogna capire chi c’è, chi abita a Roma, quanti siamo, due, tre, quattro milioni, non lo so, credo che nessuno lo sappia. Niente è sotto controllo.
D. Chi deve controllare?
R. Ci si dovrebbe chiedere: che vengono a fare tanti? Se vengono, evidentemente qualcosa fanno. Non c’è lavoro, non ci sono industrie, i ministeri sono saturi? Si arrangiano. Te li trovi dappertutto.
D. Ma non calcola i vari mestieri?
R. Chiamiamoli mestieri: è arrangiamento. Si doveva prevedere dall’inizio.
D. Chi doveva prevedere?
R. Il governo, il comune, il Vaticano, non lo so. Non certo io, che pur essendo nato e vissuto a Roma quando incontro qualcuno penso: chi è, che fa, dove va, dove abita, quanto guadagna? Le autorità non se lo sono mai chiesto.
D. È possibile farlo in una città internazionale?
R. Tutto il centro storico è in mano agli stranieri. Non mi è mai capitato di vedere un fenomeno così vasto all’estero. Ai turisti bisognerebbe chiedere: lei viene a vedere il Colosseo? Quanto si trattiene? Invece niente.
D. La Costituzione non sancisce libertà di circolazione?
R. Sì, ma se non avessero trovato le case, molti non sarebbero rimasti. Invece ne hanno costruite tante, chi arrivava si fermava.
D. Si può rimediare?
R. Si dovrebbe fare un censimento, accertare chi ha un reddito derivante da lavoro.
D. I giovani non trovano lavoro?
R. Li abbiamo ingannati facendogli credere che avevano tutto. Poi scoprono il niente.
D. Che dovrebbero fare?
R. Non posso dare suggerimenti, non mi ascolterebbero. Quando ero come loro, invidiavo ma ammiravo chi aveva raggiunto il successo. Loro invidiano ma contestano.
D. Come aiutarli?
R. Anticipandogli a vent’anni i mezzi finanziari e farglieli restituire a cinquanta.
D. Che colpa ha Roma verso i giovani?
R. A Roma hanno fatto l’Italia del boom, hanno preparato questa catastrofe nazionale.
D. Il Vaticano non c’entra?
R. Non conta più niente. Al massimo si sa che dietro le mura si può comprare zucchero a minor prezzo. Io non ci sono mai andato.
D. Neppure le parrocchie contano più?
R. Roma è diventata capitale della pornografia, del permissivismo completo. Non c’è altra città al mondo. Forse per reazione a tanti precedenti tabù.
D. Sarà sempre così?
R. Il fenomeno si esaurirà come tutte le cose fatte nella libertà. È il proibizionismo che le incrementa.
D. Il cinema non contribuisce al malcostume romano?
R. È un lavoro come un altro. È l’ambiente che alimenta il bacillo dell’esibizionismo, della superficialità, della faciloneria.
D. Non incoraggia neppure gli espedienti?
R. Fatto seriamente è una vera industria. Più difficile che costruire palazzi o automobili. Il risultato è sempre incerto, bisogna prevedere con notevole anticipo i gusti del pubblico.
D. Sarà ancora utile alla città?
R. Nonostante la spietata concorrenza delle tv, il cinema romano sopravviverà. C’è da stupirsi, significa che è vitale.

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