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Anno nuovo, nuove riforme: non solo rottamare ma anche costruire il sistema

Linda Lanzillotta, vicepresidente del Senato  della Repubblica

L’anno che si chiude è stato l’anno delle riforme: scuola, riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione, Pubblica Amministrazione e Giustizia, insieme al varo del Jobs act. Un intervento chiave, quest’ultimo, per sostenere i lavoratori e spingere le imprese a nuove assunzioni facendo uscire dal precariato soprattutto i giovani, offrendo loro contratti a tutele crescenti con la prospettiva di un lavoro a tempo indeterminato, obiettivo che era prima un vero e proprio miraggio e che, oggi, diventa un traguardo più che realistico.
E ancora: l’abolizione dell’articolo 18, un retaggio che ha frenato per anni gli investimenti, insieme agli 80 euro in busta paga per sostenere il reddito e i consumi delle fasce più deboli della popolazione impoverite dalla crisi. Senza dimenticare o sottovalutare la riforma elettorale attesa da anni: d’ora in poi il giorno dopo le elezioni avremo una maggioranza stabile, un programma e un premier; aumenterà in questo modo la trasparenza delle istituzioni e sarà rafforzato il rapporto di responsabilità tra eletti ed elettori. Un cambiamento che, insieme al superamento del bicameralismo perfetto e alla semplificazione legislativa, migliorerà l’attrattività degli investimenti e l’ecosistema per fare impresa.
È stato un anno importante e impegnativo per il Governo Renzi e per il Parlamento. Il premier nei suoi interventi ama ripetere che «in venti mesi sono state fatte riforme che sono state solo promesse in vent’anni». Forse è un’esagerazione, ma se si mettono insieme quanto fatto in questi ultimi mesi emerge chiara la spinta al cambiamento impressa al Paese per uscire dal pantano in cui ha annaspato per troppi anni, per colpa di forze politiche incapaci di realizzare soluzioni e iniziative nell’interesse del Paese.
Ma bisogna essere consapevoli che questa sfida è appena cominciata. La crescita quest’anno, grazie appunto all’architrave delle riforme economiche e istituzionali insieme ad una serie di fattori esterni, come la diminuzione del prezzo del petrolio e gli interventi della Banca Centrale europea a sostegno delle economie più fragili, si attesterà intorno allo 0,8 per cento.
Gli occupati che sono aumentati di circa 400 mila unità e anche la disoccupazione è scesa dal 13,2 all’11,7 per cento, con quella giovanile che però è ancora vicina alla soglia del 40 per cento. Sicuramente c’è una inversione di tendenza, ma non c’è dubbio che la ripresa, più lenta di quanto si era sperato, risenta dell’andamento poco dinamico dell’economia europea e globale. Quello che è certo, però, è che il nostro Paese si sta scrollando di dosso l’immobilismo che ne aveva fatto un ventre molle, soprattutto nei confronti dei partner europei. Oggi non si parla più dell’Italia come del paese «che deve fare i compiti a casa», che viene messo dietro la lavagna perché un po’ discolo, impegnato a fare promesse che quasi mai poi sono state portate a termine.
L’Europa oggi ha bisogno di questa Italia. Capace di farsi sentire non rivendicando ma richiamando l’Europa a ciò che è e deve essere: non un insieme di algoritmi e parametri ma la risposta immaginata dai padri fondatori, un modello che fosse garanzia di pace al proprio interno e faro di civiltà al proprio esterno. Un’Europa fondata sui valori e sui principi del rispetto della persona umana e dei suoi diritti fondamentali. Per questo la spinta riformatrice del Governo deve essere incoraggiata e sostenuta affrontando anche nodi strutturali quali quello della spesa pubblica. Servono misure drastiche per la riduzione delle società pubbliche e la liberalizzazione dei servizi pubblici locali; fattori che incidono certo sui costi della politica ma, in primo luogo, sul costo e sulla qualità dei servizi pubblici.
Così come bisogna rilanciare la politica delle liberalizzazioni, prima ancora delle privatizzazioni, perché la concorrenza è un bene per questo Paese bloccato da veti corporativi e lobby pronte sempre a smontare il giocattolo. E ancora l’Agenda digitale che deve coinvolgere l’intero sistema economico, dalle imprese alle famiglie: è la chiave per dare efficienza e produttività al sistema e anche alla Pubblica Amministrazione. Trasformare, investire nella PA riducendone i costi serve ad aumentarne la qualità operativa. Occorre, insomma, andare avanti con determinazione sulla via delle riforme necessarie ad aumentare la competitività e produttività del Paese.
Sono temi che la politica deve saper affrontare in tempi rapidi. Renzi in questi mesi è stato capace di intercettare la necessità di questo cambiamento. E lo ha fatto nonostante le difficoltà derivanti da fattori esogeni come il dramma dei profughi o la lotta al terrorismo. Ora viene la parte forse ancora più difficile: saper continuare sulla strada del cambiamento. E dimostrare non solo di essere capace di smontare e rottamare pezzi del vecchio sistema, ma di essere in grado di costruirne uno nuovo.         

Tags: Gennaio 2016

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