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La guerra all’ISIS, nessun paese è a rischio zero

Antonio Marini, Procuratore Generale della Repubblica f.f. della Corte d’Appello di Roma

I nuovi attacchi del 13 novembre scorso a Parigi sono interpretati per lo più come un’ulteriore dimostrazione della crescente minaccia jihadista in Europa. Una minaccia che reca l’impronta dell’Isis, ovvero dello Stato islamico o Daesh. «Un attacco di soldati del califfato ha preso di mira la capitale dell’abominio e della perversione, quella che porta la bandiera dei crociati in Europa», recita il comunicato di rivendicazione rilanciato da Site, il sito americano di controllo della propaganda islamista. L’atto di rivendicazione specifica che «otto fratelli, con cinture esplosive e fucili d’assalto, hanno preso di mira obiettivi scelti minuziosamente nel cuore della capitale francese, lo Stade de France durante la partita dei due crociati Francia e Germania, al qualche assisteva lo scemo di Francia, Francois Holland e il Bataclan, dove erano riuniti centinaia di idolatri in una festa di perversione insieme ad altri obiettivi simultaneamente nel X, XI e XII Arrondissment».
Tale operazione, avvenuta nel centro della città simbolo della civiltà europea, per le modalità con cui si è svolta e per la gravità dei fatti compiuti, costituisce secondo altri un’escalation senza precedenti della guerra dichiarata dallo Stato islamico a tutto l’Occidente. Si tratta del più cruento attacco terroristico in territorio francese (130 i morti e oltre 300 i feriti, alcuni dei quali in gravissime condizioni) e del secondo più grave attacco nell’Unione europea dopo gli attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid. Accanto ai francesi, molti stranieri tra le vittime della furia omicida dei terroristi, tra cui l’italiana Valeria Solesin, originaria di Venezia, trafitta da un colpo in pieno volto durante la folle sparatoria nel Bataclan.
Un atto di guerra, l’ha definito il presidente francese Francois Holland, che ha dichiarato immediatamente lo stato di emergenza in tutta la Francia per 12 giorni, così come è previsto dalla Costituzione, facendo poi approvare dal Parlamento, il 19 novembre 2015, la legge che lo prolunga di tre mesi a partire dal 26 novembre 2015 fino al 25 febbraio 2016. Lo stato di emergenza è una condizione speciale prevista dalla legge del 3 aprile 1955, emanata nel pieno della guerra d’Algeria. Esso è stato usato finora 5 volte: 3 durante la guerra d’Algeria, una volta durante le violenze della nuova Caledonia nel 1984 e l’ultima volta nel 2005 per le rivolte nelle banlieues, quando dai canonici 12 giorni previsti dalla Costituzione, si arrivò ad un mese e mezzo su proposta dell’allora presidente Chirac.
Il 19 novembre scorso il Parlamento francese ha approvato la legge che prolunga di tre mesi lo stato di emergenza a partire dal 26 novembre fino al 25 febbraio. In che cosa consistono le misure straordinarie adottate con questa legge?
A parte il prolungamento di tre mesi dello stato di emergenza, essa prevede un regime di arresti domiciliari assegnato a coloro il cui comportamento si ritiene possa costituire una minaccia per la sicurezza e per l’ordine pubblico. Inoltre, stabilisce che le perquisizioni compiute direttamente dal Ministero dell’Interno non possono riguardare luoghi in cui si esercita l’attività parlamentare o quella professionale di avvocato, magistrato o giornalista. Il Procuratore della Repubblica dovrà essere informato di tutte le perquisizioni decise che avverranno in presenza di un ufficiale di polizia giudiziaria. Nel corso delle perquisizioni potranno essere fatte copie, su qualsiasi supporto, di dati memorizzati, in qualsiasi sistema informatico o apparecchiature. Nella legge è poi inserita una norma che prevede la possibilità di sciogliere associazioni o gruppi che partecipano, facilitano o incitano atti che possono compromettere l’ordine pubblico e che hanno al loro interno persone assegnate agli arresti domiciliari per le ragioni di cui sopra.
Durante i prossimi tre mesi, gli agenti di polizia potranno usare le loro armi anche fuori servizio, senza giubbotti antiproiettile, indossando solo una fascia di identificazione al braccio. Continueranno i controlli sistematici alle frontiere. Verranno agevolate le procedure burocratiche per le perquisizioni, la confisca delle armi, la chiusura dei locali pubblici ed eventuali blocchi del traffico. Potranno essere stabiliti dei coprifuoco. In particolare, verrà istituito un archivio europeo dei passeggeri aerei per monitorare gli eventuali movimenti di chi è andato all’estero per unirsi ai jihadisti dello Stato islamico e vuole rientrare in Francia e ci sarà la possibilità di negare la cittadinanza a chi possiede la doppia nazionalità. Per ragioni di sicurezza e di ordine pubblico è stato, infine, previsto l’annullamento di tutte le manifestazioni pubbliche a margine del vertice mondiale del clima che si terrà a Parigi il 30 novembre ed è stata perfino annullata la famosa festa delle Luci di Lione, che si tiene ogni anno nella prima settimana di dicembre.
Nel contempo il presidente Holland, dopo aver definito l’attacco terroristico un atto di guerra, ha chiesto aiuto all’Unione Europea, invocando la clausola di solidarietà prevista nel Trattato di Lisbona del 2007, la quale dispone che gli Stati membri agiscano congiuntamente, in uno spirito di solidarietà, qualora uno di essi - che sia oggetto di un attacco terroristico sul proprio territorio - chieda assistenza. In questo caso l’Ue usa tutti i mezzi di cui dispone, compresi eventualmente quelli militari messi a disposizione dagli Stati membri, per prestare assistenza allo Stato che l’abbia richiesta, al fine di proteggere le istituzioni democratiche e la popolazione civile da attacchi terroristici. Le modalità di attuazione della clausola di solidarietà sono decise dal Consiglio dell’Unione Europea a maggioranza qualificata, salvo che le misure da adottare ricadano nel settore della difesa, nel qual caso è richiesta l’unanimità.
Il fatto che l’attacco terroristico sia stato definito un atto di guerra apre anche la possibilità di chiedere l’applicabilità dell’articolo 5 del Trattato Nato, secondo cui «le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale costituisca un attacco verso tutte e di conseguenza convengono che, se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse nell’esercizio di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuta dall’articolo 5 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale». Ciò significa che un Paese sotto attacco deve essere immediatamente aiutato a difendersi dagli altri membri Nato.
Sta di fatto che la risposta militare contro lo Stato islamico non si è fatta attendere. Pur essendo già da tempo impegnata in attività militare in Siria - e questo è stato indicato tra l’altro come il principale motivo alla base degli attentati di Parigi - l’aviazione francese ha intensificato i raid aerei su Raqqa, la capitale dello Stato islamico, in reazione (rappresaglia) agli ultimi attacchi terroristici di Parigi. Secondo gli attivisti anti-Isis di Raqqa, sono stati bombardati i centri nevralgici dello Stato islamico, tra gli altri lo stadio, un edificio politico, un museo e un ospedale. Ma il comunicato ufficiale del ministro della Difesa francese parla solo di due infrastrutture gestite dallo Stato islamico: un campo di addestramento e un posto di comando e di reclutamento usato anche come deposito di armi e munizioni. A dire del direttore dell’osservatorio siriano dei diritti umani Rami Abdul Rahman, non ci sarebbero state vittime perché il sedicente Stato islamico avrebbe spostato miliziani e civili da Raqqa, trasferendoli in altre parti della Siria ritenute più sicure.
Intanto, sempre su richiesta della Francia, i ministri dell’Interno e della Giustizia dell’Unione Europea si sono riuniti a Bruxelles per valutare nuove misure di contrasto al terrorismo, con particolare riguardo a maggiori controlli sulle armi e alle frontiere. Se le loro proposte saranno approvate dal Parlamento europeo, i cittadini che viaggiano all’interno dei confini dell’Unione potranno essere sottoposti a controlli più approfonditi che saranno condivisi dalle polizie europee grazie a un archivio comune dei dati di chi viaggia.
Entro la fine dell’anno la Commissione Europea dovrebbe poi cambiare le regole di Schengen che ora permettono la libera circolazione nei 26 Paesi che aderiscono agli accordi. La modifica dell’articolo 72 del Codice di Schengen mira a potenziare i controlli su tutti i viaggiatori anche alle frontiere esterne. Tali controlli dovranno essere «sistematici e coordinati» mediante la connessione a tutti i database Interpol. I migranti dovranno essere registrati sistematicamente, con la presa delle impronte digitali, e attraverso il rafforzamento dei controlli di sicurezza secondari. Dovrà essere assicurato lo scambio di dati tra Frontex (Agenzia per le frontiere) ed Europol. Quest’ultima, all’inizio del prossimo anno lancerà la piattaforma antiterrorismo per condividere le informazioni sul traffico illegale di armi e sul finanziamento del terrorismo. Sempre a gennaio 2016 dovrà diventare operativo il Pnr (Passenger Name Record), ossia il registro dei dati dei passeggeri che si imbarcano su un volo aereo. Attraverso questo sistema le diverse compagnie e le polizie dei diversi Paesi potranno condividere le informazioni sui passeggeri aerei in tempo reale. Ogni Paese saprà in tempo reale chi si trova in aereo e dove è diretto.
Tra le altre proposte da segnalare la creazione di un centro di coordinamento tra intelligence dei vari Paesi. La creazione di un’agenzia unica dell’intelligence che permetta un coordinamento più efficace del lavoro dei servizi segreti dei singoli Paesi sembra aver fatto un passo avanti, anche se ha ancora molti ostacoli. Vale la pena di ricordare che già nel gennaio scorso, dopo la strage di Charlie Hebdo, il presidente del Consiglio Matteo Renzi, ad «Otto e mezzo» disse che l’Europa deve «andare sempre più verso un’intelligence unica».
Ora, non c’è dubbio che su questa e su altre misure che dovessero rendersi necessarie per combattere in modo più efficace il terrorismo, l’Italia è pronta a fare la propria parte, ben consapevole, che come ha detto il ministro dell’Interno Angelo Alfano «nessun Paese è a rischio zero». Intanto, ci uniamo al cordoglio del presidente Sergio Mattarella, che in una lettera a Francois Holland ha assicurato «il compatto sostegno dell’Italia per debellare la piaga del terrorismo, vincere una battaglia di civiltà contro la furia oscurantista e difendere i valori di democrazia, libertà, tolleranza su cui tutta l’Europa, oggi lacerata da un crimine senza precedenti, è stata fondata e si è sviluppata».  

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