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l’evoluzione del terrorismo internazionale di matrice jihadista

di ANTONIO MARINI

Il 28 novembre 2013 presso la Camera dei deputati è stato presentato un rapporto su «Evoluzione del terrorismo internazionale di matrice jihadista - Il modello italiano di prevenzione e contrasto» curato e realizzato dalla Fondazione ICSA, ossia Intelligence Culture and Strategic Analysis. Con tale rapporto la Fondazione ha analizzato lo scenario del terrorismo internazionale di matrice jihadista, con particolare riguardo all’evoluzione e alla trasformazione della minaccia qaedista dopo la morte di Osama Bin Laden e dopo le «Primavere arabe», indicando le principali linee guida per la prevenzione e il contrasto del fenomeno.
Dopo gli attentati di Londra del 7 luglio 2005, si legge nel rapporto, in alcuni forum jihadisti fu pubblicato un testo di Abu Musab Al Suri, alias stratega e ideologo qaedista Mustafa Bin Abd-Al-Qadir Setmariam Nasar, arrestato in Pakistan nel novembre dello stesso anno; in esso erano riepilogate le riflessioni contenute nel suo libro dal titolo «L’appello alla resistenza islamica globale», ove spiega il fallimento delle organizzazioni jihadiste organizzate gerarchicamente in quanto troppo vulnerabili dalle operazioni di repressione delle forze di sicurezza.
Secondo Abu Musab Al Suri, in un’organizzazione tradizionale, gerarchicamente ordinata, l’arresto di un qualsiasi membro permette di risalire al vertice, in virtù dei vincoli relazionali tra tutti i suoi membri. Di qui la proposta di strutturare il movimento jihadista in piccole cellule di non più di dieci soggetti, che non solo non hanno alcun collegamento tra di loro ma non dipendono neppure da un vertice, operando in maniera  del tutto autonoma. Il modello proposto è quello di un movimento spontaneista che risponda all’appello della jihad globale, decentralizzando l’attività dei singoli gruppi.
Nel disegno strategico di Abu Musab Al Suri, Al Qaeda non è un’organizzazione terroristica che compie direttamente attentati, come era avvenuto per  gli  attacchi  alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001, né rappresenta  il vertice della rete jihadista  diretta dai «safe havens», i cui leader  si  mimetizzano. Essa costituisce l’appello, rivolto a tutti i musulmani del mondo, ad intraprendere la jihad, è la voce dell’ideologia del jihadismo ed è il disegno strategico che dà forma alla resistenza islamica contro l’Occidente e gli Stati musulmani apostati.
Mutuando un concetto che appartiene alla cultura economica contemporanea, gli autori del rapporto sostengono che Al Qaeda è più che mai una rete in franchising, un marchio che appartiene a chi se ne appropria per rivendicare attentati, continuando nello stesso tempo ad avere la forza e la capacità di realizzare attacchi di notevole portata. Servendosi del marchio, le organizzazioni terroristiche regionali conseguono molteplici obiettivi, quali: favorire l’individuazione dell’ideologia del gruppo e delle finalità perseguite; conferire maggiore risalto alle azioni terroristiche; agevolare la propaganda e il reclutamento di aspiranti jihadisti attratti dal marchio vincente.
I vantaggi che ne conseguono per la «casa madre» appaiono evidenti. Al Qaeda non ha più bisogno di una propria struttura operativa e addestrativa localizzata in una determinata area, vulnerabile alle azioni di contrasto e alle operazioni belliche occidentali, ma si limita a sfruttare le azioni terroristiche condotte dalle organizzazioni regionali, rafforzando l’immagine vincente del qaedismo. Tale strategia, limitandosi a diffondere efficacemente l’ideologia attraverso i siti jihadisti in internet, rende peraltro più ardui l’individuazione e lo smantellamento della parte residuale della propria leadership.
Anche il concetto della jihad individuale, condotta da singoli lupi solitari, i lone wolves, costituisce parte della più recente evoluzione della strategia qaedista. Attirato dalla retorica di predicatori e di leader dei principali gruppi terroristici jihadisti, il singolo aspirante jihadista trova su internet il materiale per acquisire conoscenze tecniche, come il confezionamento degli ordigni artigianali, e, dopo aver scelto spesso in totale autonomia l’obiettivo da colpire, passa all’azione nel momento in cui si sente pronto, sapendo di rispondere a un appello della jihad che la leadership di Al Qaeda ha permanentemente lanciato via internet. La rete, infatti, gioca un ruolo determinante nel favorire il radicalismo islamista, e condiziona l’operato delle organizzazioni terroristiche.
Nel rapporto si sottolinea come le più note di queste organizzazioni abbiano addirittura unità specializzate per la propaganda mediatica, che creano marchi, nomi e loghi diversi al fine di distinguere la propria produzione, renderla riconoscibile all’utenza potenziale e conferire prestigio all’organizzazione. Esemplare sotto questo aspetto è Al Qaeda nella penisola arabica (AQAP), con sede in Arabia Saudita, responsabile dell’ondata di attacchi terroristici in questo Paese fra il 2003 e il 2006.
Il primo leader Yusuf al-Uyayri, è stato un attivo propagandista della jihad globale su internet. Dopo la sua morte, avvenuta nel maggio 2003, AQAP ha curato la pubblicazione dei suoi scritti, divenuti strumento efficace di propaganda e di reclutamento. Da parte sua, nell’ottobre del 2009 Al Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM) ha creato la sezione mediatica al-Andalus Media Production Company, mantenendo inalterata l’organizzazione delle attività propagandistiche, con l’unico scopo di aumentare la visibilità del gruppo nella rete.
Particolare attenzione viene rivolta, nel rapporto, al fenomeno «homegrown». Un fenomeno di crescente pericolosità nell’Unione europea e soprattutto in Italia, ove le azioni terroristiche sono sempre più frequentemente opera di individui che si auto-radicalizzano e che si auto-addestrano, da soli o in piccoli gruppi. Al riguardo viene evidenziata l’affermazione di Naji Ibrahim, teorico della formazione terroristica egiziana «al Jemaah al Islamiyah», secondo cui «la generazione di Al Qaeda cresciuta in Internet, che trae la propria ideologia da siti internet affiliati ad Al Qaeda, è più pericolosa della precedente generazione di jihadisti affiliata a gruppi estremisti e movimenti armati».
Il caso del cittadino libico Mohammed Game il quale, dopo essere riuscito a valicare con uno stratagemma il cancello carraio della caserma Santa Barbara di Milano, ha tentato di fare esplodere un ordigno artigianale, è tipico di un metodo di auto-radicalizzazione, la cui rapida progressione è stata agevolata da navigazioni su internet, sempre più intense ed ossessive. L’assenza di qualsiasi collegamento dell’attentatore con Al Qaeda o con organizzazioni ad essa affiliate consente di classificare l’attentato come manifestazione di un tipo particolare di terrorismo individuale, una minaccia giunta in Italia con qualche anno di ritardo rispetto ad altri Paesi europei. Il terrorista individuale è spesso un immigrato di seconda o addirittura di terza generazione che, in seguito a vicende personali o sociali, viene indotto a ricercare le proprie origini nell’estremismo ideologico o nel messaggio qaedista, sentito quale rivalsa verso un mondo occidentale ostile che ne ostacola l’integrazione sociale.
Nel rapporto ci si chiede se la minaccia «homegrown» possa essere contrastata con i tradizionali strumenti impiegati dagli organi di polizia e  intelligence, vista la  difficoltà di individuare tempestivamente i terroristi individuali prima che passino all’azione. Per rispondere a questa domanda l’Arma dei Carabinieri ha sviluppato un progetto denominato convenzionalmente JWEB, che ha preso spunto dall’individuazione di un sito internet dai contenuti fortemente jihadisti, ospitato da un internet provider italiano. Al riguardo, nel rapporto si evidenzia che le precedenti attività di contrasto al terrorismo internazionale jihadista, si basavano soprattutto sull’analisi dei dati di precedenti inchieste, per individuare nuovi spunti investigativi offerti dalla stessa struttura reticolare delle organizzazioni jihadiste tradizionali, per cui, individuato un anello della rete, era possibile risalire alle restanti maglie e smantellare progressivamente l’intera struttura.
Di qui la vulnerabilità di cui parla Abu Musab Al-Suri nel proprio lavoro teorizzando la strategia della jihad decentrata, ove Al Qaeda non è più l’organizzazione militare che compie attentati, ma un ombrello ideologico di riferimento per i nuovi terroristi jihadisti che esaltano il concetto della jihad individuale.
L’individuazione del sito jihadista ospitato in Italia ha permesso di sviluppare una strategia investigativa che, ribaltando il metodo tradizionale, mira ad individuare i segnali di radicalizzazione violenta fin dalle fasi iniziali. Attraverso il monitoraggio di alcuni siti internet è possibile infatti individuare i soggetti che, avendo avviato un processo di radicalizzazione, potrebbero rappresentare una minaccia, consentendo così di adottare misure per prevenirla. In precedenza il processo di radicalizzazione avveniva in alcune specifiche moschee dove i cosiddetti «hate preachers» diffondevano l’ideologia antioccidentale, guadagnando nuovi adepti alla causa jihadista. Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Usa, questi luoghi sono stati monitorati dalla polizia e dai servizi informativi e i radicalizzatori non hanno più goduto della libertà necessaria.
Tuttavia il fenomeno della radicalizzazione non è stato bloccato, ma avviene ora in internet, visionando i video dei leader di Al Qaeda o di altri ideologi riconosciuti della corrente jihadista, con un risultato del tutto simile, ma con la differenza che il processo avviene in maniera autonoma e decentralizzata ed è molto più difficile da scoprire. Insomma i video svolgono la stessa funzione dei radicalizzatori nelle moschee. Come  si poteva diventare terroristi se non frequentando una moschea radicale? In Italia la quasi totalità delle cellule era collegata alla moschea di Viale Jenner a Milano; oggi non si può diventare terroristi «self starters» se non visitando siti jihadisti e scaricando i video prodotti da Al Qaeda.
Attraverso la visione di questi video si forgia il collegamento di natura ideologica con il movimento jihadista globale. Senza questo link ideologico, che unisce tutti i sostenitori di Al Qaeda nel mondo, il contributo del singolo individuo o gruppo terroristico non assumerebbe il valore che deriva dall’essere emanazione del movimento jihadista globale;  mancherebbe il fattore motivazionale fondamentale nel processo che porta questi soggetti a diventare terroristi.
Nella parte finale del rapporto si indicano le principali linee di carattere strategico per la prevenzione e il contrasto di tale fenomeno. Tra queste viene indicata la necessità di rafforzare il monitoraggio del fenomeno che, come si è già visto, costituisce un problema di crescente pericolosità, stante la tendenza a considerare il territorio europeo non più solo un riparo e una retrovia logistica, ma anche un teatro operativo e una base per pianificare operazioni da attuare altrove. Tale monitoraggio va sostenuto da un’adeguata formazione e da una cultura approfondita del fenomeno, approfondendo la conoscenza dei processi antropologici dei terroristi jihadisti, ricercandone le spinte motivazionali e identitarie più profonde, con l’obiettivo di individuare, con sempre maggiore precisione, i meccanismi socio-psicologici del potenziale terrorista.
Un’altra proposta riguarda il potenziamento dei progetti già in essere per contrastare l’accresciuto coinvolgimento nel cyberjihad dei «convertiti», per lo più in veste di predicatori e radicalizzatori, con il conseguente aumento della propaganda estremista in varie lingue occidentali. Inoltre vanno perfezionate le tecniche e gli strumenti di interazione operativa e di gestione dell’emergenza terroristica tra le forze di polizia, i servizi di intelligence e gli apparati di sicurezza, nonché gli interscambi tra i sistemi militari, civili e sanitari ai fini della prevenzione di attacchi terroristici con armi non convenzionali. Da evitare la costituzione di nuovi organismi tecnico-burocratici di coordinamento che non avrebbero altra funzione che quella di parcellizzare il patrimonio informativo e la capacità di valutazione del fenomeno, penalizzando la tempestività di decisione e di intervento.  

 

di ANTONIO MARINI

Tags: Febbraio 2014 sicurezza terrorismo Antonio Marini

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