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corte dei conti. come la vuole l’odierna economia

LUCIO GHIA

Dopo 150 anni di storia, in un periodo estremamente significativo per il Paese, denso di nubi minacciose che incombono sui beni della collettività, si inizia una nuova stagione per la Corte dei Conti che continua ad essere il guardiano della regolarità contabile e del corretto funzionamento delle amministrazioni pubbliche, specialmente in questi ultimi tempi avvolte da un denso reticolo di accuse di corruzione, inefficienza, malaffare, inchieste su connivenze e coperture politiche, infiltrazioni mafiose e camorristiche. In realtà gli addetti ai lavori sanno che la stragrande maggioranza dei dirigenti, funzionari, impiegati pubblici svolgono il loro lavoro con dedizione e senso delle istituzioni.
Oltre alla giustizia costituzionale, alla giustizia ordinaria civile e penale e a quella amministrativa, il corpo giurisdizionale rappresentato dalla Corte dei Conti assume funzioni, valenza e compiti sempre più centrali nella vita del Paese. Non si tratta, come avrebbe voluto uno studente universitario poco studioso che in un esame, alla domanda: «Mi parli della Corte dei Conti», rispose sbrigativamente: «È un’associazione di nobili». Oggi specialmente si deve guardare a questo specialistico corpo di magistrati sperando che bonifichi profondamente le paludi del Paese.
Le due funzioni essenziali svolte in tutto il territorio nazionale dai 450 magistrati che attualmente vi sono impegnati sono una giurisdizionale, l’altra di controllo; si tratta di compiti svolti da magistrati, donne e uomini, dotati di indubbia competenza professionale, di spiccato senso del dovere e di elevato spirito di servizio; assistiti da una struttura amministrativa che ha gli stessi valori e la stessa disponibilità, di essi vanno esaltate le capacità e la dedizione.
Le molteplici funzioni giurisdizionali e di controllo, notevolmente ampliate dal decreto legge 174/2012 convertito nella legge 213/2012, richiederebbero un numero superiore ai circa 450 magistrati distribuiti tra gli uffici centrali e i 60 periferici che vigilano sui bilanci di circa 10 mila enti e spesso svolgono attività supplementari di controllo, requirenti e di giurisdizione indubbiamente complesse. La Procura della Corte istruisce il «caso», predispone il dossier per l’organo giudiziario che, ascoltate le parti e talvolta disposte consulenze tecniche, emette una decisione, impugnabile in sede di appello. Le critiche che si rivolgono alla Corte dei Conti si incentrano sul fatto che si interviene ex post, quando il danno è già stato compiuto, mentre è essenziale collegare, tempestivamente e preventivamente, la risposta giudiziaria al bene da tutelare.
Per la giustizia contabile è arduo individuare il danno che l’attività illecita dell’agente ha apportato al bene pubblico e determinarne il ristoro; ed anche la qualificazione dell’illecito non è semplice, perché la normativa in molti casi non è facilmente individuabile. La determinazione del danno è resa difficile da una punizione non sempre correlata all’attività realmente svolta dal colpevole, alla sua consistenza patrimoniale, alla ricerca e formazione della prova, all’esistenza del nesso di causalità tra la condotta e il danno provocato.
La determinazione del danno erariale effettivo dovrebbe essere facilitata, nel nuovo corso, da interventi regolamentatori del processo contabile, in coerenza con l’intero sistema giurisdizionale ai fini dell’effettiva parità delle parti secondo l’articolo 111 della Costituzione. Secondo il nuovo presidente della Corte dei Conti, nel giudizio contabile va osservato anche il principio dell’articolo 54: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge».
Quindi la giurisprudenza della Corte deve esaminare le questioni anche sotto il profilo etico-morale. L’onorabilità che deve caratterizzare l’attività pubblica impone di rispettare questo vincolo di ordine morale che si aggiunge ai principi più strettamente giuridici. Oggi, considerati la larga presenza dello Stato nell’economia e il controllo pubblico diretto o indiretto sulle imprese operanti nei campi economici e produttivi più disparati, l’impegno funzionale della Corte ha assunto maggiore importanza; in questo contesto però il suo controllo e la sua attività costituiscono spesso l’alibi burocratico più insidioso.
Il prolungamento dei tempi decisori da parte di pubblici amministratori, pubblici funzionari e incaricati di servizio pubblico si nutre del timore che, assumendo una decisione, si possa andare incontro a giudizi di natura contabile e alle sanzioni conseguenti. Questo è il diffuso pretesto per frenare il buon andamento della gestione pubblica, per non assumere la responsabilità della decisione, per alimentare le lungaggini della burocrazia. Autorizzazioni, licenze, concessioni di troppe e distinte autorità frenano lo sviluppo economico del Paese in un momento in cui vi sarebbe bisogno di grande rapidità decisionale e attuativa. Oggi l’economia ha bisogno di acceleratori per riprendere a crescere e per creare occupazione e lavoro.   

Tags: Giugno 2014

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