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Europa, referendum, legge elettorale, legge di stabilità: al crollo delle speranze più che reagire bisogna agire

GIORGIO BENVENUTO  presidente della fondazione  Bruno Buozzi

L’opinionista Giorgio Benvenuto

Renzi fa bene a puntare i piedi in Europa per una svolta vera di politica economica. Il surplus del bilancio tedesco ha messo in discussione la struttura dell’unione monetaria. L’anomalia tedesca è che il suo surplus esterno è arrivato al 9 per cento del prodotto interno lordo (le regole europee - disattese dalla Merkel - prevedono che nessun Paese possa avere un surplus esterno maggiore del 6 per cento). Il surplus delle partite correnti della Germania supera infatti i 300 miliardi di euro l’anno. È una somma così grande che le imprese, lo Stato e i cittadini tedeschi non riescono a trasformarla in consumi ed investimenti produttivi.
Il Governo tedesco ha realizzato contemporaneamente anche un surplus fiscale, nonostante un debito pubblico di dimensioni sostanzialmente ridotte. In questo scenario tutti in Germania, cittadini e imprese, spendono meno di quanto potrebbero. Gabriel Stein, noto e stimato economista della Oxford Economics, ha dimostrato che questo enorme attivo della Germania rende difficile la vita alle altre aziende dell’Eurozona che fanno fatica a competere con le imprese tedesche senza l’arma della svalutazione.
Non se ne esce elemosinando per il 2017 qualche decimale di flessibilità. Il problema non è più la flessibilità, bensì il mancato completamento dell’unione monetaria. Alle condizioni attuali l’euro è insostenibile. O si adotta finalmente una politica fiscale comune o si deve recuperare la flessibilità del cambio.
L’economista Luigi Zingales è convinto che l’Italia corre il rischio di finire come la rana in pentola: se la temperatura aumenta lentamente non ha la forza per saltare fuori e finisce bollita. L’Italia non cresce da venti anni. Quanto può andare avanti? La Germania non ci sente. Ha paura di pagare il conto delle spese altrui. Non capisce, ma non capisce con grande autorità e competenza. Ecco perché è necessaria una politica fiscale comune capace di definire in Europa un meccanismo bilanciato di aiuto reciproco dei diversi Paesi membri nei momenti di difficoltà.
La questione europea è complessa. Politicamente. Istituzionalmente. Non c’è un governo centrale, come negli Stati Uniti, capace di adottare interventi mirati per sostenere la ripresa. La Commissione europea è debole. È priva di un bilancio per sostenere una politica espansiva. Il Parlamento europeo è praticamente privo di un ruolo determinante. Giorgio La Malfa ricorda che il bilancio della Commissione è pari all’1 per cento del reddito dell’Unione europea e non ha facoltà di indebitamento.
Potrebbero fare una politica espansiva gli Stati membri. Potrebbe, in particolare, farla la Germania che ha condizioni di bilancio pubblico solide. Ma non lo fa. Non ha interesse a stimolare l’economia, perché così aiuterebbe le esportazioni altrui. Quando suona il campanello della sua coscienza finge di non essere in casa. L’Italia, la Francia, la Spagna non possono farlo perché hanno i bilanci in disordine. Sono dei sorvegliati speciali, destinatari di continui moniti ad agire in senso restrittivo.
Osserva Giorgio La Malfa che le classi dirigenti europee non hanno voglia di affrontare questo tema. Ci sono quelli che non dicono niente e lo dicono male. Purtroppo tutti coloro che sono incapaci di imparare si sono messi ad insegnare. Ecco perché il potere contrattuale dell’Italia e del Governo Renzi è però ora più forte. L’Europa è ancora sotto lo shock della Brexit. Sembra che voglia superare quell’istintiva repulsione verso le richieste italiane. Si sta facendo strada la paura di un cedimento del fronte italiano: eloquente una vignetta in prima pagina dell’Economist del 9 luglio, che mostra un autobus con i colori italiani che sta in bilico su di un precipizio.
C’è, insomma, la consapevolezza che la possibile caduta dell’Italia potrebbe far saltare il sistema dell’Euro. Il vincolo esterno, che aveva operato in maniera soddisfacente nel secondo dopoguerra, ha cessato di operare quando è passato sotto il controllo della burocrazia europea e del mercato globale. La sovranità ceduta con la firma del Trattato di Maastricht è stata via via oggetto di condizionamenti dovuti ad interessi di poteri esterni non sempre influenzabili. Il cosiddetto vincolo esterno non è stato e non è capace di cambiare i comportamenti: in Europa sono aumentati i privilegi interni, è peggiorata la distribuzione del reddito, il vincolo delle burocrazie si è accresciuto, i servizi pubblici non funzionano, gli investimenti infrastrutturali locali e statali sono stati ridotti. La sovranità ceduta - dobbiamo ammetterlo - è stata gestita male, molto male dall’Unione europea.
«Invece di concentrarsi sul tema del rilancio della crescita si discute non di come uscire dalla depressione, ma di come attenuarne le conseguenze sociali»... «In Europa, insomma, finisce oggi per prevalere una filosofia conservatrice, per non dire reazionaria, che dimentica i problemi della disoccupazione e pensa che sia una manifestazione di demagogia e di populismo richiamare l’attenzione su questi problemi». L’euro non è stato, come invece sottolineava Tommaso Padoa Schioppa, il primo passo per la realizzazione dell’unità politica dell’Europa. La moneta unica è ora una sorta di marco travestito da euro. L’unità monetaria è diventata una camicia di Nesso: mantiene i cambi fissi in Europa applicando regole che rendono più deboli i Paesi deboli e più forti i paesi forti.
La cronaca di questi ultimi mesi è una sequenza impressionante di atti mancati, di rimozioni, di risorgenti nazionalismi. C’è in Europa un comportamento evasivo. Ci si arrangia per tollerare tutti i vizi autodistruttivi. Si cerca di non vederli, di non riconoscerli; si rinviano le decisioni importanti. C’è la fuga dalle proprie responsabilità. Lavora a pieno ritmo la grande fabbrica dell’inettitudine e del vuoto. Qualunque proposta dei corpi intermedi economici e sociali per cambiare le cose è visto come un insopportabile disturbo provocato da sognatori romantici. In questo scenario il Governo sta preparando la legge di stabilità. Il dibattito sui problemi economici è sotto tono. La politica è concentrata sulla riforma costituzionale e sulla nuova legge elettorale.
Il futuro dell’Italia non è solo nelle nostre mani. L’Europa si è impadronita delle nostre chiavi di casa. Certo è necessario modernizzare le istituzioni. Ma non è sufficiente. Il nodo da sciogliere è l’Europa. Non si può rimanere in mezzo al guado. Occorre realizzare l’unità politica dell’Europa: Occorre riprendere il cammino sulla strada dell’integrazione economica, sociale e politica.
È incredibile che in Italia il dibattito politico si svolga solo sul referendum e sulla legge elettorale. Non c’è un confronto vero sul futuro dell’Europa, sull’emigrazione sempre più inarrestabile, sulla crisi del welfare, sulla disoccupazione giovanile. Domina il mercato; dilaga la finanza; aumentano a dismisura le disuguaglianze e le ingiustizie.
È in crisi la sinistra. Non ha proposte. Aspetta che «passi la nottata». In uno scenario privo di un vero confronto politico, appaiono leader mediocri incapaci di costruire il consenso su scelte condivise, di suscitare passioni, di praticare etiche di combattimento. Troppe promesse mancate, molta mediocrità nelle riforme, scarsi risultati, cerchi magici (direi tragici) di collaboratori servili, assoluta incapacità di riflettere sui propri errori, incredibile ostinazione a insistere su scelte sbagliate. «There is no alternative» è lo slogan che riassume il programma vincente oggi nel mondo, in Europa, in Italia.
In America Hillary Clinton si contrappone a Donald Trump sostenendo «o me o il caos». In Europa la Merkel, insopportabile nella sua testardaggine, impone la linea dell’austerità, perché l’alternativa sarebbe la catastrofe. In Inghilterra Cameron non ha avuto fortuna anche se aveva proposto agli inglesi Remain in Europa perché «there is no alternative». In Italia Renzi non ha alternative. Il sì alla riforma costituzionale è obbligato perché, se vincesse il no, sarebbe la rovina, la ingovernabilità, la fine dell’Italia. Non si può proseguire su questa strada. Occorre reagire alla rassegnazione, alla rinuncia, alla paura. Non ci si batte, non ci si agita per evitare il peggio. Bisogna invece costruire una forte e convinta coesione sociale ed economica per realizzare il meglio.
In questo scenario occorre accendere i riflettori sulla legge di stabilità per il 2017. Renzi ha dovuto di nuovo aggiornare il Def (Documento di economia e finanza). L’obiettivo è ora quello di una crescita dell’1,0 per cento, con un deficit del 2,3 per cento ed un rapporto debito/Pil che sale al 131 per cento. Lo sfondamento del deficit secondo il Governo italiano è dovuto a circostanze eccezionali. Riguarda il terremoto nel centro Italia con le ricadute sulla riqualificazione sismica e la messa in sicurezza delle scuole e l’emergenza immigrazioni.
Non scatterà l’aumento delle aliquote Iva. L’operazione sarà affrontata quasi tutta in deficit. Saranno finanziati nuovi interventi per 5/6 miliardi: pensioni, povertà, famiglie, contratto degli statali, super ammortamento per le aziende che investono oltre il salario di produttività. La riduzione dell’Irpef e del cuneo fiscale è rinviata al 2018. Nuove risorse si otterranno con tagli sulle pensioni. Nuove entrate verranno dal rientro dei capitali e da una limatura sulle detrazioni fiscali. L’azione di contrasto all’evasione fiscale è rinviata, purtroppo, alle calende greche.
Alberto Brambilla e Paolo Novati del Centro studi e ricerche itinerari previdenziali hanno elaborato uno studio interessante sullo stato di sostenibilità del welfare per la insufficienza delle entrate fiscali.
Sulla base dei dati diffusi dal Mef relativi alle dichiarazioni dei redditi 2014 presentate nel 2015, il Centro studi e ricerche itinerari previdenziali ha elaborato una serie di indicazioni. Nel dettaglio, dei 60.795.612 cittadini residenti al 31 dicembre 2014, quelli che hanno fatto la dichiarazione dei redditi sono 40.716.548; di questi quelli che pagano almeno un euro di tasse sono solo 30,7 milioni. I redditi dichiarati ai fini Irpef tramite i modelli 770, Unico e 730 ammontano a un totale di 817,264 miliardi di euro (810,757 nel 2013) con un incremento di circa lo 0,8 per cento. Su tali redditi sono stati complessivamente versati ai fini Irpef 167,052 miliardi di euro, di cui il 90,50 per cento di Irpef, il 6,81 per cento per addizionale regionale e 4,483 miliardi di addizionale comunale.
Dalle elaborazioni emerge che: 1) la metà degli italiani non ha reddito, quindi è a carico di qualcuno, e infatti il totale di coloro che dichiarano reddito nullo o negativo è 694.480 mentre quelli fino a 7.500 euro annui sono 10.130.507; 2) tra i 7.500 e i 15 mila euro di reddito annuo, contiamo 8.584.180 contribuenti che pagano una Irpef media di 601 euro; 3) tra i 15 mila e i 20 mila euro di reddito dichiarato troviamo 6,1 milioni di contribuenti che pagano un’imposta media di 1.655 euro, sufficiente per pagarsi al 90 per cento la sanità; 4) ma chi paga l’Irpef? Chi finanzia il welfare? Partendo dagli scaglioni più alti, con redditi sopra i 300 mila euro troviamo solo lo 0,08 per cento dei contribuenti (poco più di 31 mila) che pagano però il 4,7 per cento dell’Irpef; sopra i 200 mila euro, lo 0,19 per cento che paga il 7,3 per cento dell’Irpef. Con redditi lordi sopra i 100 mila (meno di 52 mila netti) troviamo l’1,04 per cento pari a 424 mila contribuenti che tuttavia pagano il 16,9 per cento dell’Irpef; sommando a questi contribuenti anche i titolari di redditi lordi da 55 mila otteniamo che il 4,13 per cento paga il 33,6 per cento e considerando infine i redditi sopra i 35 mila lordi, l11,28 per cento paga il 52,5 per cento di tutta l’Irpef.
Chi pagherà i 45,3 miliardi di euro per coprire i costi del servizio sanitario e i 93 miliardi circa della spesa per assistenza? Come si potranno pagare le pensioni agli oltre 10 milioni di soggetti che non dichiarando nulla ai fini Irpef ovviamente sono anche privi di contribuzione?
Il professor Enzo Russo, dopo l’abolizione degli studi di settore, teme che Renzi abbia adottato la strategia seguente: «Perché combattere l’evasione e l’elusione se l’obiettivo generale del Governo è quello di ridurre le tasse? Perché perdere tempo a scegliere come e a chi ridurle? Lasciamo fare agli interessati: loro possono farlo da soli. Lo hanno sempre fatto con cognizione di causa, ossia con la pianificazione fiscale, con complesse operazioni di perequazione. ricorrendo all’abuso di diritto. Renzi ripete continuamente due slogan molto belli: investire nella lotta contro la paura (anche gli studi di settore possono mettere paura agli evasori se utilizzati bene); bisogna restituire fiducia e speranza ai cittadini. A tutti ovviamente, anche se evasori. Addio alla lotta all’evasione. Vivi e lascia vivere.
È allarmante la rinuncia crescente a combattere l’evasione fiscale: le agenzie fiscali sono state demotivate, i controlli fiscali sono stati ridotti significativamente, Equitalia è stata demonizzata. Il recupero di risorse dall’evasione fiscale si è praticamente azzerato. La pressione fiscale è insopportabile per i ceti medi e per le imprese. Nella legge di stabilità c’è finalmente una riflessione sugli effetti delle misure di austerità prese dal Governo Monti. L’infausta riforma Fornero viene in parte resa appena più flessibile. L’anticipo pensionistico è previsto fino a tre anni e sette mesi sui requisiti di vecchiaia standard con prestito bancario assicurato e rimborso ventennale che scatta con la pensione ordinaria. In caso di ristrutturazioni l’accesso all’anticipo pensionistico verrà finanziato dal datore di lavoro secondo modalità che saranno rinviate agli accordi sindacali. L’anticipo pensionistico sarà invece garantito alle categorie di lavoratori svantaggiate come i disoccupati o chi possiede i requisiti soggettivi (mobilità, invalidità, la presenza di disabili in famiglia).
È prevista una sorta di quattordicesima per aumentare le pensioni più basse. Chi ha più di 64 anni ed ha un reddito basso (9.786,86 euro lordi) avrà una cifra aggiuntiva alla pensione che oscillerà tra i 336 e i 504 euro, in base agli anni di contributi che si sono versati. È presente nelle intenzioni del Governo l’ipotesi di incrementare il potere d’acquisto dei pensionati meno abbienti allargando la no tax area in cui oggi rientrano i pensionati under 75 anni e con reddito fino a 7.750 euro e quelli più anziani con assegni annuali non superiori a 8 mila euro.
Saranno inoltre favorite la ricongiunzione gratuita per il trattamento di vecchiaia e per quello anticipato per chi ha versato contributi previdenziali in più gestioni. Sono infine previste semplificazioni per facilitare l’accesso alle pensioni per chi svolge attività usuranti.
La legge di stabilità riapre finalmente il confronto con le forze sociali. È positiva la riapertura delle trattative nella pubblica amministrazione. È positivo l’incoraggiamento alle forze sociali a ritrovare la strada del confronto e della negoziazione. Ignorare le forze sociali ed economiche, irriderle, demonizzarle, in Italia come in Europa si è rivelato un grande errore. Imponenti masse di consensi si sono spostate dal sistema all’antisistema, in qualunque forma sia strutturato, a destra, al centro, a sinistra. Il problema politico è invece quello di combinare tre cose: l’efficienza economica, la giustizia sociale e la libertà individuale.
E, per concludere, ci può essere d’aiuto quanto Keynes scriveva nella Teoria generale: «Vi è una instabilità dovuta alla caratteristica della natura umana che una grande parte delle nostre attività positive si basa su un ottimismo spontaneo piuttosto che su una aspettative matematica. È assai probabile che le decisioni di fare qualcosa, le cui conseguenze complessive dipenderanno da ciò che avverrà in futuro, possono essere prese solo sulla base degli spiriti animali (‘animal spirits’) di un desiderio spontaneo di agire rispetto al non agire e non invece come il risultato di un calcolo di una media ponderata dei benefici attesi moltiplicati per le probabilità quantitative che essi si realizzino. Se gli ‘animal spirits’ si affievoliscono e l’ottimismo spontaneo cede... tutto si spegnerà e morrà».   

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