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Come si vive oggi a Singapore: la Lion City festeggia i suoi primi 50 anni

Singapore


Ogni 9 agosto a Singapore si celebra l’indipendenza dalla Malesia. La ricorrenza di quest’anno è un numero tondo - cinquant’anni, mezzo secolo come repubblica parlamentare sovrana - e per l’occasione le autorità della «Città del Leone» hanno messo in piedi un programma speciale: un corteo s’è snodato per tre ore tra sorvoli di caccia, coreografie musicali, sfilate di carri armati e fuochi d’artificio. Con l’eco del discorso del presidente Tony Tan e con l’accento posto sui buoni rapporti con i vicini della regione. Per i primi tre lustri il Paese di presidenti ne ha avuti due: Yusuf bin Ishak dal 1965 al 1971 e Benjamin Sheares fino al 1981. Le loro ascendenze sono emblematiche della miscela di percorsi e ricorsi che innervano la società composita di Singapore. Il primo presidente, malese, vantava origini indonesiane e il secondo un albero genealogico aggrovigliato: padre inglese cresciuto in India, madre di origini cinesi e antenati spagnoli. Il patriarca della nuova Singapore è però un altro, Lee Kuan Yew. Protagonista della transizione in tre tempi – le elezioni del 1959, l’unione con la Federation of Malaya del 1962 e l’uscita appena tre anni più tardi –, e leader indiscusso per decenni, ha plasmato le strutture sociali, le sovrastrutture economiche e le infrastrutture logistiche singaporiane.

Livelli che si sono integrati, rincorrendo e alimentando il boom che ha fatto di Singapore un crocevia di commercio e finanza con un salto quantico da torrida provincia di pescatori a snodo mondiale. Lo stesso per il quale un rapporto della Banca Mondiale ne ha ribadito un anno fa il titolo di «località mondiale in cui fare affari è più semplice». Lee Kuan Yew avrebbe compiuto novantadue anni in questi giorni, ma è scomparso lo scorso marzo. Quale eredità ha lasciato agli oltre cinque milioni di persone che vivono a Singapore, più o meno divisi a metà tra connazionali e stranieri residenti permanenti?
Iniziamo dal contesto. Singapore è una città-stato insulare sui generis: un’isola principale, costellata da una sessantina tra isolotti et similia per un totale di settecento chilometri quadrati. Come il comune di New York o la provincia di Lodi. Iperconnessa nel proprio interno e nodale per i rapporti con il resto del pianeta, vive di scambi e passaggi: che si tratti di container, terabyte, viaggiatori o pendolari, cambia poco. L’affresco è sempre in movimento, meglio tratteggiarlo con qualche dato.
Partiamo dal digitale, intangibile ma concretissimo. I tassi di penetrazione della telefonia mobile e della banda larga domestica qui sono a tre cifre da parecchio, le ultime stime sfiorano il 200 per cento per entrambe. Due anni fa Google ha avviato la prima struttura di data storage a Singapore, una delle due nell’area asiatica, direttamente gestite dal gigante delle ricerche online; e lo scorso giugno ha varato un piano di investimenti per 300 milioni di dollari, secondo LexisNexis. Idem per Twitter: il colosso dei cinguettii è presente nel Paese dal 2013, ma non aveva una sede vera e propria. Fino a quest’estate, quando ha aperto un quartier generale dedicato.
Lasciamo i router, saliamo sui vagoni della SMRT, l’azienda di trasporto pubblico in cui lavorano 8 mila persone. L’epica degli spostamenti interni è scandita da primati pioneristici - uno su tutti: la prima rete metropolitana completamente automatizzata in Asia - e di capillarità, tanto da far promettere alle istituzioni che «entro 15 anni quattro residenti su cinque avranno una stazione a meno di dieci minuti a piedi». Oggi 200 convogli si muovono su 130 chilometri di linee e fermano in 100 stazioni. «Impeccabili, no? E puntualissimi. Da noi un servizio così nessuno se lo sogna». Ad una di queste l’inviato di Specchio Economico incontra un italiano per una lunga chiacchierata – istruttiva, appassionata e rigorosamente «climatizzata» – su come si vive e si lavora nel cuore del Sudest asiatico. Francesco Armino è un piemontese di 35 anni, da tre vive a Singapore. Cacciatore di teste per una società inglese, è responsabile dei mercati industriali. Iniziamo con i due cliché su Singapore: paradiso fiscale e Bengodi per stranieri che decidono di lavorarvi per qualche tempo, una vita arrembante tutta click di giorno e cocktail la sera. «Il primo va smentito categoricamente», esordisce perentorio. «Singapore è stata di recente depennata dalla black list. Tutti i movimenti di denaro, fisici o telematici, sono controllati tassativamente. I sistemi finanziario e giuridico sono maturi, seri e solidi».
Passiamo alla seconda, stipendi altissimi e prezzi alti? «Il costo della vita è elevato ma i salari sono più che adeguati. E così il primo risulta ragionevole per molti». Soprattutto per gli stranieri. «La tendenza recente è però quella di ridurre in maniera considerevole la presenza di quelli residenti e limitarla ai professionisti di livello altissimo». Non è una novità, Singapore ha sempre puntato su profili alti in tutti i settori, ma la tendenza sembra aumentare. «Una svolta nazionalistica–commenta Armino–promossa dalle élites dominanti, quelle cinesi». Per molti osservatori Singapore eccelle, con una prevalenza del settore privato su quello pubblico, in competitività e innovazione, segnando un divario relativo a favore della prima, linfa vitale e magnete per gli investimenti. Singapore è imprescindibile per molte industrie. «Esatto. Ma non è un distretto industriale in sé. Alcuni dei vicini, soprattutto Indonesia e Vietnam, sono sempre più protagonisti sulla scena economica», continua. E Singapore, «pur affrontando un periodo di relativa stasi, mantiene un ruolo centrale nell’area», puntando sullo scalo marittimo e su quello aereo. «Il porto è il secondo nel mondo per traffico mercantile e svolge un ruolo chiave anche nell’oil&gas», conferma Armino. L’aeroporto di Changi ha solo trent’anni di attività e l’anno scorso ha visto transitare oltre cinquanta milioni di passeggeri, nel 2017 avrà un quarto terminal e i lavori per il quinto sono già stati definiti e approvati.
Per scambiare dati e impressioni sul tema parliamo con Eric Eng che da 15 anni lavora nella Singapore Airlines e ora ne è manager responsabile a Roma. Quarantenne, una laurea in Psicologia all’Università di Singapore, conosce bene la realtà lavorativa del Paese. «Al primo posto c’è la meritocrazia», non esita a scandire un termine che in Italia ha un valore infinitesimo. E continua: «La forza lavoro nazionale è estremamente competente. Un elemento che, combinato con la nostra posizione strategica, ha reso Singapore una delle destinazioni top nel mondo». La compagnia di bandiera è in attivo dal primo anno, il 1972, e l’ultimo bilancio presenta un utile netto di oltre 400 milioni di dollari. «Sono comunque periodi difficili per tutto: l’euro debole deprime la domanda e il dollaro forte aumenta i costi operativi. Noi continuiamo a puntare sul servizio. E, ovviamente, sulla rete di destinazioni. 40 solo nel Sudest asiatico, presto saranno ancora di più». La ridefinizione, necessaria e fisiologica, del doppio asset principale di Singapore – la posizione geografica e la competenza nei servizi – è trasversale: consolida i transiti, alternando slanci centripeti con aperture verso chi ha intorno. Una rete di reti, con sempre più nodi e maglie elastiche super resistenti. Di ennesima nuova generazione.

Tags: Settembre 2015

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