Il nostro sito usa i cookie per poterti offrire una migliore esperienza di navigazione. I cookie che usiamo ci permettono di conteggiare le visite in modo anonimo e non ci permettono in alcun modo di identificarti direttamente. Clicca su OK per chiudere questa informativa, oppure approfondisci cliccando su "Cookie policy completa".

  • 008

Caso Apple: i paesi europei possono tassare liberamente?

Massimiliano Dona, segretario generale dell’unione nazionale consumatori

La decisione dell’Antitrust europeo di imporre all’Irlanda il recupero di 13 miliardi di tasse non pagate dalla Apple ha animato un dibattito, permettendo di far emergere una volta di più contraddizioni e limiti dell’Unione Europea. Intanto è evidente un paradosso: il Governo irlandese non è contento. Il regalo da 13 miliardi, una somma superiore all’intero bilancio della sanità del Paese (11,8 miliardi), non è gradito. Michael Noonan, ministro delle Finanze di Dublino, ha proclamato il suo profondo disaccordo, considerato l’intervento Ue un’invasione di campo rispetto alle prerogative dei membri sovrani, annunciando ricorso dinanzi alla Corte europea.
In ballo ci sono ovviamente i 5.500 posti di lavoro che la Apple garantisce nel suo quartier generale di Cork e la possibilità di attrarre investimenti dall’estero. A maggior ragione, comunque, è una beffa che a «beneficiare» di questa decisione Ue sia l’Irlanda stessa, che quei soldi non li vuole nemmeno, e non gli altri Paesi che sono stati danneggiati dal trattamento fiscale di favore applicato alla multinazionale americana.
Secondo la commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager, infatti, Dublino avrebbe garantito al colosso californiano un trattamento fiscale tale da non pagare le tasse sui profitti generati all’interno del mercato unico europeo, grazie alla possibilità di registrare tutte le vendite in Irlanda, invece che nei paesi dove i prodotti sono stati effettivamente venduti.
Dunque i soldi andrebbero restituiti agli altri Paesi europei. È evidente il limite della normativa europea, tanto più se si considera che l’affaire Apple è solo l’ultimo di una lunga serie: dal Lussemburgo che concedeva generosi accordi fiscali ad una folta lista di multinazionali (mentre l’attuale presidente della commissione Ue Jean-Claude Juncker era ministro) al Portogallo, diventato l’Eldorado degli ultrasessantenni, dove basta viverci 183 giorni l’anno per assumere lo status di residente non abituale e avere per dieci anni una pensione Inps esentasse.
Si è parlato della libertà di un Paese di poter stabilire livelli di tassazione più bassi consentendo una positiva concorrenza fiscale. Ma il punto è se il «dumping» fiscale sia compatibile all’interno di un mercato unico, se si possano aprire guerre fiscali nell’Eurozona. L’eccessiva disomogeneità del prelievo tributario sulle aziende crea evidenti disparità di trattamento, falsando la concorrenza tra le imprese e danneggiando tutti noi come contribuenti. Inoltre i «tax ruling» favoriscono le grandi compagnie rispetto alle aziende più piccole anche all’interno della stessa nazione. Solo le grandi aziende, infatti, ottengono quelle concessioni fiscali (nel caso della Apple, l’accordo con Dublino ha consentito all’azienda di pagare appena lo 0,005 per cento di tasse sui profitti realizzati in Europa).
In un mondo globalizzato, dove multinazionali hanno un fatturato superiore a quello del Pil di molti Paesi, dove le società operano senza confini grazie al web, dove contano sempre più cose intangibili come i diritti di proprietà intellettuale, anche la legislazione fiscale va adeguata e armonizzata a livello europeo e mondiale. E va fatto presto.   

Tags: Ottobre 2016

© 2017 Ciuffa Editore - Via Rasella 139, 00187 - Roma. Direttore responsabile: Romina Ciuffa