Il nostro sito usa i cookie per poterti offrire una migliore esperienza di navigazione. I cookie che usiamo ci permettono di conteggiare le visite in modo anonimo e non ci permettono in alcun modo di identificarti direttamente. Clicca su OK per chiudere questa informativa, oppure approfondisci cliccando su "Cookie policy completa".

  • Home
  • Articoli
  • Articoli
  • da un presidente «rottamatore» non ci saremmo aspettati che rottamasse proprio le tutele
  • 008

da un presidente «rottamatore» non ci saremmo aspettati che rottamasse proprio le tutele

Massimiliano Dona, segretario generale dell’unione nazionale consumatori

Un taglio alle rendite di posizione, uno stop alle aziende che monopolizzano i mercati a danno dei consumatori, semplificazioni per chi vuole fare impresa, insomma meno burocrazia e prezzi più bassi: questo era quello che ci aspettavamo dalla legge annuale sulla concorrenza approvata dal Governo Renzi. E invece la montagna ha partorito il topolino e di liberalizzazioni a misura di consumatori ne abbiamo viste ben poche. L’aspetto positivo è che si è finalmente rispettato l’obbligo di presentare ogni anno un disegno di legge sulla concorrenza, ma gli effetti pratici di questa lenzuolata, o forse dovrei dire «fazzolettino», sono quasi nulli per le famiglie, quando non dannosi. Se a questo aggiungiamo che in passato il Parlamento ha addirittura peggiorato le proposte di liberalizzazioni, non dormiamo sonni tranquilli.
Il presidente del Consiglio si è scontrato con lo strapotere delle lobby che nel nostro Paese da decenni bloccano qualsiasi provvedimento proiettato verso l’innovazione: gli unici barlumi di concorrenza risalgono alle liberalizzazioni di Pierluigi Bersani nell’ormai lontano 2007, che risultarono già allora incomplete e ampiamente depotenziate rispetto alle aspettative. Eppure, a parole sembrano tutti d’accordo nell’affermare che, per ritornare a crescere, bisogna puntare sulla concorrenza con riforme strutturali che accrescano la competitività del Paese, ma poi il progetto si rivela troppo difficile da realizzare.
La prova è quanto è successo con i taxi: anche il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha dovuto cedere alla pressione dei tassisti, come era già successo a Prodi e Monti e si è mantenuta una normativa antidiluviana che non tiene conto dell’esistenza degli smartphone, della sharing economy; concorrenza, invece, dovrebbe voler dire che qualcuno continuerà a preferire il taxi o il servizio pubblico, altri vorranno utilizzare il car pooling ed altri ancora i servizi di noleggio con conducente.
È la multicanalità dei tempi moderni che - è bene ricordarlo - deve realizzarsi nel rispetto delle regole, vecchie e nuove. Alcune iniziative del Governo, poi, sembrano davvero andare «contro» i consumatori, come nel caso dell’abolizione del regime di maggior tutela su energia e gas: obbligare gli utenti a lasciare il «mercato tutelato» (oggi più economico e sicuro) per passare al mercato libero dell’energia è un sopruso ed un gentile omaggio alle imprese. Basti pensare che, secondo i dati dell’Authority, chi è passato al mercato libero ha pagato prezzi superiori del 15-20 per cento rispetto a quello tutelato. Dato ancora più assurdo se si considera che quasi il 60 per cento di chi è passato al libero ha scelto il venditore dello stesso gruppo che aveva in tutela, il che vuol dire che è stato ingannato dalla sua stessa compagnia che, ovviamente, avrebbe dovuto conoscere i suoi consumi.
Per il gas è ancora peggio. È dal 1° gennaio 2003 che i consumatori possono scegliere il proprio fornitore di gas naturale. Eppure, dopo oltre 12 anni, solo 4 venditori hanno quote di mercato significative in più di 5 regioni e, di questi, solo 2 sono presenti in più di 15 regioni. L’approssimazione con cui sono state fatte queste riforme è palese nel campo della telefonia, per cui prima il Governo ha reintrodotto l’espressione «penali» per chi cambia operatore, subito dopo il Ministero dello Sviluppo economico ha smentito la loro reintroduzione, precisando che non sono cambiate le disposizioni generali in materia di recesso anticipato dai contratti di telefonia, internet e tv, ma sono stati disciplinati solo i costi di uscita dalle promozioni, ad esempio l’uso di uno smartphone o le partite di calcio gratuite. In realtà la gaffe linguistica c’era, anche se era solo simbolica. Le penali, infatti, erano state ufficialmente eliminate dalla prima lenzuolata Bersani (legge n. 40 del 2007), che fece però l’errore di lasciare all’operatore la possibilità di imputare spese giustificate da costi. Così le penali rientrarono dalla finestra, complice anche il mancato intervento dell’Authority delle Comunicazioni. L’effetto pratico di quel provvedimento è stato pari a zero.
L’unica cosa che avrebbe senso sarebbe azzerare le spese per il recesso dal contratto telefonico, in modo da realizzare una vera portabilità, come avviene per i conti correnti. E questo anche in caso di offerte promozionali legate a sconti tariffari. Unica eccezione possibile è se viene offerto un bene in omaggio, come modem o smartphone: in tal caso, di fronte a un recesso anticipato, è giusto che il consumatore versi una spesa commisurata al valore del bene al momento del recesso. Insomma, non ci sembra che il Ddl Concorrenza abbia portato quella ventata di innovazione che aspettavamo. Anzi, citando un hashtag che da giorni è tra i «trend topic» di Twitter, sembrerebbe che il Governo #rottamalatutela. Permettetemi di commentare che da un presidente «rottamatore», ci saremmo aspettati tutto tranne che rottamasse proprio le tutele.   

Tags: Aprile 2015

© 2017 Ciuffa Editore - Via Rasella 139, 00187 - Roma. Direttore responsabile: Romina Ciuffa