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Le professioni per l'Italia. Il potere pervasivo della pubblica amministrazione

Maurizio De Tilla e Anna Maria Ciuffa, fondatori di «Le Professioni per l’Italia»

La burocrazia contribuisce ad impedire lo sviluppo e la crescita del Paese. La pubblica amministrazione deve essere più snella e lineare, pronta a tirarsi indietro dove non serve. Il suo potere pervasivo danneggia i cittadini. E tale aspetto negativo si è incrementato negli ultimi vent’anni assumendo connotati sempre più impeditivi e dilatori, aggravatisi con la corruzione che ha reso talvolta impossibili rapporti semplici con i cittadini. Un grande potere esercitato da dirigenti e funzionari di rango ha portato a detenere un potere illimitato legato a discrezionalità ed atti di arroganza. Occorrono nuovi meccanismi di trasparenza e un diverso assetto normativo. I politici cambiano ma gli alti burocrati sono quasi sempre gli stessi. Al massimo si scambiano posti e Ministeri. Sono spesso bravi, ma anche «mandarini». Forse necessari per la mutevolezza della guida politica e per la scarsa competenza di ministri improvvisati e nominati per ragioni di lottizzazione politica.
Lo spoils system ha aggravato la situazione. Alcuni dirigenti pubblici vanno confermati per la loro capacità e integrità morale, altri sono inamovibili; formano una ragnatela di superpadroni che si alternano nei dipartimenti ministeriali e pubblici. Persone di fiducia dei partiti, signorsì nei confronti della politica, con scarse attitudini e capacità operative. Non basta cambiare un alto funzionario, tutto dipende da chi lo sostituisce. Anche stavolta con il Governo Renzi si è proceduto come nel gioco delle sedie: quando parte la musica tutti si alzano, per sedersi in un altro posto non appena si interrompe.
Per colpa della burocrazia e dei fattori relativi gli italiani divorziano dallo Stato. Governare gli italiani è un’impresa difficile e di scarso successo. Si scrive di crisi dello Stato al singolare, ma sarebbe necessario parlarne al plurale per gli interessi organizzati, l’espansione dei compiti statali, la formazione di poteri pubblici ultrastatali. La crisi economica ha fatto a pezzi il welfare dello Stato. Non si sa più cosa sia lo Stato. La nostra malattia sta nell’incostanza, in un umore volubile e nevrotico che si riflette nelle regole.
È necessaria una profonda rivoluzione.
Bisogna risanare il settore pubblico tagliando i costi e eliminando le inefficienze, si può cominciare con staffetta generazionale, tagli agli sprechi, riorganizzazione dell’apparato, contrasto anche disciplinare dei lassismi. Ma quel che è ben più necessario è l’intervento negli enti territoriali, Regioni e Comuni nei quali è più forte l’ingerenza dei partiti. La pletora di dipendenti abbassa la trasparenza e l’etica dei comportamenti della P.A. La spending review è una sorta di lifting, insufficiente a rendere efficienti i servizi e a risparmiare. Occorre altro, anzitutto ridurre il perimetro della macchina pubblica (province, enti inutili, organizzazioni pubbliche pletoriche), eliminare i rami secchi (assunzioni clientelari e familiari, dipendenti non necessari), evitare ingerenze della politica, ruberie, inutilizzazioni diffuse.
Bisogna intervenire alla radice dei problemi, cambiare i connotati di P.A., enti territoriali e società partecipate. È l’appello dei cittadini. Ma dai vertici vengono segnali negativi verso la meritocrazia. Politici incompetenti se non disonesti, specie a livello territoriale con oligarchie, cerchie ristrette, ambienti non trasparenti.
Per cambiare e migliorare la qualità della vita alcune proposte riguardano i dirigenti pubblici: riduzione di almeno il 10 per cento, ricambio per almeno la metà nel medio periodo, riduzione dell’età media, bilanciamento delle lauree di provenienza, presenza significativa di dirigenti con esperienza internazionale, aumento della mobilità.
Buone intenzioni che devono uniformarsi a direttive fondamentali: rigore e rispetto di regole nei concorsi, eliminazione di clientele politiche nelle assunzioni, affermazione di principi di etica nel pubblico e nel privato, sanzioni per assistenzialismo e familiarismo. In sei anni sono state emanate 600 norme in materia di burocrazia. Solo 72 servono a snellire, le restanti complicano la dinamica delle imprese. Si è parlato di una tela di Penelope visto che per una norma che semplifica ne vengono emanate circa sei che hanno un impatto burocratico. Lacci e lacciuoli rendono impraticabili i rapporti con la P.A. Occorre un’alleanza dei cittadini contro l’imperante burocrazia.
Un ampio dibattito si è aperto sulla riforma leggera delle Province, ridimensionate ma non abolite. Il testo approvato con la fiducia del Senato è passato alla Camera. C’è qualcuno che sostiene che i risparmi delle Province saranno minimi.
Il provvedimento assume il carattere di provvisorietà in attesa che la riforma costituzionale elimini dagli articoli 114 e seguenti della Costituzione il riferimento alle Province. Che non vengono, quindi, abolite ma diventano Enti di secondo livello imperniati su tre organi: il presidente, che sarà il sindaco del Comune capoluogo; l’assemblea dei sindaci, che rappresenterà i primi cittadini del circondario; il Consiglio provinciale, formato da 10 a 16 membri scelti tra gli amministratori municipali del territorio. Tutti senza compenso, ma con poteri di spesa accresciuti dall’istituzione delle città metropolitane.
Dopo le Province si è parlato di abolizione delle Prefetture. Il disegno dissolutorio è stato però abbandonato, si parla oggi solo di riordino delle Prefetture, con una cabina di regia affidata a una super-prefettura in ogni capoluogo di Regione. E con una drastica riduzione degli uffici territoriali del Governo. Chi contrasta il ridimensionamento delle Prefetture afferma che il territorio non va abbandonato dallo Stato, soprattutto nelle zone a rischio mafioso. Quanto alle aziende partecipate dagli enti territoriali, esse non hanno dato prova di virtuosità e di buona gestione ma hanno contribuito a determinare la costituzione di un aggregato di posti e di prebende che accrescono il deficit, specie dei Comuni.
Esistono circa 70 mila imprese municipalizzate il cui costo è di 12,8 miliardi di euro l’anno e il cui complessivo indebitamento ammonta a 34 miliardi. Tra amministratori, revisori e consulenti si tocca il numero stratosferico di 80 mila soggetti che costano e non rendono. Va ripensato il sistema delle imprese controllate dagli Enti locali. Tra le soluzioni figurano i progetti di ragionata «privatizzazione», purché non selvaggia come è stato fatto con le affrettate liberalizzazioni.

Tags: Settembre 2014

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