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charlie hebdo: al qaeda rivendica la strage

ANTONIO MARINI

La strage di Charlie Hebdo, avvenuta a Parigi il 7 gennaio scorso, ad opera dei due fratelli franco-algerini Cherif e Said Kouachi, quasi in concomitanza con la strage al supermercato Kosher di Vincennes compiuta dal franco-maliano Amedy Coulibaly, è il nuovo capitolo di una storia di violenza e di terrore che ha avuto il suo avvio con gli attentati dell’11 settembre 2001 a New York, ed è proseguita, senza soluzione di continuità, con gli attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid e quelli del 7 luglio 2005 a Londra e tanti altri ancora, tutti di matrice islamica, lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue e di morte.
Questa volta i protagonisti sono i «foreign fighters» cioè quei cittadini europei che si sono uniti all’Isis o ad Al Qaeda, andando a combattere in Siria e in Iraq e che poi fanno ritorno in patria con l’intenzione di continuare l’attività jihadista nei rispettivi Paesi, dando vita ad una sorta di prosecuzione in forme diverse del conflitto a cui hanno partecipato nei teatri di guerra, secondo una strategia definita dei «mille tagli», intesa come lento dissanguamento del nemico, che si annida nel mondo occidentale.
Parlando di fronte a una Commissione del Parlamento britannico il direttore di Europol, Rob Wainwrightm, ha affermato che sono tra i 3 mila e i 5 mila i cittadini europei che si sono uniti ai jihadisti nei teatri di guerra e che potrebbero compiere attentati terroristici una volta tornati in patria. L’Europol ha già raccolto i nominativi di 2 mila e 500 sospetti jihadisti forniti dalle agenzie di sicurezza dei Stati membri. Si tratta di un cospicuo numero di giovani che ha il potenziale, la volontà e la capacità di portare a termine attacchi terroristici come quelli che si sono visti a Parigi. Per Wainwrightm l’Europa ha di fronte «la più grave minaccia terroristica dall’11 settembre».
In Italia, secondo l’ultima stima fornita dal ministro dell’Interno Angelino Alfano durante una conferenza stampa al Viminale, sono 59 le persone attualmente coinvolte nei trasferimenti verso i luoghi di conflitto, che hanno avuto a che fare con l’Italia nella fase di partenza o anche solo in quella di transito. Di queste, cinque sono di nazionalità italiana come Giuliano Delnevo, il ventiquattrenne genovese convertito all’Islam con il nome di Ibrahim, rimasto ucciso in uno scontro a fuoco nei pressi di Aleppo all’inizio del maggio 2013, e un giovane marocchino naturalizzato che si trova attualmente in un altro Paese europeo. La quasi totalità di queste persone è ancora attiva nei territori di guerra mentre la restante parte, decisamente minoritaria, è deceduta in combattimento o è detenuta in altri Paesi. 
Durante la conferenza Alfano ha affermato, tra l’altro, che ultimamente sono stati espulsi dal territorio italiano nove soggetti a rischio: cinque tunisini, un turco, un egiziano, un marocchino e un pakistano, tutti muniti di permesso di soggiorno e residenti in Italia da anni; aggiungendo che due avevano coinvolto le loro famiglie per andare a combattere in Siria, qualcuno si era auto radicato sul web, altri erano internauti attivi e avevano aderito all’Isis, qualcuno aveva assunto quasi il ruolo di reclutatore.
Tornando ai fatti di Parigi, l’aspetto più importante emerso da questa tragica vicenda è l’unione tra la componente qaedista rappresentata dai fratelli Kouachi e la componente terroristica dell’Isis, rappresentata da Coulibaly, che a quanto pare ha agito di comune accordo con i fratelli Kouachi nella realizzazione del piano criminoso. L’emittente francese BFM-TV è riuscita ad intervistare i terroristi. Al telefono, dai locali dove erano barricati e assediati dagli uomini dei corpi speciali francesi, essi hanno raccontato la loro versione di chi li aveva mandati e su quali erano le loro motivazioni: una testimonianza unica, dato che tutti i terroristi sono stati poi uccisi.
Il giornalista di BFM-TV ha telefonato nella tipografia dove si erano asserragliati i fratelli Kouachi dopo la strage ed è riuscito a intervistare Cherif, il quale, tra l’altro, ha raccontato di essere in missione per «Al Qaeda nello Yemen», che aveva finanziato l’attentato al giornale satirico per vendicare il profeta Maometto. Coulibaly è stato invece a telefonare alla redazione della stessa emittente televisiva, chiedendo di essere messo in contatto con la polizia. Nell’occasione ha spiegato di aver preso istruzioni dallo Stato islamico (alias Isis) e di essere in contatto con i fratelli Kouachi con i quali aveva sincronizzato le operazioni.
Le affermazioni di Cherif sembrano trovare conforto in alcune fonti informative dei servizi segreti occidentali, secondo i quali i fratelli Kouachi sarebbero stati addestrati nello Yemen, dove si sarebbero uniti ad Al Qaeda nella penisola arabica (Aqap). L’organizzazione terroristica avrebbe consegnato a Cherif 20 mila dollari in contanti per compiere l’attentato al giornale satirico francese.
Ma il riscontro più importante viene da un video posto su You Tube – ritenuto autentico dai servizi segreti statunitensi – nel quale Nasser bin Ali al-Ansi, comandante militare yemenita della rete del terrore, ha rivendicato l’attentato a Charlie Hebdo a nome di Al Qaeda, precisando che esso era stato ordinato direttamente dal leader Ayman al-Zawahiri, organizzato e finanziato dai vertici dell’organizzazione terroristica per vendicare le offese arrecate con le vignette al Profeta Maometto.
Quanto a Coulibaly vale la pena di ricordare la conversazione avuta con gli ostaggi dopo la sua irruzione a mano armata nel supermercato Kosher. Ad un certo momento il telefono squilla, egli alza la cornetta, ma non risponde e poi riattacca male. A questo punto, dall’altra parte del filo i giornalisti di Rtl cominciano a sentire e registrare la lunga conversazione del terrorista con gli ostaggi.
Usando la retorica dei fondamentalisti islamici, Coulibaly difende lo Stato islamico che, secondo lui, combatte giustamente contro il regime di Assad e contro la coalizione occidentale presente in Siria. «Devono smetterla di attaccare lo Stato islamico, devono smetterla di togliere il velo alle nostre donne, devono smetterla di mettere i nostri fratelli in prigione per nulla», spiega il terrorista rivolto agli ostaggi, aggiungendo: «Fate delle manifestazioni e dite di lasciare i musulmani tranquilli». E ancora: «Mai e poi mai riusciranno a sconfiggerci. Non ci sono mai riusciti. Allah è dalla nostra parte».
Nel video posto su You Tube dopo la sua morte e considerato autentico dalle autorità francesi, con il quale rivendica l’uccisione della poliziotta nella periferia parigina, il terrorista dichiara esplicitamente di essere un membro dello Stato islamico, affermando: «Io ammazzo nel nome dell’Isis». Secondo fonti dell’intelligence francese, il video sarebbe stato registrato dopo l’omicidio e dopo la strage nella redazione di Charlie Hedbo, ma prima dell’irruzione a mano armata nel supermercato ebraico. Invero, dopo aver fatto irruzione nel supermercato, armato di due mitragliette, il terrorista subito ha minacciato di uccidere gli ostaggi se non fossero stati liberati i fratelli Kouachi. Ciò è l’ulteriore dimostrazione che egli non solo conosceva i due fratelli, ma molto probabilmente aveva preparato e organizzato insieme a loro la realizzazione del piano criminoso, ripartendosi i compiti.
Del resto, fonti di polizia confermano che i tre facevano parte della stessa cellula jihadista, Buttes-Chaumont, dal nome del parco parigino del XIX arrondissement in cui si radunavano i reclutatori per la guerra in Iraq. L’incubo provocato dalle loro azioni sanguinarie è finito solo quando sono stati ammazzati nel corso del sanguinoso scontro con le forze speciali francesi, uno scontro voluto e cercato per «morire da martiri».
Dopo ci si è chiesto perché non siano stati fermati in tempo, visto che i due fratelli franco-algerini erano inseriti nella black list Usa e nella no-fly list delle autorità aeroportuali statunitensi che vieta di prendere voli da e per gli Stati Uniti, e che entrambi risultavano essere stati addestrati nello Yemen da Al Qaeda, che ha poi rivendicato la strage di Charlie Hebdo. Pare che a legare Coulibaly ai due fratelli Kouachi sia stato il piano per far evadere Smain Ait Ali Belkacem, il terrorista algerino condannato all’ergastolo per gli attentati del 1995 al metrò veloce Rer di Parigi. Piano organizzato da entrambi con Djamel Beghal, figura carismatica dell’Islam radicale, conosciuto nella prigione di Fleury-Merogis, dove costui scontava una pena a dieci anni per avere progettato un attentato contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Parigi.
A quell’epoca Cherif finì in manette, insieme a Djamel Beghal, ma riuscì a farla franca perché non furono trovate prove sufficienti per procedere contro di lui, nonostante «i suoi legami con l’Islam radicale e l’interesse dimostrato per le tesi a difesa della legittimità della jihad armata». Ci si chiede, altresì, se i jihadisti di Al Qaeda stiano emulando la ferocia dei jihadisti dell’Isis allo scopo di attrarre, in una logica competitiva, consensi e adesioni verso la loro parte, oppure se in qualche modo l’attentato al giornale satirico francese rappresenti una forma di riavvicinamento e di convergenza, almeno nelle strategie operative, tra le due organizzazioni terroristiche, dopo che la prima aveva preso le distanze dall’altra stigmatizzando proprio gli eccessi di violenza teorizzati e praticati dalla seconda. In entrambi i casi l’effetto sarebbe devastante, in quanto le due forme di minaccia andrebbero a sommarsi tra di loro, finendo per accrescere di gran lunga il pericolo per l’Occidente.
Un altro aspetto importante da sottolineare è la spietata freddezza del commando, composto da Coulibaly e dai due fratelli Kouachi, unita alla palese dimestichezza dell’uso delle armi, che conferma come essi abbiano effettivamente avuto un addestramento militare nei teatri di guerra. Una combinazione micidiale di elementi, pronta a lasciare la sua traccia mortale nei Paesi in cui i «foreign fighters» ritornano, come appunto è avvenuto in Francia con gli orrendi attentati di Parigi.   

Tags: Febbraio 2015

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