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quanto costa la carne all’ambiente? meglio la bistecca artificiale?

di LUCIANO CAGLIOTI Professore Emerito dell’Università Sapienza di Roma

Bistecca e vino rosso in Trastevere a Roma saranno un ricordo del passato? Speriamo proprio di no, anche se una certa concorrenza alla carne potrebbe nascere se si realizzerà su scala massiccia un programma di produzione di carne sintetica che alcuni gruppi scientifici stanno portando avanti. Programma dal nome inquietante, ancora allo stato di studi di ricerca, ma che in prospettiva potrebbe fornire sorprese positive, nel bene e nel male. L’ipotesi è che sulle nostre tavole possano arrivare la «bistecca senza la mucca», «cotolette di maiale senza il maiale».
Alla base di questa apparente ma concreta diavoleria vi è l’iniziativa di alcuni genetisti che stanno mettendo a punto la produzione di tessuti animali a partire da cellule staminali. Queste ultime hanno, fra le tante singolari proprietà, anche quella di poter essere «coltivate» artificialmente. Ne risultano tessuti consistenti, dello stesso valore nutritivo della carne, che possono essere mangiati tranquillamente, fatta salva una questione di aromi e di sapori comunque aggiustabili, se non altro sulla base dell’esperienza piuttosto ampia che si ha in materia di manipolazione di cibi normali in termini di coloranti, di stabilizzanti, di antiossidanti, di ispessenti e di altro.
Alle prime notizie si sono avute reazioni di tutti i tipi, facenti capo a due scuole di pensiero. La prima reazione, positiva, viene da tutte quelle organizzazioni pro-animali che vedono bene un mega-dirottamento alimentare da animali appositamente allevati e sacrificati alle esigenze culinarie dell’uomo a tessuti compressi senza sistema nervoso e, pertanto, non coinvolti nelle sofferenze che il fatto di dover essere uccisi e cucinati implica. La seconda è composta dagli oltranzisti anti-tecnologie, che si tratti di TAV o elettrodotti, di energia o OGM, i quali nel caso specifico rifiutano in principio qualsiasi pratica che riguarda l’alimentazione carnea, anche se a livello di pappa anonima. Al di là dei possibili sviluppi, una considerazione è, più che opportuna, necessaria. Entriamo nel merito di uno dei problemi di fondo esistenti nel mondo moderno: il peso che l’alimentazione carnea dell’uomo ha sull’ambiente. Innanzitutto qualche numero.
A quanto ammonta, sia pure a spanne, la popolazione mondiale? A 6 o 7 miliardi, rispondono con qualche approssimazione gli interrogati. Ma è vero? Certo, se ci si riferisce agli umani, ma se si considerano le entità viventi che gravano sul pianeta e sull’ambiente le cifre sono diverse: occorre infatti considerare gli animali. Una valutazione recente della carne suina, tratta da Der Spiegel e riportata dalla rivista Internazionale l’8 novembre 2013, riferisce che il fabbisogno annuo di carne suina per i tedeschi è di circa 39 chilogrammi pro capite l’anno.
Un animale mangia cibi come i nostri, e se è d’allevamento consuma mangime, antibiotici in grandi quantità, energia, spazio, murature, trasporti e produce rifiuti in enormi quantità. Proviamo a dare qualche cifra, riferendoci all’Italia. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, gli animali allevati per scopi alimentari sono: 342 milioni di avicoli, 28 milioni di conigli, 17 milioni di suini, 14 milioni di ovini, 2 milioni di caprini, 12 milioni di bovini, 369 mila equini, 363 mila bufali, 30 milioni di pulcini, cui vanno aggiunti gli animali selvatici e di compagnia. Quanto ai cani, si tratta di 5.500.000 di proprietà e 660 mila randagi.
Il totale ammonta a 440 milioni di animali da allevamento. Cui si aggiungono quelli selvatici che, certo, non sono pochi. Come dire che fra uomini e animali le bocche da sfamare sono almeno il doppio della sola popolazione umana. In poche parole, l’alimentazione carnea comporta un carico ambientale realmente pesante. Tanto più in quanto allevare animali costa molto in termini alimentari, nel senso che quando un etto di carne arriva nel nostro piatto, il consumo in mangime dell’animale da cui proviene è stato dieci volte superiore.
Non solo, ma le infrastrutture necessarie per questa trasformazione sono a loro volta costose in termini di organizzazione, di uomini, di mezzi di trasporto, di macchinari ecc. Si parla tanto dell’esigenza di alleggerire il carico ambientale dovuto all’uomo, ed anche del problema della fame nel mondo. Questa è certamente una via per dare un contributo non simbolico ma quantitativamente soddisfacente.  

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