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Corsera Story - Bis: ottimo al Quirinale, repellente nelle tv

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L'opinione del Corrierista

Il bis è solitamente chiesto dagli spettatori entusiasti di un’esibizione e desiderosi pertanto di una seconda. È voluto da tutta la platea ma, anche quando la richiesta è parziale, il beneficio della ripetizione va a vantaggio e a godimento di tutti gli spettatori. Sicuramente questo è anche il caso della seconda elezione di Giorgio Napolitano a presidente della Repubblica italiana. Pur trattandosi, nel suo caso, di un campo lontanissimo dallo spettacolo, dall’intrattenimento e dal divertimento - un campo che merita ben altra attenzione e rispetto per il personaggio e per i supremi valori che egli rappresenta -, la decisione di Napolitano di restare al Quirinale, manifestamente accolta da una larga parte e certamente utile anche all’altra della popolazione, si inserisce in un fenomeno insolito: nell’avvio di un processo di rottamazione non tanto e non solo della classe politica, ma di tutta un’Italia vecchia, stantia, ignava, furbesca, ladrona, infingarda in ogni livello, non solo nelle istituzioni, nelle amministrazioni pubbliche e nella burocrazia.
La natura insegna che una vigna non può dare molta e buona uva se ogni anno non viene adeguatamente potata. La potatura consiste in tre operazioni: la svecchiatura, diretta ad eliminare i tralci che hanno già dato il proprio frutto, la scelta di quelli giovani e il loro dimensionamento; dalle tre operazione i virgulti riusciranno rafforzati per dare un nuovo, maggiore e migliore quantitativo di prodotto. Così è avvenuto nei millenni nell’umanità, inutile farsi illusioni sull’eternità delle classi politiche e in generale delle classi dirigenti.
Un tempo queste potevano restare al potere anche qualche secolo, ma via via i tempi sono cambiati e i cicli si sono accorciati. A porre la parola fine a una dinastia, ad un impero, a un sistema di potere, intervengono prima o poi fattori e fenomeni inarrestabili: sommosse, rivoluzioni, sconfitte militari, colpi di Stato. Più raramente i governanti e i loro entourages vengono rinnovati democraticamente perché, una volta conquistato il potere e assaporati i suoi frutti, è molto difficile che vi rinuncino spontaneamente e pacificamente.
Dall’unità d’Italia tre volte la classe politica è stata rinnovata: nel 1922 dalla «rivoluzione fascista»; nel 1944-1945 dall’Esercito Alleato in seguito alla sconfitta subita nella seconda guerra mondiale; all’inizio degli anni 90 dalla magistratura con l’inchiesta giudiziaria della Procura milanese sullo scandalo di una classe politica offuscata dall’ideologia della tangente.
Una cinquantina di anni durò il primo periodo di storia dell’Italia risorgimentale e unitaria, dal 1870 al 1922 circa; un ventennio il periodo fascista, dal 1922 al 1943; un altro cinquantennio il periodo del potere democristiano, dalla fine della guerra ai primi anni 90, conclusosi con la fine della Prima Repubblica. Nel successivo secondo ventennio, dal 1992 allo scorso anno, si è bruciata un’altra epoca della storia nazionale, insieme al crollo anche della cosiddetta Seconda Repubblica. Cicli alternati, della stessa durata quindi, di 50 e di 20 anni.
Per cui, in 140 anni per quattro volte - nel 1922, nel 1945, nel 1992 e nel 2012 -, il popolo italiano ha cambiato il sistema politico vigente. Il motivo è stato quasi sempre lo stesso. Tranne la fine del fascismo, accelerata dalla sconfitta militare e dall’occupazione alleata, nelle altre tre occasioni il motivo è stato il mal comportamento della classe politica e in generale della classe dirigente del Paese. Inutile ricordare l’ignavia del parlamentarismo aventiniano del primo dopoguerra, la megalomania mussoliniana degli otto milioni di baionette al canto di «Nizza, Savoia, Tunisi sarà - Malta baluardo di romanità»; la corruzione galoppante dell’Italia del benessere democristiana e socialista. E il finale, ora, dell’Italia berlusconiana, caratterizzata dagli eccessi di una casta creata da due leggi elettorali antidemocratiche e da una riforma costituzionale che ha spappolato il Paese in sfrenate «autonomie» o bande locali senza più alcun controllo.
Ma se uno guarda i telegiornali e i talk show delle principali emittenti televisive, sembra di assistere a un bis continuo del recentissimo passato, alla continuazione imperterrita di una vicenda drammatica nella quale l’Italia, anzi tutti gli italiani, hanno perduto non solo la faccia, l’immagine, il credito in campo internazionale, ma la sovranità sull’unico strumento di politica economica che gli era rimasto, ossia la moneta. E questo dopo aver perduto con le privatizzazioni, a causa e in seguito a «tangentopoli», tutti gli altri mezzi con i quali un Paese può sviluppare l’economia, fronteggiare le crisi, combattere la concorrenza straniera; mantenere il livello di reddito e di benessere raggiunto da famiglie e imprese grazie a lunghi decenni di lavoro, sacrifici, risparmi e investimenti.
Come se nulla fosse accaduto, come se gli italiani non avessero votato in modo completamente diverso dal passato, come se non fosse nato un nuovo movimento popolare che rifiuta perfino di apparire in tv, come se non fosse completamente cambiato il quadro politico ed economico interno oltreché internazionale, sugli schermi tv continuano a sfilare, in una serie incessante e infinita di bis, le stesse figure, facce, voci, frasi, argomenti; gli stessi conduttori, opinionisti, ospiti, partecipanti; le stesse figuranti da tappezzeria uniche forse a rivelare con lo sguardo il loro dissenso represso. Quanto alle «quote rosa», il più delle volte ripetono le litanie imparate a memoria mentre i maschi, per così chiamarli, sfoggiano chiome grondanti gel, succubi come le colleghe dei capricci di insulsi diktat di parrucchieri e truccatori tv.
Ma allora, si chiede il telespettatore, non è cambiato nulla? Tutto è rimasto come prima? I disoccupati non sono aumentati, moltissime aziende non hanno chiuso, vari imprenditori non hanno rinunciato alla vita, i dati forniti dall’Istat e da altre fonti istituzionali non sono veri? Quale cambiamento ci sarebbe stato e sarebbe in corso se in tv tutto continua ad apparire come prima, tutti continuano ad esibirsi in ripetuti bis non richiesti i quali, anziché convincere ed imbonire, creano crisi di rigetto nei telespettatori?
Tutti, su questi schermi televisivi, credono di essere Napolitano, di essere autorizzati a replicare quanto hanno fatto per anni, a percepirne guadagni e benefici. Tutta gente che scambia la tv per il proprio Quirinale. Come prima, più di prima.  

Victor Ciuffa

Tags: Maggio 2013 Corsera story Victor Ciuffa Corriere della Sera Corrierista Savoia politica

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