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Corsera Story - Televisione, ossia lezioni gratuite di strafalcioni

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L'opinione del Corrierista

M olti italiani detestano la Rai-Tv perché ad ogni Capodanno sono costretti a pagare la tassa sul possesso del televisore mentre, in realtà, si tratta di un vero e proprio abbonamento a un servizio per di più pubblico. Alcuni sostengono addirittura che, per averlo definito «tassa», il supremo organo dello Stato che l’ha stabilito, ossia il Parlamento, avrebbe commesso il reato di falso in atto pubblico. Questo sarebbe dimostrato anche dal fatto che, se un «abbonato» deve recarsi per un anno all’estero, non può sospendere l’abbonamento ma deve pagare ugualmente una somma, oggi pari a 113,50 euro, spesso superiore al valore dell’apparecchio. Peggio se, anziché di un televisore, si tratti di una radiolina. Nella contrastata materia si assiste ad un altro aspetto paradossale, esilarante: sui bollettini di conto corrente inviati dall’Agenzia delle Entrate ai possessori di tali apparecchi riceventi è specificata proprio la definizione di «abbonamento».
Ma l’avversione cui mi riferisco non è fondata solo su questo. Spesso si basa su un’altra considerazione. Tassa o abbonamento che sia, il cosiddetto servizio pubblico svolto dalla Rai-Tv e, per trascinamento e imitazione, da tutte le altre emittenti private, comprende in realtà una serie di servizi al cittadino-utente sia di alto, sia di scarso, sia di nessun valore informativo, culturale, spettacolare. Tra questi vari servizi figura uno di presunta utilità per gli utenti-contribuenti: il perfezionamento della conoscenza della lingua italiana.
Da alcuni decenni non esiste più l’analfabetismo e il semianalfabetismo, semmai l’analfabetismo cosiddetto di ritorno; solitamente se ne attribuisce il merito alla televisione che, con la diffusione e la ricezione capillare delle sue trasmissioni, fornirebbe ai telespettatori una massa di conoscenze che né la scuola gratuita pubblica né quella pagata privata insegnano, impegnate come sono a ripetere incessantemente il bagaglio terminologico, grammaticale e sintattico tradizionale.
Ma in realtà la televisione italiana, proprio quella pagata dai contribuenti o abbonati per svolgere un servizio pubblico perfetto nel settore dell’informazione, appare molto  disattenta, imprecisa, prodiga di insegnamenti sbagliati, di strafalcioni propalati per di più da autoreferenziali testimonial da essa sovralimentati e, forse solo per questo, considerati miti nel placcato Olimpo di latta dell’etere tv.
 Qualche esempio? Intervistando uno studente terremotato che, avendo avuto la casa completamente distrutta, si era trasferito a Roma per continuare a frequentare l’Università, una superpagatissima conduttrice tv gli chiese quando sarebbe stata «ristrutturata», anziché «ricostruita», la sua casa; e se egli, a causa del terremoto, si sarebbe «stabilizzato» a Roma, invece che «stabilito». Lo scorso marzo, nella rievocazione dell’attentato di Via Rasella e della rappresaglia tedesca che ne seguì con la fucilazione di 325 ostaggi italiani nelle Fosse Ardeatine, si è sentita una conduttrice parlare, anziché di rastrellamenti, di «rastrellazioni di massa» eseguite dai soldati tedeschi; termine non dissimile da altri impudentemente,  e purtroppo impunemente diffusi pure dalla tv: come «tranquillizzazione» e «adeguatamento».
Tristi e a volte luttuosi scenari evoca l’uso approssimativo di un participio passato in luogo di altri, sia pure somiglianti magari per assonanza ed orecchiabilità; si sente infatti affermare che «il rischio diventa sempre più esacerbato», ma anche che «sempre più esacerbata è la concorrenza». La giustificazione sarebbe basata sul fatto che per «esacerbato» potrebbe intendersi anche «inasprito», «esasperato»; ma per questi significati esistono appunto i verbi inasprire, esasperare ed altri, mentre si è sempre usato il participio «esacerbato» per indicare un dolore maggiore, molto più intenso.
In un telegiornale della mezzanotte si è sentita pronunciare da una conduttrice «una percentuale del zero ecc.» anziché «dello zero»; mentre a proposito di percentuali, in materia di economia anzi di aritmetica da terza Elementare, dilaga il termine «punto» anziché «virgola», con il risultato di falsificare grossolanamente le cifre; perché, per esempio, 12 punto 355 significa 12 mila 355, mentre 12 virgola 355 significa proprio 12 virgola 355.
Un conduttore ha disinvoltamente fornito la notizia di un fortunoso atterraggio in un aeroporto di un aereo in «avària» anziché in «avarìa»; mentre in una rassegna stampa del mattino è stato pronunciato l’aggettivo «lùbrico» anziché «lubrìco». Ancora un errore: il participio «ostentato» usato in un ben diverso significato, cioè «osteggiato», con grande confusione tra i verbi ostentare, cioè mostrare, e osteggiare, cioè avversare, combattere.
Il florilegio degli errori non è destinato a esaurirsi, semmai sembra in continuo aumento. Cresce infatti la derivazione arbitraria, cacofonica e distorsiva di verbi da sostantivi. Ad esempio «omaggiare» anziché «rendere omaggio»; «finalizzare» e finalizzazione, invece di «portare a fine, terminare, concludere»; «efficientare» e quindi efficientamento, invece di «rendere efficiente».
Poi c’è l’uso, introdotto negli anni 60 da un giornalista de Il Sole, giornale economico allora non ancora fuso con 24 Ore, dell’avverbio «a fronte di» anziché «di fronte a»; e successivamente di «contro» invece di «rispetto a», invenzione di conduttori tv esperti in Borsa ma non in italiano. E infine gli inossidabili, incorregibili, ineliminabili «Al Sud, Al Nord» di conduttori e conduttrici di programmi meteorologici; nella lingua italiana dovrebbe dirsi «Nel Sud, Nel Nord», trattandosi di complemento di stato in luogo. Ma chi glielo va a dire e, soprattutto, come farglierlo capire ora, se non l’hanno compreso nelle Elementari e Medie?
I telespettatori sono portati a ripetere, diffondere, ingigantire la storpiatura delle parole e dei concetti, dalle quali vengono contagiati anche alcuni giornalisti della carta stampata con risultati ancor più eclatanti, perché un termine errato pronunciato in tv vive una frazione di secondo, stampato su un giornale resta per ore e per giorni a diffondere nella massa l’ignoranza della lingua italiana e l’incultura. Talvolta l’ignoranza dipende dalla conoscenza di qualche elemento di inglese, per esempio l’uso del maiuscolo nell’aggettivo indicante una nazionalità, come la popolazione Tedesca, la cultura Francese, il cinema Italiano.
        Victor Ciuffa

Tags: Giugno 2013

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